17.8.12

Another try.

Ci sono storie che non hanno precedenti nel mondo del calcio. E ci sono vittorie che rimangono nel tempo, quando accadono in maniera eccezionale. E André Villas-Boas non è esente da tale magia. Il tecnico portoghese ha scritto una pagina di storia nel calcio europeo con il suo Porto e, dopo il fallimento targato Chelsea, si ripresenta in Premier League sulla panchina del Tottenham, per dimostrare che tutti gli elogi rivolti a lui non erano sbagliati. Che l'annata londinese è stata solo una parentesi sfortunata in quella che si suppone possa essere una brillante carriera. E che il portoghese è un predestinato della panchina, uno di quei fenomeni che incontri una volta ogni cinquant'anni.

André Villas-Boas nasce a Oporto il 17 Ottobre 1977 ed il suo amore per il calcio è dimostrato da un semplice aneddoto, che rappresenterà anche una sorta di battesimo per la sua futura carriera professionale. Il giovane André, a 16 anni, ha la fortuna di vivere nello stesso palazzo di Sir Bobby Robson, famoso allenatore inglese, allora tecnico della squadra cittadina. Villas-Boas incrocia Robson e fa alcune osservazioni al tecnico sul ruolo di Rui Barros in campo; Robson ne rimane colpito e decide che André farà parte del suo staff di osservatori al Porto. Non solo: il giovane portoghese parla molto bene l'inglese fin da bambino e ciò gli permette di frequentare i corsi dell'UEFA per prendere il patentino da allenatore, mentre Robson lo manda anche a studiare i metodi di allenamento di una sua ex-squadra, l'Ipswich Town.
A 21 anni, Villas-Boas ha la sua prima panchina: il portoghese viene chiamato ad allenare la nazionale delle Isole Vergini Britanniche, squadra centro-americana. Il "bambino prodigio della panchina" rimane due anni nelle isole caraibiche, senza produrre grandi risultati. Si dimette nel 1999 e, in ogni caso, già questo rappresenta una qualche sorta di record per il calcio mondiale. Finita l'esperienza ai Caraibi, Villas-Boas entra a far parte dello staff di José Mourinho, nuovamente nella sua città natale. Quando poi lo Special One va prima a Londra (sponda Chelsea), poi a Milano (sponda Inter), André lo segue senza esitazione.

Un giovane André Villas-Boas con lo Special One ai tempi di Milano.

La svolta arriva nel 2009. Mourinho è reduce dalla vittoria in campionato al primo anno con l'Inter ed è deciso a portare a Milano la Champions League. Ma Villas-Boas riceve un'offerta dall'Academica de Coimbra ed il ragazzo non può dire no. Così, il tecnico portoghese lascia Milano e l'Inter e si prepara alla prima avventura in solitaria come allenatore di club, dopo aver già sperimentato la veste di commissario tecnico di una nazionale. Arrivato nell'Ottobre 2009, l'Academica è sul fondo della classifica, senza neanche una vittoria; Villas-Boas, però, cambia stile di gioco e così il club risale la graduatoria, arrivando a concludere la stagione con un undicesimo posto ed una salvezza insperata. In più, con il suo modulo offensivo, l'Academica sfiora la finale della Taca di Portugal, perdendo solo in semifinale negli ultimi minuti di una partita tiratissima contro la sua futura squadra, il Porto.
Le imprese di Villas-Boas non passano inosservate ed il Porto riaccoglie il "figliol prodigo", stavolta come tecnico della prima squadra. Il Porto viene da una stagione semi-deludente: ha vinto la Taca de Portugal, ma è giunto solo terzo in campionato, perdendo il diritto a qualificarsi per la Champions. In più, il Benfica ha vinto il campionato e la sconfitta anche in Taca de Liga - sempre per merito della squadra di Lisbona - è stata dura da digerire.
Villas-Boas diventa il tecnico del Porto nel Giugno del 2010 ed il mercato non è di quelli esaltanti: partono Bruno Alves e Raul Meireles, due colonne della squadra. Arrivano, invece, James Rodriguez, giovane talento colombiano; Joao Moutinho, grande playmaker del centrocampo; Nicolas Otamendi, centrale difensivo argentino, reduce da un buon Mondiale con la sua nazionale. Le condizioni non sembrano delle migliori, ma Villas-Boas è straordinario e tira fuori il meglio da ognuno dei componenti della squadra.
Il suo 4-3-3 offensivo è una macchina da guerra: già ad Agosto si nota che il Porto sembra notevolmente rafforzato, perlomeno nello spirito. Il club di Oporto vince la Supercoppa di Portogallo per 2-0 contro il Benfica ed in campionato parte a tutta. Un altro segnale arriva a Novembre, quando il Porto disintegra per 5-0 il Benfica nel match del Dragao: una superiorità così netta da mostrare che non c'è speranza per gli altri. E, intanto, in Europa League la squadra procede benissimo, superando il girone in maniera brillante.
La stagione sarà un trionfo continuo: il club vince la Taca de Portugal per 6-2 sul Vitoria Guimaraes; in Europa League fa fuori il Siviglia, lo Spartak Mosca ed il Villareal con caterve di gol. Il sigillo sulla vittoria del campionato portoghese arriva già ad Aprile, portando così Villas-Boas ad essere il terzo tecnico più giovane di sempre a vincere la liga lusitana. Il Porto conclude la stagione imbattuto (27 vittorie e 3 pareggi, è la seconda volta nella storia del calcio portoghese), vincendo di 20 punti sul Benfica e con soli 13 gol subiti. Infine, il ragazzo adocchiato da Sir Bobby Robson diventa il più giovane a vincere una competizione europea (a 33 anni e 213 giorni), dopo l'1-0 che consegna l'Europa League al Porto, nella finale di Dublino contro il Braga.
A quel punto, Villas-Boas potrebbe seguire le orme di Mourinho: rimanere un altro anno in Portogallo e tentare la scalata alla competizione massima, la Champions League. Del resto, il suo modulo di gioco è terribilmente efficace ed i giocatori a sua disposizione hanno avuto un'impennata di rendimento. Falcao e Hulk, in particolare, sembrano inarrestabili. Invece, Villas-Boas decide di lasciare la panchina dei "Dragoes", accettando l'offerta del Chelsea. Così farà anche Falcao, che si trasferirà all'Atletico Madrid. Il giocattolo si rompe e André decide di ricostruirlo all'estero, in un campionato totalmente diverso, che gli causerà più dolori che gioie. Guardando la scelta oggi, viene da dire che si poteva fare diversamente.

