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28.10.15

I soldi fanno la felicità.

Potrà sembrar strano, ma nonostante tutto la vera notizia nel calcio cinese per una volta non riguarda il Guangzhou Evergrande. La squadra guidata da Felipe Scolari e di proprietà dell'Evergrande Real Estate sta per vincere il suo quinto campionato consecutivo, ma in Cina è un'altra la squadra da osservare: l'Hebei China Fortune. Che (forse) potrebbe ripetere lo stesso cammino.

Edu, 33 anni, ormai a suo agio nel sud-est asiatico.

Ma perché paragonare i campioni di Cina e prossimi vincitori della Champions League asiatica per la seconda volta nella loro storia (provo a tirargliela) con una compagine che FORSE sarà prima divisione l'anno prossimo? Semplice, perché il pattern alle spalle dell'Hebei sembra essere lo stesso.
Se le Southern China Tigers hanno conquistato la qualificazione in finale una settimana fa a Osaka, l'Hebei sabato ha battuto il Guizhou Zhicheng per 2-0. E mentre lo Yanbian Changbaishan festeggiava la promozione nella Super League del 2016, l'Hebei ha mantenuto due punti di vantaggio sugli inseguitori a una gara dalla fine.
Anche sullo Yanbian ce ne sarebbero da raccontare (sponsorizzazione da 13 milioni di dollari in cinque anni) ma l'Hebei ha la storia più interessante. Fondato nel maggio 2010 per volere della regione e dell'Hebei Zhongji Group, l'Hebei riceve da questi ultimi la promessa di investire ben tre milioni di yuan (quasi quattro milioni di euro) all'anno per un quadriennio.
Non male per chi è partito dalla China League Two. Nel 2011 la federazione di Hebei ha mollato tutto e ha lasciato la squadra in mano al gruppo finanziario. Una prima promozione è arrivata nel 2013, ma in realtà quel traguardo è sembrato l'inizio della fine. Basti pensare che il duo uruguayano Agresta-Larrea ha portato la squadra a pessimi risultati durante tutto il 2014.
Sembrava si dovesse iniziare da capo. Invece, in un inverno è cambiato tutto a Qinhuangdao. E non mi riferisco necessariamente al campo. Basti pensare al cambio di logo e di nome (da Hebei Zhongji FC a Hebei China Fortune Football Club), nonché l'arrivo di nuovi giocatori, di un nuovo allenatore e sopratutto di una nuova proprietà.
Già, perché il club nel gennaio scorso è passato in mano alla China Fortune Land Development Company: alla sua guida c'è Wang Wenxue. Patrimonio? Quattro miliardi di euro. Per questo a inizio anno in panchina è arrivato Radomir Antić, che ha allenato in carriera le due squadre di Madrid, il Barcellona e la nazionale serba. Già in Cina da un paio d'anni, il serbo ha accettato l'offerta di un ricco triennale. Peccato che sia stato cacciato ad agosto per aver fallito l'obiettivo promozione.
Non si è badato a spese neanche sul mercato giocatori. Se si parla di una clamorosa offerta (rifutata) per Odion Ighalo quest'estate, è andata meglio con altri. Dopo le comparse in Giappone e Corea del Sud, Edu ha deciso di giocare in seconda divisione cinese, così come il serbo Nenad Milijaš. A loro si sono aggiunti anche il portiere Yang Cheng e l'esperto centrale Du Wei, ancora oggi in nazionale.

Nenad Milijaš è stato uno dei motivi per cui l'Hebei potrebbe festeggiare la promozione.

