29.10.12

ROAD TO JAPAN: Hideto Takahashi

Rieccoci qui per un'altra puntata della nostra rubrica "Road To Japan", sempre alla scoperta dei più interessanti talenti nel panorama del calcio giapponese. Oggi metteremo sotto i riflettori un ragazzo che potrebbe viaggiare per l'Europa già nel mercato invernale: richiesto da molte squadre, è ormai nel giro della nazionale. Con la sua squadra ha già vinto un paio di trofei e ha recentemente disputato la Champions League asiatica. Stiamo parlando di Hideto Takahashi, centrocampista dell'F.C. Tokyo.

SCHEDA
Nome e cognome: Hideto Takahashi (高橋 秀人)
Data di nascita: 17 Ottobre 1987
Altezza: 1.82
Ruolo: Centrocampista difensivo, difensore centrale
Club: FC Tokyo (2010-?)



STORIA DI UNA STELLA
Hideto Takahashi nasce il 17 Ottobre del 1987 nella Prefettura di Gunma, la più centrale di tutta la geografia nipponica. Dove crescono le piante "konjac" e nascono le Subaru, si fa strada anche un ragazzo dall'interessante talento. Il ragazzo, infatti, tira i suoi primi calci nelle giovanili del Tonan SC, partecipando anche al torneo giovanile U-15 riguardante i ragazzi delle scuole, dove arriva terzo con la sua squadra. Da lì, Takahashi si iscrive prima al liceo Maebashi, poi all'Università Gakuei di Tokyo: in entrambi i casi, egli continua a giocare a calcio, con la speranza di sfondare, senza però dimenticare lo studio. Grazie alle sue prestazioni con la squadra della sua università, Hideto viene notato dalla Federazione Giapponese e riesce ad entrare nel programma speciale della J-League, grazie al quale vengono designati dei giocatori che meritano una chance nella massima divisione nazionale. Insomma, una specie di "draft" americano stile NBA, nel quale Takahashi viene selezionato nel 2008 dall'F.C. Tokyo, che lo tessera definitivamente nel 2010, nonostante l'interesse molto forte di molteplici club. A quel punto, il ragazzo - conclusi gli studi ed ottenuta la laurea - può conquistare anche la J-League.
Nel 2010 arriva l'esordio in campo nazionale: a Maggio gioca nella Nabisco Cup, a Luglio colleziona anche la prima presenza in campionato. Gioca sia da centrale difensivo che da mediano di centrocampo, ma durante la prima stagione da professionista le presenze sono solo sei presenze; chiaro che il ragazzo deve farsi le ossa.
L'occasione nasce proprio dalla pessima situazione in cui naviga l'F.C. Tokyo: dopo aver vinto la Coppa dell'Imperatore l'anno precedente, la squadra riesce in un clamoroso salto all'indietro nelle prestazioni, retrocedendo nell'ultima giornata. Così, i rossoblu della capitale retrocedono in J-League 2.
E' la svolta per Takahashi: non solo guadagna posti nelle gerarchie dei titolari, ma il suo allenatore Oyuma lo sposta a centrocampo, ritenendo di non avere giocatori adatti per il ruolo di regista. Grazie a quest'intuizione, la squadra beneficia del talento del ragazzo di Gunma e lo stesso Takahashi cresce esponenzialmente nelle proprie prestazioni. I risultati non tardano ad arrivare: il centrocampista gioca ben 38 partite, condite da cinque gol. Inoltre, grazie ad un team superiore, l'F.C. Tokyo stravince la J-League 2 e risale nella massima categoria, vincendo il campionato con otto punti di vantaggio. Non solo: la squadra della capitale trionfa anche nella prestigiosa Coppa dell'Imperatore per la prima volta nella sua storia. E' la terza squadra non appartenente alla prima categoria nazionale a vincere quest'importante trofeo, la prima dalla giovane J-League 2.
Quest'anno Takahashi ha stabilmente occupato il posto di titolare e ha giocato sia in campo nazionale che nella Champions League asiatica. Inoltre, il suo nuovo allenatore Popovic lo ha definitivamente reso un centrocampista, lasciandolo giocare poco come centrale di difesa. Recentemente Sir Alex Ferguson ha messo gli occhi su di lui e si parla già di United a Gennaio: che Takahashi possa unirsi a Kagawa in quel di Manchester?