Villas-Boas festante a Dublino: il Porto ha appena vinto l'Europa League 2010/2011.

Villas-Boas arriva al Chelsea con grandissime pressioni ed aspettative. Abramovich ha in testa un solo obiettivo: la Champions League. Non ci sono arrivati né Mourinho, né Hiddink e neanche Carlo Ancelotti, che ha appena lasciato Londra. Ma il proprietario dei Blues pensa che il giovane tecnico possa farcela: l'impresa con il Porto è ancora fresca e tutti credono che il portoghese porterà nuova linfa al gioco del Chelsea. Gli inglesi credono talmente tanto in Villas-Boas da pagare la costosa clausola di rescissione dal Porto: 15 milioni freschi freschi. Tanti, forse anche troppi. Ma il Chelsea vuole questa Champions ed il giovane tecnico è l'uomo giusto. O almeno così sembra.
Il pre-campionato è di buon livello, ma non arriva nessun colpo di rilievo ad abbassare l'età media del Chelsea. Gli acquisti di Juan Mata e Raul Meireles, seppur buoni, non bastano certo per il gioco di Villas-Boas, che necessità di corridori e dribblatori in grandi quantità: materiale che, in quel di Londra, non vedono. Se a Porto c'erano Guarin, Hulk, Falcao, a Londra AVB ha a che fare con ottimi giocatori, ma non adatti al suo modulo di gioco. Ed i risultati si vedono subito: il Chelsea perde qualunque partita con le big. Manchester United, Arsenal, persino un derelitto Liverpool ha la meglio sui Blues.
Anche in Champions, la squadra di Londra fatica e si qualifica solo nell'ultimo turno del girone. Intanto, l'eliminazione dalla Carling Cup e le ruggini che si formano nel rapporto con i senatori dello spogliatoio mettono al muro Villas-Boas, che non sente più i suoi giocatori con sé. A Febbraio di quest'anno, l'idillio con Abramovich è già finito: la sconfitta a Napoli in Champions League prepara il terreno per la sua cacciata. Il gol di McAuley in West Bromwich Albion-Chelsea 1-0 mette la parola "fine" al rapporto tra il club di Londra ed il nuovo profeta del calcio europeo: Abramovich lo solleva dall'incarico e la sua avventura con il Chelsea termina qui. Un sodalizio chiaroscuro,  in cui è mancata sia la pazienza della proprietà nell'accontentare Villas-Boas, sia la capacità e l'esperienza del tecnico nell'adattarsi ad un calcio molto diverso da quello che lui praticava in Portogallo.

Il tecnico portoghese teso sulla panchina del Chelsea: una scena comune nella sua avventura londinese.

Ora c'è una nuova avventura ad attenere André Villas-Boas. Durante la primavera, si era parlato di varie sistemazioni che lo attendevano, tra cui la Roma degli americani. Alla fine, Villas-Boas voleva un progetto importante per dimostrare che ciò che è accaduto in casa Chelsea è stato frutto dell'inesperienza e di un rapporto consumato con i giocatori più importanti dello spogliatoio Blues. E' arrivato il Tottenham a dargli una nuova chance: con la squadra del Nord di Londra, AVB ha firmato un contratto di tre anni, dopo diverse settimane di negoziazioni.
La squadra che il tecnico portoghese ha in mano sembra decisamente più performante al suo modulo di gioco rispetto al Chelsea di un anno fa. Certo, l'allenatore lusitano ha perso Luka Modric, in procinto di prendere un aereo per Madrid e giocare nel Real agli ordini di Mourinho. Ma il resto della squadra sembra di alto livello.
Volendo ipotizzare una formazione stile Porto 2010/2011, AVB potrebbe giocare con Friedel tra i pali; Assou-Ekotto, Vertonghen, Caulker, Vertonghen e Kyle Walker in difesa; Sandro, Parker e Van der Vaart a centrocampo; Bale e Sigurdsson sulle fasce con Defoe al centro dell'attacco. Certo, bisognerebbe comprare un bel centravanti, visto il ritorno di Adebayor al Manchester City, ma non è detto che gli Hotspurs non si muovano in tal senso nei prossimi giorni di mercato. Tra l'altro, il manager portoghese si è detto fiducioso sui progressi della squadra nel pre-campionato.
Il Tottenham è tornato al top del calcio inglese grazie a Harry Redknapp, che ha riportato il club in Champions League dopo tanti anni. Ora tocca a Villas-Boas fare del suo meglio: quest'anno, la squadra londinese giocherà in Europa League, nonostante il quarto posto ottenuto l'anno scorso. Questo perché il Chelsea ha vinto la Champions con Di Matteo in panchina, all'epoca assistente di AVB nell'inizio della stagione passata. E, per questo, il Tottenham non ha potuto guadagnarsi l'accesso alla massima competizione europea. Corsi e ricorsi storici. Incroci di football che fanno anche male. Chissà che Villas-Boas non possa avere un'altra chance di stupirci.

Villas-Boas riparte dal Tottenham. Per stupire o per deludere?