Se la guida di Antić non ha dato i risultati sperati, ad agosto si è optato per una soluzione rischiosa, ma di prestigio: dentro Li Tie, leggenda del calcio cinese. Bandiera del Liaoning e della Cina da giocatore, è stato poi assistente di Marcello Lippi al Guangzhou Evergrande. Ha svolto questo ruolo anche con Alain Perrin in Coppa d'Asia in nazionale.
Proprio Li Tie era il numero due di Antić all'Hebei. Non solo, perché rivestiva le vesti anche di direttore sportivo e general manager. Poi è arrivato il licenziamento del serbo e così il club ha affidato a Li Tie anche il ruolo di allenatore. La scelta dell'Hebei ha ricalcato un po' la storia della Cina: responsabilità in mano a un solo uomo per ottenere risultati immediati.
Dura, ma saggia decisione. Sotto la guida di Li Tie, la squadra si è ripresa e ora viaggia stabilmente in zona promozione da un mese. Per sperare nella promozione, ora l'Hebei dovrà battere lo Shenzen Ruby domenica: in tal modo, avrà la certezza di concludere il campionato davanti al Dalian Aerbin, rivale temibile e retrocesso giusto nel 2014.
C'è anche un altro dettaglio che è cambiato: lo stadio. Nonostante la media-spettatori dell'Hebei non superi le 7000 unità, il club ha la possibilità di giocare al Qinhuangdao Olympic Sports Center Stadium, situato nell'omonima città della regione settentrionale. Un impianto che può contenere ben 32mila persone, utilizzato anche per le Olimpiadi di Pechino del 2008, e che ha sostituito il Yutong International Sports Center (38mila unità).
Ora Xang Wanxue e l'intera regione sognano: se domenica sarà promozione, magari l'anno prossimo si cercherà di contendere da subito il titolo nazionale al Guangzhou, a cui questa società sembra ispirarsi in tutto e per tutto, dai colori all'organizzazione del club (per non parlare dei money). I soldi fanno la felicità, no?

Li Tie, 38 anni, leggenda del calcio cinese e allenatore dell'Hebei CFFC.

2.4.13

Lontani dal Brasile.

Le qualificazioni ai Mondiali sono ormai passate da una settimana, ma le dichiarazioni di Sinisa Mihajlovic, C.T. della Serbia, hanno fatto veramente rumore: «Se non ci qualifichiamo al Mondiale, me ne vado». Una promessa pesante, specie se viene da un giocatore che ne ha dette parecchie nella sua carriera. Tuttavia, Mihajlovic ha un suo punto: l'ex tecnico della Fiorentina sta facendo molta fatica a trascinare il suo paese e la Serbia non riesce ad imporsi nel suo girone di qualificazione, dove il Belgio vola e la Croazia naviga bene a vista. Come mai? Eppure l'allenatore non dovrebbe essere sorpreso: la Serbia sta deludendo da diversi anni, nonostante un movimento calcistico in grado di creare campioni dalla classe pura.

Sinisa Mihajlovic, 44 anni: poche le speranze di vederlo al Mondiale con la sua Serbia.

Infatti, come la storia racconta, la Serbia è sempre stata terra di fenomeni. Magari non di squadre invincibili, ma sicuramente vi sono nati numerosi grandi giocatori; addirittura, uno dei club più famosi a livello nazionale - la Stella Rossa - fu capace di vincere la Coppa dei Campioni nel 1991. C'era una volta la Jugoslavia, almeno fino alla conclusione della guerra fredda nel 1989, con il crollo del muro di Berlino e del comunismo: uno stato che raccoglieva - calcisticamente parlando - il meglio di Serbia, Montenegro, Macedonia, Croazia, Bosnia e Slovenia. Da quel punto in poi, il destino sportivo della terra di Belgrado fu sempre incerto, così come quello politico, ben più importante. Tuttavia, con quell'evento, ebbe fine la storia di una nazionale tre volte medaglia d'oro alle Olimpiadi, due volte vice-campione agli Europei e quarta al Mondiale del 1962. A quel punto, la Jugoslavia - a causa della guerra presente dentro la nazione - fu bandita dalla FIFA per ben due anni (per caso, il suo posto ad Euro 1992 andò alla Danimarca, poi vincitrice del torneo); lo stato post-comunista raccoglieva gli attuali stati di Serbia e Montenegro, essendo una repubblica federale.
Riaccolta dalla federazione del calcio internazionale, la Jugoslavia partecipò ai Mondiali del 1998 ed agli Europei del 2000 In quest'epoca, questo movimento calcistico ha lanciato numerosi giocatori, consacratasi poi a livello europeo: Mijatovic, Jugovic, Savicevic, Stojkovic, lo stesso Mihajlovic ed il centrocampista dell'Inter Stankovic, arrivato in Italia proprio dopo i Mondiali del 1998. Dal 2003, invece, la nazione venne rinominata "Serbia e Montenegro", vista la trasformazione da repubblica federale a confederazione di stati; allo stesso modo si trasformò la nazionale, che riuscì a qualificarsi per i Mondiali del 2006, giocati in Germania. A un mese dalla competizione, accadde l'incredibile: nel maggio di quell'anno, il Montenegro votò "sì" al referendum per staccarsi dalla Serbia, rendendo così la nazione ulteriormente spaccata prima del Mondiale. Un esempio pratico: Mirko Vucinic, allora giocatore del Lecce, fu convocato per quel Mondiale, ma dovette rinunciare per un infortunio. Lui fu uno dei due unici giocatori nati in Montenegro convocati in quella competizione dalla nazionale, che poi uscì miseramente al primo turno, dopo tre sconfitte nel girone.
Insomma, un paese complesso, attraversato da tante trasformazioni: non per nulla, il giocatore più rappresentativo è Savo Milosevic, giocatore con più presenze (insieme a Stankovic) e con più gol realizzati in nazionale. Qualcuno se lo ricorderà per un breve ed inglorioso passaggio a Parma; eppure, Milosevic ha giocato tutte le massime competizioni a cui ha partecipato prima la Jugoslavia e poi la Serbia fino al 2006. Un uomo che ha vissuto tre nazionali diverse, tanto per rendere l'idea.

