4.3.13

A thousand miles.

Attenzione, signori: domani sera si farà (probabilmente) la storia in quel di Manchester. All'"Old Trafford", si assisterà ad un momento da ricordare, che si potrà raccontare ai nipoti e a coloro che non c'erano. Tra qualche anno, potremmo ripensare a quel martedì 5 marzo 2013, quando un "mago" del calcio faceva 1000. Già, mille, come le presenze da professionista che Ryan Giggs potrebbe toccare in serata. Ci sarà il ritorno degli ottavi di Champions contro il Real Madrid, ma è probabile che i tifosi potrebbero far cadere la loro attenzione su altro, specie se il mancino di Cardiff scenderà in campo..

Giggs con la maglia del Galles, di cui è stato stella indiscussa.

Del resto, Vanessa Carlton cantava qualche anno fa: «'Cause you know I'd walk a thousand miles, if I could just see you tonight..». Era il lontano 2002 e la cantautrice americana non pensava certo a Ryan Giggs, allora 29enne e nel pieno dell'attività agonistica. Tuttavia, il pensiero potrebbe girare tra i tifosi nel vedere il loro beniamino raggiungere l'ambito traguardo. Se poi parliamo di uno degli assi dell'attuale mondo calcistico, l'evento è ancor più rumoroso ed è possibile che il pienone dell'"Old Trafford" sia tutto per lui.
Non è difficile fare una piccola cronistoria del "mago gallese", specie pensando alla ricchezza di momenti che l'hanno popolata. Cresciuto nelle giovanili del Manchester City e con un passato giovanile da rugbista, fu strappato dallo United nel giorno del suo 14esimo compleanno, quando lo stesso Sir Alex Ferguson - da un anno allenatore dei "red devils" - si presentò a casa sua. Fu uno dei primi pezzi dello splendido puzzle messo insieme da Sir Alex, che portò il Manchester United ai fasti conosciuti negli anni '60. Giggs, infatti, fa parte dei "Fergie's Feldglings", quei ragazzi che Ferguson e gli osservatori scoprirono per rilanciare lo United: tra loro, anche Beckham, Butt, i fratelli Neville e Scholes, per fare qualche nome. Dopo l'esordio nel 1991 con la maglia del Manchester, l'ascesa fu rapida: eletto "miglior giovane" della Premier League nelle due stagioni successive, Giggs ebbe successo anche fuori dal campo, tanto da condurre addirittura un programma televisivo, in modo da diffondere il marchio della Premier anche fuori dai confini britannici.
Se il suo volto era telegenico, i suoi piedi erano magici. Il talento era così tanto da far dire a George Best: "un giorno, si potrà dire che ero un altro Ryan Giggs". Parole pesanti, che però non hanno mai spiazzato il gallese; infatti, il "mago" continuava ad incantare in campo, con gol spesso scelti come i più belli tra quelli di fine anno. Su tutti, la sua serpentina contro l'Arsenal nel replay della semifinale di F.A. Cup del 1999 rimane forse il più bello fra tutti. E mentre Del Piero diceva di piangere quando vedeva giocare Giggs, il gallese continuava la sua scalata, vincendo anche la prima Champions League nella finale di Barcellona del 1999; grazie a questo trionfo, il Manchester centrò il "triplete".
Con il passare degli anni, Giggs ha sempre mantenuto una certa costanza di rendimento, anche grazie alla sua forma invidiabile, frutto dei tanti allenamenti e dello yoga, che lo ha tenuto sano e pronto per ogni battaglia. Oltretutto, nella sua maturazione, Ferguson è stato bravissimo: vedendo i tanti nuovi arrivi all'"Old Trafford" (Cristiano Ronaldo, Nani, Anderson ed altri), il tecnico scozzese ha spostato il gallese a centrocampo, in mezzo, a costruire gioco con la sua immensa classe. In tal modo, avrebbe dovuto correre di meno e - al tempo stesso - poteva partecipare alla manovra in maniera più efficace. In effetti, la mossa funziona: nel 2009, Giggs vince il premio di "miglior giocatore" in Premier, più quello di "personalità dell'anno" per la BBC. Nel frattempo, egli continua a stupire come se avesse dieci anni di meno, firmando rinnovi di un anno, per non essere un peso per lo United.

Giggs e Ferguson nel 1992: sembra passata un'era geologica.