14.8.12

UNDER THE SPOTLIGHT: Terrence Boyd

Rieccomi qui con la consueta rubrica sui giovani talenti in giro per il mondo. In "Under The Spotlight" di Agosto, parleremo di un precoce attaccante che si è fatto notare recentemente durante un'amichevole tra Rapid Vienna e Roma per le sue acrobazie: parlo di Terrence Boyd, centravanti statunitense - ma nato in Germania - di 21 anni, che gioca per il Rapid Vienna, squadra di grande blasone in Austria. Va ricordato, però, che il ragazzo era di proprietà del Borussia Dortmund, abilissimo nello scovare talenti in tenera età.


SCHEDA
Nome e cognome: Terrence Anthony Boyd
Data di nascita: 16 Febbraio 1991
Altezza: 1.87
Ruolo: Centravanti
Club: Rapid Vienna (2012-?)



STORIA
Terrence Boyd nasce a Brema il 19 Febbraio del 1991, ma i suoi genitori sono americani, perciò fin da subito si apre il dilemma: giocare per la nazionale a stelle e strisce o per quella tedesca? Già, parlo di nazionale perché sul talento del giovane centravanti non ci sono dubbi. Fin dalle giovanili dell'Hertha di Berlino - squadra che lo cresce come calciatore - si vede che il ragazzo ha la stoffa del campione; infatti, il club della capitale preleva Boyd nel 2008 dopo che ha già giocato per diverse squadre giovanili, inserendolo nella sua squadra di riserve, che giocava nella Regionalliga Nord (quarto livello del calcio tedesco). Nella seconda squadra dell'Hertha, il ragazzo esplode: segna 15 gol in 44 presenze in tre anni con i berlinesi, attirando così l'attenzione di numerose squadre.
Ma l'Hertha non è particolarmente acuto ed il contratto di Boyd, nel frattempo, scade, lasciando il ragazzo libero di scegliersi la sua prossima destinazione. A 20 anni, firma un contratto con i campioni di Germania del Borussia Dortmund: anche lì, giocherà in seconda squadra. Viene anche convocato ad Ottobre per una partita contro il Colonia, ma non entra in campo. In ogni caso, il Borussia Dortmund II gioca anch'esso in Regionalliga, ma nella regione Ovest; il campionato di Boyd sarà straordinario, tanto da arrivare terzo nella classifica dei cannonieri (16 gol) e far salire la seconda squadra giallonera in 3. Liga (terzo livello del calcio tedesco), grazie alla vittoria del campionato.
Ma Boyd capisce che non c'è spazio per lui neanche a Dortmund e così tenta la fortuna. Il Rapid Vienna fa un'offerta al Borussia, che accetta e lascia andare l'americano. Boyd stupisce tutti nel pre-campionato: contro la Roma si lancia in un doppio tentativo di rovesciata. Se una sbatte sulla traversa, l'altra mette il pallone in porta. Il suo nome diventa uno dei più cercati, ma c'è di più oltre ai numeri spettacolari: il ragazzo sembra essere molto promettente. E lo conferma durante il recente inizio del campionato austriaco. Il suo esordio a livello professionistico avviene il 21 Luglio 2012 contro il Wanner Innsbruck: subito due gol ed un assist! Con le sue giocate, il Rapid Vienna potrebbe riconquistare il titolo austriaco, che manca ormai da quattro anni. Tanti, per una squadra che l'ha vinto 32 volte. Inoltre, Boyd ha già esordito in Europa League con la maglia biancoverde, realizzando una rete nel successo per 2-0 contro il Vojvodina.



CARATTERISTICHE TECNICHE
Terrence Boyd è la classica prima punta, almeno dal punto di vista tattico: l'area di rigore è la sua "savana" e l'americano è il leone che la domina, come se giocasse in casa. Fisicamente ben dotato, Boyd ha un ottimo senso del gol, effettua movimenti continui in area e scatta sempre al momento giusto. Al di là delle rovesciate spettacolari, la sensazione è che potrebbe farne venti a stagione, anche evitando tutto lo show a cui ogni tanto si lascia andare. In ogni caso, Boyd è dotato anche di un buon destro, che gli permetterà di colpire anche fuori dai 16 metri finali. A giudicare da alcuni highlights, il ragazzo è dotato anche di una certa malizia in area di rigore, che per i centravanti non guasta mai.

STATISTICHE
2008/2009 - Hertha Berlino II: 8 presenze, 2 gol.
2009/2010 - Hertha Berlino II: 4 presenze, 0 gol.
2010/2011 - Hertha Berlino II: 32 presenze, 13 gol.
2011/2012 - Borussia Dortmund II: 32 presenze, 20 gol.
2012/2013 - Rapid Vienna (in corso): 6 presenze, 3 gol.

NAZIONALE
Come detto all'inizio dell'articolo, la questione per Boyd era: Germania o Stati Uniti? A giudicare anche la sua carriera giovanile, il ragazzo non ha mai avuto alcun dubbio. Difatti, Boyd ha sempre giocato e difeso i colori degli Stati Uniti d'America, giocando per questa nazionale fin dalle varie selezioni giovanili che ha frequentato. Ha giocato per l'U-20, per l'U-21, ha fatto un provino per la nazionale olimpica (che poi non si è qualificata per Londra 2012) e,  infine, ha esordito con la maglia degli U.S.A. nell'amichevole Italia-Stati Uniti giocata a Genova il 29 Febbraio 2012. Adesso, Boyd ha quattro presenze con gli americani e sicuramente, nei prossimi anni, sarà uno dei punti fermi della nazionale, dato che - storicamente - gli Stati Uniti hanno sempre sentito la mancanza di un vero centravanti nel loro schieramento iniziale.

LA SQUADRA PER LUI
Sembra strano, ma proprio la Roma di Zeman sarebbe stato il posto perfetto per crescere. Un centravanti giovane e mobile come lui sarebbe asceso alla ribalta sotto la guida del boemo. Peccato, ma ciò non toglie che il futuro per Terrence Boyd è molto luminoso. E' un giocatore di cui sentiremo parlare nei prossimi anni, in relazione ai migliori club del mondo.



11.8.12

Winning London.