CARATTERISTICHE TECNICHE
Evidenziamo subito una dote del ragazzo: la duttilità. Il fatto di poter giocare sia centrale di difesa che regista di centrocampo lo aiuta moltissimo. In caso d'emergenza, come sta accadendo nelle ultime settimane per l'F.C. Tokyo, spostare un ragazzo con una buona tecnica in difesa può essere d'aiuto in un doppio modo: si colma le assenze in retroguardia e si può impostare il gioco fin dai centrali difensivi. Il ragazzo è dotato anche di una buona personalità, che gli ha permesso di emergere finora e di guadagnarsi anche la chiamata di Zaccheroni nella nazionale giapponese. Il suo modello è Patrick Vieira: chissà che Takahashi non possa un giorno raggiungerlo..

STATISTICHE
2010 - FC Tokyo: 7 presenze, 0 gol
2011 - FC Tokyo: 38 presenze, 5 gol*
2012 - FC Tokyo (in corso): 37 presenze, 2 gol
*in J-League 2

NAZIONALE
Takahashi ha rappresentato il Giappone già alle Universiadi del 2009, dove era il capitano della squadra che colse il bronzo a Belgrado. Una squadra molto forte, in cui per altro c'erano anche Kensuke Nagai e Hiroki Yamada, di cui abbiamo parlato nei numeri precedenti di questa rubrica. Nel Maggio del 2012, dopo esser stato visionato molte volte, Takahashi esordisce con la maglia della nazionale maggiore in un'amichevole a Niigata contro l'Azerbaigian. A Settembre, scende nuovamente in campo per un altro match amichevole, stavolta contro gli Emirati Arabi Uniti; pochi giorni fa, invece, ha calcato per qualche minuto il prato del Saint-Denis nella partita d'esibizione contro la Francia, vinta dai nipponici per 1-0. Insomma, è nel giro della nazionale: bisogna solo vedere quando ci sarà un'occasione ufficiale per mostrare le sue capacità.

LA SQUADRA PER LUI
Come si accennava all'inizio dell'articolo, se ti cerca Sir Alex Ferguson.. beh, un buon motivo ci dev'essere. Il ragazzo ha bisogno di migliorare ancora e forse un salto di questo genere sarebbe anche troppo grande. Eppure le potenzialità ci sono e Takahashi può sicuramente ambire all'Europa: la Germania sembrerebbe la meta ideale, visto che il centrocampista ha bisogno di maturare ancora e ci vuole pazienza per aspettare i giovani. Una dote non diffusissima né in Spagna, né (sopratutto) in Italia. In Inghilterra ci vuole un certo fisico, sopratutto per un ruolo del genere, e quindi pensarlo già pronto per la Premier viene difficile; certo, la duttilità lo aiuterà ad essere appetibile per molte squadre europee. Così come il suo prezzo: un milione di euro secondo il sito transfermarket.com.



25.10.12

The Un-European Man.

Non ci deve aver dormito la notte. L'ultima serata di Champions League ha consegnato l'ennesima dramma europeo a un allenatore che in campo internazionale non ha riscosso grossi risultati: Roberto Mancini. Nonostante i suoi successi nei tornei nazionali (sia in Italia che in Inghilterra), il Mancio non riesce proprio ad avere un buon rapporto con le competizioni europee. Basti pensare che il miglior risultato in campo europeo ottenuto da Mancini risale a 10 anni fa: un'eternità.

Qui il Mancio ai tempi della Samp con Vialli: ne fu capitano e uno dei più grandi giocatori.