Dragan Stojkovic, 47 anni, qui capitano della Jugoslavia nel Mondiale del 1998.

Separatasi anche dal Montenegro, la Serbia non sta attraversando anni gloriosi dal punto di vista calcistico. La nazionale fatica e gli insuccessi si vedono partendo dai club: da quando la Serbia è rimasta da sola, ovvero dal 2006, solo una volta - con il Partizan - il calcio serbo è arrivato ai gironi di Champions League, nel 2010/2011; un risultato povero, visto che il club di Belgrado chiuse con sei sconfitte in sei gare. Si potrebbe dire che i talenti vengono portati via presto, come potrebbe accadere in futuro per il giovane Lazar Markovic, ma non basta come spiegazione. La nazionale non ha fatto di meglio in questi anni.
Prendiamo il Mondiale 2010: la Serbia vince il suo girone di qualificazione, battendo anche la Francia, e si presenta in Sudafrica con uno squadrone. Così recita la formazione-tipo: Stojkovic; Ivanovic, Vidic, Subotic, Kolarov; Kuzmanovic; Jovanovic, Stankovic, Ninkovic, Krasic; Zigic. Insomma, i ragazzi di Antic potrebbero essere la sorpresa del Mondiale, visto anche un girone fattibile: c'è la Germania, il Ghana e l'Australia. Nonostante ciò, la Serbia riesce a perdere contro Ghana e Australia, mentre vince contro i teutonici. Se il trionfo contro i "panzer" è caratterizzato da un rigore parato ed un uomo in meno, incredibile è cosa accade nella gara contro gli "Aussies": nonostante il dominio del primo tempo, i serbi sprecano maree di occasioni e buttano la qualificazione agli ottavi, quando gli bastava solo un punto.
Il copione si ripete nel girone di qualificazione agli Europei: inserita nel gruppo con Italia, Estonia, Irlanda del Nord, Slovenia e Far Oer, i serbi non possono battere la regolare Italia di Prandelli. Tuttavia, i balcanici riescono a mancare anche il secondo posto, valido per i play-off, lasciandolo incredibilmente all'Estonia. Mancato l'appuntamento continentale, la Serbia si è ritrovata con Mihajlovic C.T., mentre Stankovic e Vidic hanno abbandonato la nazionale. Il girone di qualificazione al Mondiale è tremendo: Belgio e Croazia sono due squadre diverse, ma ben più concrete e solide dei serbi. I risultati si sono visti subito: umiliazione in casa contro il Belgio, sconfitta in Macedonia ed il 2-0 subito in Croazia. Ora il Mondiale è lontanissimo, visti i nove punti di distanza a quattro partite dalla fine del girone: il doppio impegno contro Belgio e Croazia sarà decisivo quanto disperato. Tutto questo accade mentre il Montenegro, staccatosi dalla Serbia, riesce a centrare i play-off per l'ultimo Europeo e guida tuttora il suo girone di qualificazione, nonostante abbia l'Inghilterra nel suo raggruppamento.
Purtroppo, la Serbia è così, sin da quando si chiamava Jugoslavia: una squadra piena di talento, capace di incantare, ma sopratutto di far arrabbiare i suoi tifosi, già caldi di loro (vedi caso Ivan Bogdanovic a Genova). Adesso il registro sembra dover cambiare: in realtà, è più difficile di quanto si pensi. Non si può sistemare quel che non è cambiato per anni; il consiglio per Mihajlovic è di aggiornare il curriculum, in vista di una nuova sfida. La Serbia, purtroppo, sembra lontana dal Brasile: un paradosso, se si pensa che è il paese più vicino ai balcanici per il tipo di calcio praticato...

Dejan Stankovic, 33 anni, qui all'ultimo Mondiale con la maglia della Serbia.