E' successo l'inverosimile a questi Giochi Olimpici. Tutti avevano dato per scontato le prime quattro posizioni e le squadre che avrebbero occupato tali posti: Uruguay, Spagna, Gran Bretagna e lo stellare Brasile di Menezes. Ed invece è stato un torneo veramente sorprendente, che porta due storie incredibile con sé: il completo tonfo euro-sudamericano e l'affermazione non solo del Messico, ma anche delle rivelazioni asiatiche.

Partiamo dalle note negative. Guardando alle nazionali sudamericane, non si può non vedere come Uruguay e Brasile abbiano fallito miseramente nell'obiettivo prestabilito. Gli uruguaiani dovevano portare a casa addirittura l'oro, dopo uno straordinario periodo che ha portato al quarto posto nel Mondiale 2010 ed alla vittoria nella Copa America dell'ultimo anno in Argentina. Ma portare Cavani e Suarez (quest'ultimo anche capitano del team sudamericano) non è servito a niente; in un gruppo fattibile con i padroni di casa britannici, il Senegal e gli Emirati Arabi Uniti, l'Uruguay ha racimolato solo una vittoria e due sconfitte, uscendo subito dalle Olimpiadi. La motivazione della brutta performance uruguaiana va cercata probabilmente in una squadra debole dal punto di vista difensivo.
Anche peggio è andata al Brasile di Mano Menezes. Qualche mese fa vi avevo menzionato della medaglia d'oro olimpica, unico alloro mancante alla squadra verdeoro. Per essere sicuro di raggiungere l'obiettivo, Menezes si è portato dietro uno squadrone. Hulk, Marcelo e Thiago Silva sono stati i tre fuori-quota chiamati dal C.T., mentre la squadra ha avuto la possibilità di avere all'Olimpiade giocatori come Neymar, Lucas, Oscar, Sandro, Romulo, Pato e Leandro Damiao. Nonostante 15 gol segnati ed una media di tre reti a partita, il Brasile non è sembrato convincente sopratutto in fase difensiva: cinque gol subiti. Infine, il dramma della finale, dove il Brasile è stato battuto dal Messico per 2-1 e ha così mancato per l'ennesima volta l'unico trofeo che manca ai sudamericani, dimostrando che la nazionale deve ancora maturare in vista del Mondiale casalingo del 2014.

Neymar, 20 anni: anche lui ha fallito la missione dell'oro olimpico.


Scavando ulteriormente, le note negative proseguono guardando al Vecchio Continente. L'Europa non portava a casa un oro da vent'anni: erano le Olimpiadi di Barcellona e la Spagna di Luis Enrique e Guardiola batteva in finale 3-2 la Polonia. Stavolta, i padroni di casa britannici e la Spagna avevano perlomeno ottime chances di medaglia, ma è andata male ad entrambi. Il "team GB", ovvero la Gran Bretagna, ha portato una squadra di tutto rispetto a queste Olimpiadi, con un ottimo mix tra i giovani e l'esperienza di giocatori come Craig Bellamy ed il "mago gallese" Ryan Giggs. Ma la combinazione ha portato risultati buoni fino ad un certo punto, vista l'eliminazione rimediata ai quarti con la Corea del Sud ai calci di rigore. La Gran Bretagna ha giocato un buon girone, ma l'inesperienza di alcuni elementi a livello internazionale e le divisioni interne dovute ad un team formato da nazioni, a volte, apertamente in contrasto hanno portato a risultati contrastanti.
Ma se Londra piange, Madrid di certo non ride: la Spagna era attesa alla quarta vittoria dopo i due Europei ed il Mondiale conquistati con la nazionale maggiore. La Spagna U-21 aveva conquistato l'Europeo di categoria e c'era grande fiducia per le Furie Rosse. Ciò nonostante, la Spagna ha deluso le aspettative generali, rimediando due sconfitte con Giappone e Honduras ed un pareggio con il Marocco. La chiosa è rappresentato dai zero gol realizzati dalla squadra di Luis Milla, esonerato dall'incarico come C.T. dell'U-21. E non sono servite le presenze di Mata, Javi Martinez e di uno straordinario Jordi Alba, devastante all'Europeo, ma arrivato stanco alle Olimpiadi.
Il tonfo europeo viene sottolineato ancor più dalle premature eliminazioni di Svizzera e Bielorussia. Arrivate rispettivamente seconda e terza all'Europeo U-21 dell'anno scorso, entrambe sono uscite alla fase a gironi. In particolare, la Svizzera ha vissuto un torneo paradossale, con molti giocatori che si sono rifiutati di andare alle Olimpiadi per preparare al meglio la nuova stagione calcistica con i propri club.

Juan Mata, 24 anni: il suo apporto all'Olimpiade è stato nullo.


E ora le note positive. Una di queste è stata sicuramente l'imposizione delle nazionali asiatiche a questa Olimpiade. Giappone e Corea del Sud sono arrivate a questo torneo in situazioni diverse: il Giappone ha avuto qualche difficoltà nelle amichevoli pre-olimpiche e ha portato solo due fuori-quota; la Corea del Sud, invece, ha convocato molti giocatori che avevano già diverse presenze con la nazionale maggiore. In ogni caso, le due nazionali asiatiche hanno passato da prime il girone eliminatorio ed il Giappone lo ha fatto battendo addirittura la Spagna campione d'Europa. Una volta arrivate ai quarti, i nipponici hanno eliminato agevolmente l'Egitto, mentre i coreani hanno battuto i padroni di casa dopo i calci di rigore. Giunte in semifinale, entrambe hanno accusato la pressione e hanno ceduto nel percorso olimpico: i giapponesi hanno perso 3-1 con il Messico, i coreani 3-0 contro i favoriti brasiliani. La finale per la medaglia di bronzo è stata a senso unico, con i coreani decisamente più arrembanti dei loro avversari, che sembravano aver perso lo smalto che aveva caratterizzato le loro prime quattro partite a Londra. A parte l'esito finale, entrambe le squadre hanno disputato dei grandissimi Giochi, sottolineando come il movimento asiatico sia in crescita; merito anche del lavoro dei due coach, Takashi Sekizuka e Hong Myong-Bo. Tra coloro che sono arrivati al bronzo, i giocatori da seguire sono Ki Sung-Yueng, Kim Bo-Kyung, Ji Dong-Won e Koo Ja-Cheol: questi quattro sono già parte dell'ossatura che compone la nazionale maggiore. Tra i giapponesi, sono da segnalare il portiere Gonda, il capitano Yoshida, il mediano Ogihara, il funambolico Otsu ed il velocissimo Nagai: tutti loro potranno ambire alla nazionale nipponica in futuro, tranne Yoshida che ne è già parte in pianta stabile.