Roberto Mancini è stato un grandissimo giocatore; anzi, visti i suoi trascorsi con la maglia azzurra, forse ha raccolto anche poco dalla sua immensa classe. Con le maglie di Bologna, Sampdoria e Lazio, ha illuminato il campionato italiano con le sue magie per vent'anni; una volta appesi gli scarpini al chiodo, era chiaro che potesse fare l'allenatore. 
Il primo club è stato la Fiorentina, che ha portato a vincere una Coppa Italia nel 2001, ma ha anche accompagnato verso la retrocessione dell'anno successivo. Ciò nonostante, avere un'esperienza del genere a 36 anni ha dimostrato come Mancini avesse personalità e capacità di gestire il gruppo. Il passo successivo fu la Lazio, della quale fu tecnico dal 2002 al 2004: un 4° e un 6° posto, una semifinale di Coppa UEFA e un'altra vittoria in Coppa Italia.
A quel punto, Massimo Moratti lo chiama all'Inter l'anno successivo. Con Mancini, i nerazzurri tornano a vincere lo scudetto dopo 17 anni, seppur esso sia stato assegnato a tavolino dopo lo scandalo di Calciopoli. Nel successivo biennio, l'Inter vince ancora il campionato: nella prima dominando, nella seconda soffrendo fino all'ultima giornata contro la Roma di Spalletti. A questi trofei vanno aggiunte altre due Coppe Italia.
Nonostante i successi, Mancini si separa dall'Inter a causa delle dichiarazioni dopo Inter-Liverpool, partita che sancì l'ennesima eliminazione europea dei nerazzurri. La società decise di dare spazio a Mourinho e all'era del Triplete, mentre Mancini rimase a piedi per poco più di un anno, finché non si comincia a parlare della possibilità di andare in Premier League. La possibile meta è il Manchester City.
Gli sceicchi vorrebbero la Champions League, ma l'allenatore Mark Hughes non sta ottenendo i risultati previsti. Mancini arriva alla guida dei Citizens nel dicembre 2009, risolvendo il suo contratto con l'Inter; purtroppo, neanche il tecnico di Jesi riuscì a centrare l'obiettivo, perdendo nella sfida decisiva contro il Tottenham e finendo 5° in classifica, posizione comunque utile per prender parte all'Europa League.
Nell'estate 2010, Mancini mette in piedi una rivoluzione, acquistando Balotelli, Yaya Touré, David Silva e facendo tornare Joe Hart alla base. Il City fa un buon cammino in campionato, mentre in Europa esce presto dall'Europa League. A maggio, però, i tifosi tornano a festeggiare un successo dopo 35 anni, ovvero la vittoria in F.A. Cup. Inoltre, c'è la qualificazione diretta in Champions League per la prima volta nella storia, grazie al terzo posto in campionato.
Nell'estate successiva, il City acquista anche Sergio Aguero e Samir Nasri, spendendo 75 milioni di euro. Nonostante un altro fallimento europeo, i ragazzi di Mancini si riscattano, conquistando la Premier League dopo 44 anni, in un finale assurdo: sotto 2-1 all'inizio del 90', il City rimonta e vince con il gol decisivo del Kun, finendo davanti ai cugini dello United. Inoltre, va aggiunta la Charity Shield conquistata contro il Chelsea.

Mancini e la Coppa Italia, un legame speciale: 10 vittorie per lui in questa competizione. Qui quella vinta con la Fiorentina nel 2000-01.