Maya Yoshida, 23 anni, e Park Chu-Young, 26, simboli dell'ottima rappresentanza asiatica.


Infine, la sorpresa più grande. Anzi, la sorpresa màs grande. Il Messico è arrivato a queste Olimpiadi dopo aver mostrato una grossa crescita a livello giovanile: difatti, la nazionale centro-americana aveva vinto i Mondiali U-17 dell'anno scorso ed il terzo posto nel Mondiale U-20, disputato sempre nel 2011. Insomma, la maturazione di certi talenti - tra cui Giovani Dos Santos - era sotto gli occhi di tutti; aggiungiamoci a questo l'aggiunta di tre fuori-quota come l'esperto Carlos Salcido, il capitano Corona ed il cannoniere Peralta ed il Messico è diventato candidato ad una medaglia. Se il giovane ex Barcellona è stato utile sopratutto nella fase a gironi, Corona è diventato fondamentale nei quarti con il Senegal, salvando più volte la propria porta. Infine, Oribe Peralta sarà celebrato per molti anni, vista la sua doppietta decisiva nella finale olimpica contro il Brasile, dopo aver già realizzato il 2-1 nella semifinale contro il Giappone. Tra i giovani che si sono presentati a questa Olimpiade con la maglia de "La Verde", alcuni sono stati veramente interessanti: Fabiàn, Enrìquez, Mier, Reyes ed Aquino. Il 4-3-3 e la conduzione di Luis Fernando Tena ha fatto il resto per il miracolo d'oro. E' stato bello vedere una squadra così unita ed arrivare ad un obiettivo così grande, proprio in un momento così difficile per il paese. "Winning London", avrebbe detto qualche felicissimo tifoso messicano in quel di Londra. Vedremo se anche ai prossimi Mondiali questi exploit saranno confermati.. intanto, Messico e Giappone avranno occasione di ri-confermarsi anche alla prossima Confederations Cup, in programma per il Giugno 2013.

Oribe Peralta, 28 anni, match-winner nella finale olimpica contro il Brasile.

8.8.12

Il fu Golden Boy.

Dieci anni fa aveva il mondo ai suoi piedi. I suoi gol facevano il giro del mondo, facendo vibrare Anfield a ogni sua giocata. Ma la vita di Michael Owen è cambiata parecchio: se dieci anni fa era uno dei giocatori più forti del mondo, con il futuro nelle sue mani, oggi è solo uno dei tanti svincolati che offre un mercato dominato dalla crisi economica e dagli sceicchi pigliatutto. Ma cos'è successo a questo straordinario giocatore per arrivare fino a questo punto?

Owen e la serata migliore della sua carriera con l'Inghilterra: la tripletta a Monaco di Baviera contro la Germania.

Nato nel 1979, la leggenda racconta che il ragazzo sarebbe dovuto nascere in Galles, ma l'ospedale più vicino era a Chester, in Inghilterra, e questo fu il motivo grazie al quale gli inglesi l'hanno potuto ammirare con la nazionale dei Tre Leoni. Alla Deeside Primary School, Owen infrange i record: 97 gol in una stagione, superando i 72 segnati da Ian Rush
A 12 anni, il Liverpool si accorge di lui e lo tessera, nonostante si racconti che il piccolo Owen fosse tifoso dell'Everton, la rivale cittadina dei Reds. Dopo essersi diplomato, firma il primo contratto per il Liverpool a 17 anni, entrando a far parte di una storia gloriosa, ma buia in quegli anni, in cui il club fatica a tornare al successo degli anni '80.
Il suo esordio è vicino: dopo la vittoria nella FA Youth Cup del 1996, Michael veste per la prima volta la maglia del Liverpool in competizioni ufficiali in Wimbledon-Liverpool del 6 Maggio 1997, nel quale trova anche il primo gol di una lunga carriera. Dalla stagione 1997/98, anche per un infortunio subito da Robbie Fowler, Owen entra in prima squadra per non uscirne più. 
La sua prima stagione da pro è fenomenale: 23 gol in 44 partite giocate con la maglia dei Reds. A quel punto, Glenn Hoddle - c.t. dell'Inghilterra - non può ignorare l'exploit e chiama il Wonder Boy per i Mondiali del 1998. Segna in un'amichevole con il Marocco, diventando il più giovane marcatore nella storia della nazionale inglese (record poi battuto da Wayne Rooney).
La sua popolarità è così ampia da chiedere che Owen sia il titolare accanto a Shearer. Hoddle cede, venendo ricompensato per l'azzardo: il ragazzino gioca un Mondiale straordinario. Realizza un gol e colpisce un palo nella gara persa contro la Romania; negli ottavi di finale contro l'Argentina,  poi, illumina il mondo con un gol che lo consacra a livello internazionale.
Purtroppo, l'avventura inglese a quei Mondiali finirà in quella partita. Ma Owen è lanciato verso la gloria e con il Liverpool continua a stupire: nel biennio post-Mondiale, l'attaccante firma 35 gol in 70 partite. Nel 2001 arriva la consacrazione definitiva, con il Liverpool vince cinque trofei: Carling Cup, F.A. Cup, Coppa UEFA, Charity Shield e Supercoppa Europea.
Il numero 10 realizza due gol nella finale di F.A. Cup contro l'Arsenal e segna quattro gol nella camminata vincente in Coppa UEFA. In più decide la Supercoppa Inglese contro il Manchester United e quella Europea contro il Bayern Monaco. La ciliegina finale arriva il 1° Settembre 2001, quando segna una tripletta nella trionfante sfida dello Stadio Olimpico di Monaco, in cui l'Inghilterra batte la Germania a domicilio per 5-1.
Inevitabile l'epilogo: Owen è il Pallone d'Oro 2001, con buona pace di Raul, Kahn, Beckham, Totti e Figo. Da quel momento in poi, però, l'apice della carriera di Owen è già alle spalle. Sotto porta è sempre letale, sia nel Liverpool (75 gol in 135 partite, spalmate in tre stagioni) che in nazionale (14 gol in 34 partite), ma non arriva nessun altro alloro, se non un'altra Carling Cup.
Le delusioni con la nazionale sono molteplici: al Mondiale del 2002, l'Inghilterra esce ai quarti con il Brasile; a Euro 2004, ci si arrende al Portogallo dopo i rigori. Owen segna, ma non trascina la nazionale. E c'è anche l'addio a Liverpool: Gerard Houllier non è più l'allenatore e al suo posto è arrivato Rafael Benitez.
Lo spagnolo vorrebbe ripartire da Owen, ma il numero 10 del Liverpool è in panchina affinché possa giocare in Europa con la squadra che lo comprerà. Il Real Madrid per 10 milioni di euro più Antonio Nunez, che effettua il percorso inverso rispetto al campione inglese.