La morale della favola qual'è, quindi? C'è un tecnico capace di vincere ben 12 trofei nazionali con quattro diverse squadre in 11 anni di carriera. Buon risultato, se non fosse che ci sono i sogni europei a tenere sveglio il Mancio. Non a caso, egli dichiarò all'inizio di questa stagione che l'obiettivo a lungo termine del City era vincere la Champions; adesso, dalle parti dell'Etihad Stadium, non ne sono più tanto sicuri.
Sconfitta al Bernabeu contro il Real, pareggio fortunoso in casa contro il Borussia e sconfitta all'Amsterdam Arena contro l'Ajax. Un punto in tre partite: questo è il bilancio europeo del City nella Champions di quest'anno. Per carità, non è tutto perduto, ma compromesso sì. Del resto, il problema principale del tecnico italiano è stato sempre l'Europa, nonostante una forte ambizione anche in campo internazionale.
L'esordio di Mancini in Europa avviene con la Fiorentina nel 2001: con la conquista della Coppa Italia, i viola hanno diritto a giocare in Coppa UEFA. Sarà un'avventura breve: al terzo turno, i gigliati vengono eliminati dal Lilla, già giustiziere del Parma nei preliminari di Champions. Va meglio con la Lazio, dove Mancini arriva fino alla semifinale di Coppa UEFA nel 2003, prima di cedere al Porto di Mourinho. 
La Champions attende i biancocelesti nella stagione successiva, ma l'esperienza si conclude nella fase a gironi, dove la Lazio termina all'ultimo posto. Poco importa: all'Inter lo aspettano quattro partecipazioni consecutive alla Champions. Purtroppo, due quarti di finale i massimi risultati ottenuti da Mancini in Europa con i nerazzurri. A questi, vanno aggiunti altri due ottavi di finale. Insomma, poco o nulle per le ambizioni nerazzurre. 
Ed è proprio l'ultimo fallimento di Champions, targato Liverpool, a incrinare i rapporti tra la dirigenza e Mancini. Giunto a Manchester, si pensa che il tecnico abbia l'occasione d'oro per riscattarsi in Europa; i soldi degli sceicchi e gli investimenti pesanti gli permettono di avere una signora squadra. Ciò nonostante, già nel 2010-11 - in Europa League - le cose non vanno e il City viene eliminato agli ottavi di finale dalla Dinamo Kiev. 
Nella stagione successiva, arriva il tanto atteso esordio in Champions in un girone di ferro: Bayern Monaco, Napoli e Villareal. Nonostante i Citizens sembrano poter passare il turno, è il Napoli di Mazzarri a sorprenderli: il City finisce terzo, destinato all'Europa League. Sebbene abbia una squadra in grado di vincere la competizione a mani basse, il City esce ancora, sempre negli ottavi di finale, contro lo Sporting di Lisbona. 
Insomma, l'Europa è una maledizione per Mancini. E serve a poco avere la faccia tosta di dire che non hai una Ferrari su cui sederti, perché gli sceicchi hanno speso ancora quest'estate: stavolta sono arrivati Nastasic, Javi Garcia e Rodwell. Cosa c'è da migliorare in una squadra del genere, se si vuole vincere in Europa? Forse una sola cosa: l'allenatore. 
Già, perché il calcio difensivo di Mancini può sicuramente andar bene per l'Inghilterra e l'Italia, ma non in Europa. Dove il Real ti prende a pallonate al Bernabeu dal primo all'ultimo minuto; dove il Borussia di Klopp domina a Manchester, ma non vince per pura sfortuna; dove l'Ajax dei giovani non sarà forte come altri anni, ma ha più voglia dei tuoi giocatori. Dove, insomma, ci vuole ben altro approccio.
Un Di Matteo che vince la Champions capita una volta ogni vent'anni. E Mancini non può vincere la coppa così. Anche perché i numeri parlano chiaro: la percentuale media di vittorie, escludendo il periodo a Firenze, è più alta in campo nazionale che internazionale. E il distacco fra queste due cifre è aumentato nelle esperienze con l'Inter e con il City. Continua così la maledizione europea per il tecnico marchigiano; a questo punto, si può rinminarlo "The Un-European Man".

Un Mancini abbattuto all'Amsterdam Arena: l'Europa è una maledizione per lui.

22.10.12

Never back down.

"Non arrendersi mai": è questo il titolo di uno dei film che ha catturato l'attenzione un paio d'anni fa. Al di là della trama prevedibile e poco congegnata (un ragazzo con una vita difficile e con una gran voglia di riscatto), l'intitolazione di questa pellicola cinematografica potrebbe tornare utile anche per la descrizione di uno degli ultimi leoni che ancora calcano i campi di calcio. Sto parlando di Edgar Davids, ex mediano della nazionale olandese e della Juventus. Già, perché l'uomo dagli occhiali da sole e dalle treccine indomabili sta nuovamente correndo chilometri nella sua nuova avventura inglese. Non è servito avere ormai 39 anni e due di inattività alle spalle: il suo rapporto con il calcio è qualcosa di viscerale.


Nato il 13 Marzo del 1973 in quel di Paramaribo, Edgar Davids è originario quindi del Suriname, piccolo stato del Sudamerica. Il piccolo bambino nato con i "dreadlocks" (le treccine che lo hanno reso famoso) nasce in un allora colonia dell'Impero Olandese (almeno fino al 1975) e così ottiene subito la possibilità di giocare per gli Orange, così come hanno potuto farlo altri calciatori olandesi originari dello stato sudamericano; fra i tanti, Clarence Seedorf, Aron Winter e Jimmy Floyd Hasselbaink. 
La carriera di Davids comincia, come quella di tanti talenti olandesi, nel vivaio dell'Ajax; il club di Amsterdam lo cresce e lo fa conoscere al mondo come "il Pitbull", per quello stile di gioco che il suo allenatore Louis Van Gaal trova fondamentale per i successi della sua squadra. Sono cinque anni fantastici, in cui Davids vince diversi titoli nazionali, una Coppa UEFA, una Champions League, una Supercoppa Europea ed una Coppa Intercontinentale. Tra l'altro, nelle due finali di Champions che disputa con la maglia dei "lancieri", il mediano olandese incontrerà le sue due future squadre: Milan e Juventus.
I rossoneri approfittano della sentenza Bosman (che apriva l'era dei parametri zero) e lo tesserano nel 1996. L'anno e mezzo trascorso da Davids con la maglia del Milan non è particolarmente positivo: solo 31 presenze ed un infortunio che lo costringe ad un lungo stop. Per altro, quel Milan non è più quello vincente dell'era degli olandesi e così il mediano decide di trasferirsi alla Juventus sul finire del 1997: nove miliardi di lire per il suo passaggio in bianconero. Sarà tutta un'altra storia.
Nonostante l'operazione per un glaucoma, che lo costringerà a portare degli occhiali protettivi, gli anni di Davids alla Juve sono un successo senza precedenti. Con la squadra di Torino vince tre scudetti e due Supercoppe Italiane, dimostrando di essere un elemento valido sia per Ancelotti che per Lippi. Davids verrà anche squalificato dalla FIFA per nandrolone nel 2001, ma la vicenda non si fece sentire sul suo rendimento in campo. Chiusi i sei anni a Torino (a causa di disguidi con Lippi), l'olandese passa sei mesi in prestito a Barcellona nel 2004, dove fornisce un grande contributo. Si spera nel suo riscatto, ma il club blaugrana non compra Davids e così il mediano torna alla Juve.
Ormai fuori dai progetti anche del neo-allenatore Capello, Edgar chiuderà il suo "giro d'Italia" andando all'Inter, dove tornerà quello ammirato nell'anno e mezzo al Milan: spento ed inconcludente. Insomma, neanche lontamente parente del Pitbull visto con la Vecchia Signora. La reazione naturale della dirigenza nerazzurra è quella di rescindere il contratto di tre anni firmato l'estate precedente.

Edgar Davids e la Juventus: un legame di cui entrambe le parti hanno beneficiato.

Finita l'avventura italiana, Davids - ormai 32enne - trova un ingaggio al Tottenham, in Inghilterra. L'olandese migliora le sue prestazioni e sembra ripetere quello che aveva fatto vedere a Barcellona, diventando un idolo dei tifosi; la squadra finisce quinta in entrambe le stagioni, ma Davids decide di tornare a casa. L'Ajax lo aspetta per fargli concludere una gloriosa carriera ed il giocatore non si smentisce, dando il massimo per la causa del club di Amsterdam. Con l'Ajax, Davids vince un'altra coppa nazionale, segnando per altro il rigore decisivo. La stagione successiva inizia con la rottura della tibia in un'amichevole e così quella che sembra l'ultima annata calcistica di Davids si chiude con poche presenze e l'intenzione di non rinnovare il contratto con l'Ajax. Tutto questo dopo aver già chiuso la carriera in nazionale due anni prima, dopo aver disputato 74 partite con la maglia degli Orange. Le presenze a tre fasi finali degli Europei e ad una dei Mondiali impreziosiscono il suo curriculum; avrebbe potuto farcela anche per i Mondiali del 2006 (per i quali era stato nominato capitano dal C.T. Van Basten), se solo avesse giocato di più con l'Inter e con il Tottenham.
Ma Edgar Davids non si arrende mai. Lui è fatto così, sempre agguerrito e mai con i peli sulla lingua. Una volta, durante gli Europei del 1996, fece delle dichiarazioni irrispettose nei confronti del suo C.T. Hiddink e venne spedito immediatamente a casa. Allo stesso modo, Davids interpreta il suo legame con il pallone come quello con il campo: se sul terreno di gioco era un mastino, fuori non molla mai. E così il "Pitbull", dopo non aver trovato l'accordo con il Vitesse e con il Leicester, torna nel 2010 dopo due anni di inattività, firmando per il Crystal Palace, allora militante nella seconda divisione inglese. E' un contratto "pay-as-you-play", cioè verrà pagato in proporzione alle presenze che collezionerà. Le presenze saranno otto, finché Davids non rescinde il contratto, pur descrivendo il periodo al Palace come "una delle esperienze più gratificanti della mia vita".
Dopo altri due anni di stop, l'olandese riparte nuovamente. Sempre dall'Inghilterra, sebbene sia sceso di due categorie: Davids ha infatti firmato questo mese con il Barnet, squadra che staziona all'ultimo posto della Football League Two (quarta serie inglese). Il suo compito sarà quello dell'allenatore-giocatore, come fece Gianluca Vialli qualche anno addietro nella sua avventura al Chelsea. Affiancando il manager Mark Robson, Davids cercherà di dare il suo contributo, come ha sempre fatto ovunque abbia militato come calciatore. Del resto, ha già fatto vedere di cosa è capace nell'ultimo turno di campionato, quando è tornato in campo e ha guidato la squadra nella vittoria per 4-0 sul Northampton. Da capitano. Insomma, un leone indomabile che non si arrende mai. O come direbbero gli inglesi, "a lion who never backs down". 