Il Liverpool è stato il vero interruttore della carriera di Owen.

Al Santiago Bernabeu, Owen non è che l'ennesimo "pezzo da novanta" comprato dal Real nella solita faraonica campagna estiva di Florentino Pérez. E gli inizi con i Blancos sono duri: i tifosi spagnoli si lamentano della sua scarsa forma. Tuttavia, Owen comincia a segnare, fino a realizzare 18 marcature in 41 match stagionali: l'inglese ha la migliore media-gol tra gli attaccanti. 
Ciò nonostante, i Blancos acquistano Julio Baptista dal Siviglia e Robinho dal Santos l'estate successiva. Così l'avventura di Michael Owen a Madrid è già finita e lui decide di tornare in Premier League: dove il Newcastle United spende ben 21 milioni di euro per averlo. Da par suo, il Real riesce nella rarissima impresa di realizzare una plusvalenza. 
I Magpies sono funzionali al garantirsi la titolarità ai prossimi Mondiali del 2006. 20 mila persone si precipitano a vedere la presentazione del Golden Boy e molti si chiedono quale potrà essere il vero apporto di Owen dopo l'annus horribilis di Madrid. La stagione è travagliata: vari infortuni limitano il potenziale del giocatore, che però ha una media-gol invidiabile, con sette reti segnate in 11 partite. 
Diversi imprevisti potrebbero tenerlo lontano dal Mondiale, ma Owen ce la fa e gioca le prime due partite, prima di infortunarsi gravemente contro la Svezia. La diagnosi non lascia scampo: rottura del legamento anteriore del crociato. Il risultato? Un anno di stop, con Owen che torna ad allenarsi solo nel febbraio del 2007. Tre partite senza gol sonoil bilancio della stagione 2006/07: un disastro.
Nel frattempo, Freddy Shepherd, presidente del club, ipotizza una sua cessione, sebbene precisi che nessuno dei quattro grandi club inglesi sia su di lui. Ma Owen decide di non sfruttare la clausola di rescissione (10 milioni di euro), bensì riparte da zero per la stagione successiva. Ancora una volta, sulla sua strada si parano numerosi infortuni, che limitano le sue presenze. 
Tuttavia, Owen segna 13 gol in 33 partite stagionali e dimostra di poter dare ancora qualcosa. Le notizie negative, però, arrivano dalla nazionale: con la nomina di Fabio Capello come c.t., Owen è out, vista la presenza di una punta sola nel modulo dell'Inghilterra. E in quel ruolo c'è già Wayne Rooney. Finisce così, con 40 gol in 89 presenze, l'avventura di Michael Owen con la maglia della nazionale dei Tre Leoni.
Le cose non vanno meglio neanche al Newcastle. Il 2008/09 è una stagione terribile: l'attaccante perde tutto il ritiro pre-campionato a causa degli orecchioni, i Magpies sprofondano in classifica e il suo contratto è all'ultimo anno. Mentre Owen posticipa il rinnovo alla fine della stagione, si susseguono le voci di un suo ritiro e il Newcastle retrocede incredibilmente, nonostante una squadra con tanti nomi prestigiosi. 
Così Michael fugge da Newcastle, per finire a sorpresa al Manchester United. L'attaccante afferma sempre di "essere stato sorpreso dalla proposta di Ferguson, venuta fuori dal nulla"; l'ex Liverpool firma per due anni con i Red Devils, ritagliandosi un ruolo da rincalzo. Owen si prende una responsabilità pesante, ereditando il numero 7 di quel Cristiano Ronaldo volato a Madrid per 95 milioni di euro.
I momenti buoni per Michael Owen al Manchester United si possono contare sulle dita di una mano e sono quasi tutti concentrati nella prima stagione: il gol decisivo nel derby di Manchester per il 2-1 finale, la tripletta in Champions League in casa del Wolfsburg e il gol di apertura nella finale di Carling Cup contro l'Aston Villa, vinta poi dal Manchester United per 2-1. 
I ricordi positivi finiscono qui: in mezzo, tantissimi infortuni e un basso minutaggio. Nove gol nella prima stagione, ma nel 2009/10 sono solo cinque. Ferguson gli propone un estensione di un anno del contratto e Owen accetta, ma nell'ultima stagione l'attaccante è sembrato messo da parte e ha giocato solo quattro partite, con tre gol all'attivo. 
A 32 anni, Owen sta cercando un altro posto dove poter rinascere e dimostrare che tutto quello che ha dato nei primi anni della sua folgorante carriera non è solo un lontano ricordo. Molti tifosi del Liverpool ne sognano il ritorno. Ma la domanda è un'altra: rivedremo mai il Golden Boy che saltava Ayala come un birillo e sparava il pallone all'incrocio? Speriamo di sì.