Edgar Davids, 39 anni, riparte dal Barnet: capitano, allenatore, giocatore.

18.10.12

In continua sfida con il passato.

Non è una novità che Lionel Messi sia uno dei giocatori più forti al mondo, se non il migliore al momento. E quando un concetto del genere si solidifica nella mente degli appassionati, la sfida con chi ti sta intorno sul campo da gioco non vale più; perciò, si porta questa sfida ad un livello più alto. Sono anni che ci si chiede se sia possibile paragonare Messi con i grandi del calcio. E adesso la sfida si sposta su un altro campo, quello del tempo: può Messi essere considerato ai livelli di Maradona e Pelé, se non addirittura migliore di loro? Sembrerebbe che le recenti imprese con la nazionale argentina lo stiano elevando su questo piano..

Un 18enne Messi segna il suo primo gol ai Mondiali del 2006 contro la Serbia.

Lionel Messi, nato a Rosario nel 1987, è ormai conosciuto anche da chi non segue il calcio. Uno dei migliori prodotti degli ultimi anni calcistici, è una superstar nel Barcellona, con il quale ha vinto numerosi trofei, ma gli è sempre mancata la consacrazione con l'Albiceleste. Nonostante già due Mondiali disputati alle spalle, Messi non ha lasciato ancora nessun segno indelebile nella storia della nazionale argentina. Il suo rapporto con i tifosi dell'Argentina è sempre stato segnato da un paragone difficile da reggere: Diego Armando Maradona. Una comparazione che ha già fatto fuori parecchi talenti degli ultimi vent'anni (Aimar e D'Alessandro, tanto per fare un paio d'esempi) e che rischiava di schiacciare anche Lionel. In effetti, guardando i grandi appuntamenti internazionali a cui il Pallone d'Oro ha partecipato, ci sono state più ombre che luci.
I risultati di squadra sono sempre mancati e Messi non è mai stato in grado di fare veramente la differenza nel momento decisivo. Nel 2006 era poco più che un ragazzino ed il gol alla Serbia lo fece conoscere al mondo, ma tutto sommato non giocò neanche la partita decisiva per l'Albiceleste, quella dei quarti di finale in cui venne eliminata dalla Germania. Purtroppo, nel Mondiale successivo, il fenomeno del Barca ha mostrato poco del suo potenziale, risultando impalpabile nel momento dell'eliminazione: il 4-0 subito dalla Germania fu senza storia e neanche la classe dell'argentino riuscì a ribaltare le sorti di quella partita. Una mazzata che mise in ginocchio anche il suo C.T., Diego Armando Maradona, che - guarda caso - è il punto di paragone per stabilire se Messi è davvero il più grande della storia del calcio mondiale.
Raschiando nel passato e spostando il nostro sguardo su altre competizioni, come la Copa America, il bilancio personale non migliora. Nella prima competizione continentale disputata dal genio di Rosario, Messi mise a segno due reti nella Copa America del 2007: una nei quarti di finale contro il Perù e l'altra nelle semifinali contro il Messico. Due trionfi che portarono l'Argentina alla finale di Maracaibo, dove la nazionale di Basile le prese sonoramente dal Brasile di Dunga: un 3-0 senza se e senza ma, che consegnò la Copa America ai verdeoro. Quattro anni dopo, il fatto che l'Argentina ospitasse la manifestazione non è bastato a Messi per alzare le sue prestazioni; anzi, semmai è stato un deterrente, vista la pressione che si era manifestata riguardo le prestazioni del fuoriclasse del Barcellona. Un girone balbettante fu solo il preludio all'eliminazione nei quarti di finale, avvenuta per mano dell'Uruguay ai calci di rigore; anche in questo caso, nessun segno evidente della grandezza calcistica di Messi, ancora una volta mancato nel momento cruciale.
Insomma, se escludiamo le Olimpiadi di Pechino del 2008 (concluse con la medaglia d'oro vinta dall'Argentina) e la Coppa del Mondo Under-20 del 2005 (vinta da miglior giocatore del torneo, con sei gol realizzati), il rapporto tra l'Argentina e Messi è stato sempre tribolato. Fino agli ultimi mesi, nei quali l'argentino si sta mettendo in evidenza, trascinando (da capitano) la nazionale.

Mondiali del 2010: Messi finisce fuori ai quarti di finale, senza neanche una marcatura.

E adesso riparte il paragone. Grazie agli ultimi gol segnati nella qualificazione ai Mondiali del 2014, Messi ha definitivamente conquistato i tifosi dell'Albiceleste. Sul 3-0 all'Uruguay di venerdì scorso, c'è la firma indelebile della  "Pulce", così come sul 2-1 esterno al Cile: tre gol ed un assist. 12 dei suoi 31 gol in nazionale sono arrivati sono quest'anno, distribuiti in otto partite. Insomma, finalmente Messi pare sulla strada giusta e sembra poter diventare decisivo per le sorti della sua nazionale. Il problema è che la domanda è sempre la stessa: riuscirà ad esserlo nei momenti più importanti, come in un Mondiale? Attenzione, non è che il suo avversario di sempre Cristiano Ronaldo sia messo meglio, dato che anche l'asso del Madrid ha fatto progressi in questo campo solo negli ultimi Europei..
Ma più sei in alto, più devi dimostrare che non ci sei capitato per caso. E più ti dicono che sei il miglior giocatore che il calcio abbia visto negli ultimi anni, più devi meritartelo. E forse è questa la più grande differenza tra gli assi del calcio mondiale d'oggi con quelli di ieri. Ronaldo - quello vero, come piace dire a molti - ha vinto un Mondiale (quasi) da solo; Zidane ha conquistato la Coppa del Mondo e l'Europeo in una Francia fortissima, ma nella quale era leader indiscusso. Cosa hanno conquistato Messi e Cristiano Ronaldo ad oggi in campo internazionale con le proprie nazionali? Nulla. Magari è questo il problema: sono giocatori eccezionali, ma che devono dimostrare di valere da soli  una vittoria così importante, come può essere quella di un Mondiale, di un Europeo o di una Copa America.
E' questo il problema per Messi: l'essere in continua sfida con il passato. Che si chiami Maradona o Ronaldo, poco importa.

Con tre gol, Messi ha deciso le ultime due gare: il paragone con Maradona è ancora valido?

14.10.12

UNDER THE SPOTLIGHT: Markus Henriksen

Bentornati ad un nuovo episodio di "Under The Spotlight", la rubrica nella quale metto in luce i nuovi talenti che si affacciano sul panorama del calcio europeo. Oggi parlerò di un ragazzo norvegese, proveniente dal più glorioso club della nazione, che adesso si sta facendo largo in un campionato di più alto livello come l'Eredivisie olandese. Il suo nome è Markus Henriksen.

SCHEDA
Nome e cognome: Markus Henriksen
Data di nascita: 25 Luglio 1992
Altezza: 1.87 m
Ruolo: Centrocampista centrale, trequartista.
Club: AZ Alkmaar (2012-?)