Michael Owen, ? anni, ha concluso la sua avventura con il Manchester United.

4.8.12

Death-goal.

4 Agosto 2011: è passato un anno. Già sono volati 365 giorni dalla morte di Naoki Matsuda, calciatore giapponese di 34 anni, deceduto l'anno scorso per un attacco cardiaco che ha peggiorato le sue condizioni e lo ha condotto alla morte in questa stessa data del 2011. Matsuda, grande difensore giapponese, una sorta di Paolo Maldini nipponico,  aveva lasciato Yokohama dopo 15 anni di onorata carriera con la maglia blu dei Marinos ed aveva scelto come nuova destinazione il Matsumoto Yamaga, formazione di Japan Football League (la terza serie giapponese), per aiutare la squadra a crescere ed aumentare la visibilità della lega. Il 2 Agosto 2011, Matsuda si accascia al suolo durante un allenamento della sua squadra: la causa è un arresto cardiaco, avuto durante una corsa di riscaldamento di quindici minuti. Da quel momento, il mondo giapponese del pallone si stringe attorno ad un grande campione, sperando che recuperi; ma non ci sono grosse possibilità e, due giorni dopo, Naoki Matsuda lascia questo mondo (pallonaro e non) a soli 34 anni. Un colpo fortissimo, che avrà un forte eco in Giappone (con tanto di match commemorativo per ricordarlo) e sarà nelle prime pagine sportive del mondo. Ma non è un caso isolato.

Naoki Matsuda, 34 anni, qui nel discorso d'addio alla maglia degli Yokohama F. Marinos.


Sì, perché se si va a controllare quante morti siano collegate al calcio ed in particolare a problemi cardiaci, il risultato è sconcertante: circa una cinquantina, che vanno dagli anni '20 fino ai giorni nostri, dove questi casi stanno diventando anche troppo frequenti. Guardando alla storia recente del football, si trovano troppi casi di morti sul campo, in Italia e fuori. Casi che ti fanno chiedere se si possa morire per quello che, alla fine, non è nient'altro che un gioco. Eppure accade e noi possiamo farci poco alcune volte; la prevenzione è l'unica arma che rimane all'essere umano in questi casi. Controlli severi non possono evitare che certe cose accadano, ma possono perlomeno evitare che qualcuno faccia un'attività sportiva che il suo corpo non può sopportare.
All'estero, negli ultimi dieci anni, i casi si sprecano: sono almeno una ventina, ma altri tre hanno catturato una particolare attenzione nel mondo del calcio. Il primo è quello di Marc-Viven Foé: calciatore del Manchester City e del Camerun. Foé è una delle punte di diamante del calcio camerunense, con due Coppe d'Africa e due Ligue 1 già conquistate a 28 anni, più una precedente esperienza di due anni nel calcio inglese, al West Ham. Arrivato al City in prestito dall'Olympique Lione, Foé ha un'ottima stagione con la maglia dei Citizens di Manchester, sempre presente e con ben nove gol all'attivo; uno di questi gol è anche l'ultimo segnato dal City nel vecchio stadio di allora, il Maine Road. In estate, vista la vittoria in Coppa d'Africa, il Camerun viene ospitato a disputare la Confederations Cup del 2003 in Francia; la squadra africana disputa un ottimo torneo, passando il girone eliminatorio ed arrivando alla semifinale contro la Colombia. In quella partita del 26 Giugno 2003, Foé si accascia al centro del campo verso la fine del match, seppur non sia circondato da nessun giocatore; sono diversi i tentativi di rianimarlo in campo e fuori e, sebbene quando arrivi al centro medico dello stadio sia ancora vivo, tali sforzi si rivelano inutili. Marc-Vivien Foé muore ed il torneo passa in secondo piano; la cosa incredibile è che la prima autopsia non basta a rivelare la causa della morte. Solo con una seconda autopsia si arriva a comprendere il motivo del decesso: una cardiomiopatia  ipertrofica, che è ereditaria e che non permette di svolgere un esercizio fisico con un tale sforzo.
Le celebrazioni per l'atleta e per l'uomo sono talmente tante da riempire tutto l'arco di tempo che ci separa dal secondo caso: Miklos Feher. Centravanti ungherese, viene scoperto giovanissimo dal solito Porto, che lo compra e lo fa girare per il Portogallo per crescere; Feher esplode nel Braga della stagione 2000/2001, con 14 gol che lo consacrano. Ma non ha garanzie di giocare nel Porto e preferisce lasciare i Dragoes, trasferendosi a Lisbona, sponda Benfica, dove gioca per due anni con risultati alterni, prima del fatidico 25 Gennaio 2004. Durante la trasferta contro il Vitoria Guimaraes, Feher viene ammonito durante il tempo di recupero; l'ungherese sorride, poi si porta le mani sul petto, prima di crollare sul campo. Il personale medico corre subito in suo aiuto, con tanto di macchina per la rianimazione ed ambulanza in campo, per portargli la pronta assistenza di cui necessita. Purtroppo sarà tutto inutile: sebbene arrivi in ospedale, Miklos Feher muore prima della mezzanotte del 26 Gennaio 2004, a soli 25 anni. A condannarlo è stata un'aritmia cardiaca, causata (anche qui) da una cardiomiopatia ipertrofica.
Il terzo caso è forse quello più doloroso e, al tempo stesso, più clamoroso di tutti: parlo di Antonio Puerta, esterno sinistro del Siviglia e della nazionale spagnola. Il ragazzo spende tutta la sua carriera calcistica nella squadra andalusa, crescendo nelle sue giovanili accanto a campioni come Sergio Ramos, Jesus Navas e Juan Antonio Reyes; con il Siviglia, vince trofei su trofei in quegli anni, tra cui due Coppe UEFA, una Supercoppa Europea, una Copa del Rey ed una Supercoppa Spagnola. Un'incetta di trofei che attira l'attenzione anche delle grandi squadre europee, le cui offerte vengono però rifiutate da Puerta, affezionato come è a Siviglia, sia come città che come squadra. Nel 2007, però, la sfortuna lo perseguita: durante il match casalingo della stagione 2007/2008 contro il Getafe, Puerta subisce un arresto cardiaco ed i compagni Dragutinovic e Palop, insieme allo staff medico, gli salvano la vita, mentre il giocatore perde conoscenza. Ciò nonostante, il ragazzo si rialza e riesce a tornare negli spogliatoi a piedi, ricevendo l'applauso dei tifosi. Ma ci vogliono pochi momenti prima che il ragazzo collassi nuovamente e stavolta non c'è niente da fare: Antonio Puerta muore tre giorni dopo, il 28 Agosto 2007, a causa di un collasso multiplo degli organi e di un danno irreversibile al cervello, causato dai tanti infarti subiti dal suo cuore; tutto ciò - spiegherà il dottore - è stato causato da una displasia ventricolare destra aritmogena, una malattia genetica del cuore riguardante il ventricolo destro. La vicenda assume tratti strazianti se si pensa che Puerta aspettava il suo primo figlio. Tutto il mondo del calcio si stringe attorno alla famiglia ed alla squadra: la manifestazione di supporto durante la finale di Supercoppa Europea del 2007 fra Milan e Siviglia è una delle cose più belle che riesco a ricordare a livello sportivo da quando ho memoria.

Antonio Puerta, 22 anni, difensore del Siviglia leggendario di Juande Ramos.


Chiaro che l'estero è stato al centro di vicende più grandi perché i controlli sono meno severi che in Italia, dove gli accertamenti vengono svolti almeno due volte l'anno: personalmente, li ritengo ancora troppo temporalmente separati l'un l'altro, ma la prevenzione italiana è più avanti rispetto alla media europea. Nonostante questo, come detto già in precedenza, evitare totalmente questi casi è impossibile: la vita interviene in maniere che noi non possiamo prevedere e così avviene anche in Italia, anche se vi sono controlli rigidi.
Renato Curi è un esempio italiano di come, sebbene ci sia la prevenzione, non si possa cancellare certe eventualità: giovane centrocampista del Perugia dei miracoli di Ilario Castagner, Curi è parte integrante di quella squadra che portò il capoluogo umbro - per la prima volta - nel calcio che conta. Difatti, nella stagione 1974/1975, arriva la promozione dalla B alla A, ottenuta anche grazie a due gol decisivi del giovane Renato contro il Verona. Una sua rete contro la Juve, nell'ultima giornata della stagione successiva, fa perdere lo scudetto ai bianconeri, consegnandolo al Torino di Gigi Radice. L'annata 1976/1977 è quella della consacrazione per Curi, che segna otto gol e contribuisce al sesto posto finale del Perugia, che arriva alle soglie della zona per le coppe europee; ma la tragedia è dietro l'angolo. Il 30 Ottobre 1977, a Perugia, arriva la Juventus, con la quale la squadra umbra si gioca la testa della classifica; Curi è reduce da un infortunio e recupera appena in tempo per disputare questa sfida. Durante la partita, però, il centrocampista umbro si accascia al suolo dopo aver tentato uno scatto. Morirà così, a 24 anni, per un arresto cardiaco ed il nome dello stadio cambia in "Stadio Renato Curi" per dimostrare l'amore di Perugia per lui.
Intanto, cambiano le generazioni, ma 35 anni dopo ci siamo ritrovati con una situazione simile: è fresca la memoria se ci ricordiamo di Pier Mario Morosini, giocatore del Livorno. Il ragazzo ha un'adolescenza difficilissima: perde i genitori ed il fratello, da solo si occupa della sorella disabile. Sono contorni che regaleranno alla storia una sostanza ancora più cruda da mandare giù. Una carriera in giro per l'Italia: comprato dall'Udinese (solita nel vederci lungo con gli atleti promettenti), Pier Mario spazia in tutto lo stivale, vestendo le maglie di Bologna, Vicenza, Reggina, Padova ed ancora Vicenza. Ma l'Udinese non lo lascia mai andare, vede un futuro in lui e così lo manda in prestito a Livorno nel Gennaio di quest'anno, per dargli un po' di minutaggio e più fiducia nei suoi mezzi. Il ragazzo si fa valere e diventa una colonna del centrocampo labronico in una stagione molto difficile. Ma il 14 Aprile del 2012, durante la trasferta di Pescara, Morosini cade da solo, per poi rialzarsi, per poi ricadere; tenta di rialzarsi nuovamente, ma non ce la fa. Qualche giocatore del Pescara lo nota e chiede all'arbitro di fermare il gioco, così come si ferma il respiro dei presenti all'Adriatico; qualcuno già piange, non vuole pensare al peggio. Ma se l'ambulanza ti entra sul terreno di gioco, è normale che i brutti pensieri aleggino nella tua mente. Pier Mario Morosini muore alle 16.45 di quel pomeriggio, alla giovane età di 26 anni: numerose sono le commemorazioni ed i commiati per il centrocampista bergamasco, il cui numero viene ritirato dal Livorno.
Vedendo tutti questi casi, non puoi fare a meno di chiederti: non possiamo fare di più per evitare tutto questo? E' nella natura umana chiederselo. Purtroppo, la risposta sembra più complicata da cercare di quanto non sembri.

Pier Mario Morosini, 26 anni: la sua morte ha causato un 
grosso shock nel panorama calcistico italiano.