STORIA
Nato a Trondheim, Henriksen cresce nel Trond IL, ma viene ben presto ingaggiato proprio dal club della sua città, che risulta essere anche il più glorioso di tutta la storia del calcio norvegese: il Rosenborg. Con i bianconeri, non passa molto tempo prima che ci si accorga delle sue qualità. Dotato di buona intelligenza calcistica e di una resistenza straordinaria, il giovane centrocampista timbra la sua prima presenza nella Tippeligaen (il campionato norvegese) il 20 Settembre del 2009, a soli 17 anni. Come se non bastasse, si pensi che aveva esordito quattro mesi prima con la maglia del Rosenborg, ancora 16enne, nella coppa nazionale.
Figlio di uno degli assistenti dello staff tecnico della squadra, Henriksen non ha bisogno di favoritismi per emergere: il suo modo di intendere il calcio si vede poco in Norvegia, anzi.. forse non si è mai visto del tutto. Se il campionato dell'anno d'esordio è vinto per "partecipazione", il centrocampista mette la firma su quello del 2010, giocando 46 partite stagionali tra Tippeligaen, coppa nazionale e match europei. Inoltre, il ragazzo comincia anche a segnare un discreto numero di gol - ben 14 al suo primo anno da titolare in tutte le competizioni.
Nell'ultimo anno e mezzo, Henriksen non ha fatto altro che confermarsi su certi livelli: 64 presenze e 9 reti, che non hanno portato titoli in quel di Trondheim, ma hanno permesso al ragazzo di farsi un nome e concentrare su di lui le attenzioni di diversi club europei. Inoltre, il ragazzo - nato trequartista - viene arretrato a mediano, lasciando spazio ad un altro potenziale talento del Rosenborg, Per Ciljan Skjelbred. La mossa ha funzionato e non c'è dubbio che anche lo stesso Henriksen ne abbia beneficiato.
Dopo aver rinnovato il contratto fino al 2013 ed esser stato oggetto della visita degli scout di Werder Brema, Aston Villa e Napoli, il centrocampista del Rosenborg sembra pronto a lasciare Trondheim nel Gennaio del 2012, destinazione Club Brugge. La cifra modica di due milioni di euro fa gridare all'affare, che però salta all'ultimo; il Rosenborg cita "ragioni finanziarie" per giustificare l'impossibilità di concludere il trasferimento del ragazzo.
Ma passano sei mesi e, alla fine, si fa avanti l'AZ di Alkmaar; la squadra olandese preleva Henriksen per due milioni di euro. Ora vedremo se il norvegese sarà in grado di imporsi anche nell'Eredivisie.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Come già sottolineato all'inizio dell'articolo, il ragazzo ha mostrato un'ottima "stamina" ed una capacità di stare in campo fuori dal comune. Chiaro, si è visto nel campionato norvegese e va testato ad un livello più alto, ma tutto sommato vi sono caratteristiche che si possono notare al di là del campionato in cui si gioca. Un esempio può essere il tiro di cui è dotato Henriksen: esso ha la potenza per fare male da fuori area e la precisione, dovuta al fatto che il centrocampista è in grado di tirare bene con entrambi i piedi. Una dote che, nel calcio d'oggi, viene sempre più a mancare.
Inoltre, la sensazione che il norvegese dà è che giochi accanto allo schermo davanti alla difesa non perché non è capace di giocare più avanti, ma perché vi si trova meglio. Insomma, il ragazzo potrebbe avere un futuro anche da mediano, se aiutato e preparato in tal senso; intanto, può giocare anche dietro le punte.
Questo talento, unito ad un'immensa personalità, potrebbero fare di Henriksen una delle star del futuro.

STATISTICHE
2009 - Rosenborg: 5 presenze, 0 gol
2010 - Rosenborg: 46 presenze, 14 gol
2011 - Rosenborg: 38 presenze, 5 gol
2012 (Gen.-Lug.) - Rosenborg: 26 presenze, 4 gol
2012/2013 - AZ Alkmaar (in corso): 4 presenze, 0 gol

NAZIONALE
Completata la trafila con l'U-17 e l'U-19, Henriksen viene chiamato ad appena 18 anni per l'Under-21, con la quale debutta nell'Agosto 2010. Due mesi dopo, anche il C.T. della nazionale maggiore, Egil Olsen, si accorge di lui e lo convoca per un'amichevole a Spalato contro la Croazia, nella quale esordisce con la Norvegia. Dopo essersi conquistato i galloni da titolare, Henriksen ha spiegato - sul finire del 2011 - i traguardi che vuole raggiungere con la sua nazionale, dichiarando che vuole essere fondamentale sia per il club in cui gioca, sia per la nazionale. Il centrocampista vorrebbe risultare importante non solo a livello di gioco, ma anche nello spogliatoio, al di là dell'età sulla carta d'identità.
Per ora, il curriculum di Henriksen con la nazionale norvegese parla di 13 presenze e di un gol, realizzato contro la Slovenia il mese scorso, in una partita valida per le qualificazioni al Mondiale del 2014.

LA SQUADRA PER LUI
Non nego che mi sia stupito quando il Milan, orfano di Pirlo e Van Bommel, non si è buttato su di lui per cercare un sostituto a centrocampo. Di certo, il norvegese avrebbe fornito quel mix di quantità e qualità che manca così tanto alla squadra di Allegri nel reparto nevralgico del campo. Ed è proprio dal centrocampo che stanno emergendo i problemi più grandi per i rossoneri.. peccato. Intanto, l'AZ se lo godrà, cercando di farlo crescere; poi la Premier League sarebbe - insieme alla Serie A - il campionato più adatto ad accogliere questo grande talento.