Molto scalpore ha fatto il rammarico che Giggs non abbia potuto giocare per l'Inghilterra: nonostante i tanti vissuti lì, l'ala ha sempre manifestato la volontà di giocare per il Galles. Nonostante la sua longevità e l'esordio in tenera età (16 anni), Giggs ha smesso di giocare per i "dragoni" nel 2007, dopo 16 anni di attività. Peccato, perché egli chiuse con 64 presenze e 12 gol, dopo aver giocato anche con Ian Rush nei suoi primi anni in nazionale; oltretutto, per gli appassionati, rimane il dispiacere per non aver mai visto il "mago" in un Europeo o in un Mondiale. Non sarebbe stato male vedere l'ala in una competizione del genere, vista la sua grande esperienza. Una piccola rivincita è arrivata con la chiamata per le Olimpiadi, da giocare con la maglia della Gran Bretagna: l'eliminazione ai quarti è stata scottante, ma almeno Giggs ha potuto assaporare il calcio internazionale con una nazionale, seppur allargata.
Adesso, il tempo dei record è arrivato: è il primo di sempre per presenze con lo United in tutte le competizioni, così come è ottavo nella classifica di gol segnati per il club di Manchester. E non è detto che non migliori tali risultati, visto che il gallese ha addirittura prolungato il suo contratto, che scadeva nel giugno di quest'anno; invece, di accordo con Sir Alex, Giggs ha rimandato l'appuntamento con la panchina, visto che ha allungato l'accordo fino all'estate del 2014, quando avrà ormai quarant'anni e mezzo. Più leggenda di così, si muore. Dopo 21 anni e 33 trofei vinti con i "red devils" (quasi 34, visto come sta andando la Premier di quest'anno..), i record non si contano più sulle dita di una mano. E' l'unico ad aver giocato almeno una partita a stagione nella storia della Premier, nonché ad aver segnato in almeno una di esse; è il giocatore che ha segnato in più stagioni di Champions (16), oltre che il più vecchio ad aver realizzato almeno una rete; infine, va a segno da 23 stagioni consecutive.
Perciò, sarà facile dire che mille è il numero di Ryan Giggs: come le sue folate sulla fascia, i suoi passaggi smarcanti, ma sopratutto le sue presenze. Indimenticabili, indelebili, ma sopratutto insuperabili. Finché non arriverà qualcun'altro e dirà di non essere come lui.

Ryan Giggs, 39 anni: 1000 presenze e rinnovo con il Man Utd fino al 2014.

2.3.13

Ma che lamenti.

Ieri ha avuto luogo la partita più attesa in Serie A da un po' di tempo a questa parte: il Napoli ha ospitato la Juventus, nello scontro diretto che avrebbe potuto riaprire questo campionato. In realtà, l'1-1 finale certifica il fatto che i bianconeri sono ancora più forti degli azzurri, che potrebbero forse riprovarci l'anno prossimo, quando avranno più continuità. Ma la cosa incredibile è stato il pre-partita: discussioni che avrebbero potuto vertere su milioni di temi tecnico-tattici si sono ridotti a cosa? Alle lamentele per i pochi giorni di riposo per il match-scudetto. Quando parlo di pochi, mi riferisco a quattro giorni per la Juve e tre per il Napoli: i primi hanno vinto contro il Siena domenica scorsa, i secondi hanno pareggiato a Udine lunedì sera. Ma la situazione è veramente così tragica?

Antonio Conte, 43 anni, e Walter Mazzarri, 51: il duo delle lamentele in Serie A.

Si sarebbe potuta giocarla di sabato? No, perché la Juve avrà il ritorno di Champions contro il Celtic martedì: nonostante la pratica sia quasi portata a casa, i bianconeri vogliono avere tutto il vantaggio possibile, per il proprio prestigio e per quello del calcio italiano, che ha portato poche squadre ai quarti di finale negli ultimi anni. Così come oggi il Milan anticiperà al sabato per preparare al meglio la sfida di ritorno contro il Barcellona; allo stesso modo, le italiane in Europa League hanno giocato anche di lunedì per recuperare al meglio. Tutto ok, benissimo: la Lega prova a fare del suo meglio per evitare la stanchezza alle nostre rappresentanti in Europa. Risultato? Lamentele a non finire. C'è chi tenta di mantenere un profilo basso, come Allegri e Stramaccioni, che hanno spesso provato a giustificare brutte prestazioni con i loro errori tattici, più che attribuire risultati negativi alla stanchezza. Ogni tanto c'hanno provato, ma per lo più si sono appellati ad altre cause, come gli infortuni.
Se è per questo, la classifica di Serie A rispecchia anche quella dei lamenti: Juventus e Napoli sono in testa con netto distacco sulle altre. Non per nulla, le due società si sono scelte degli interpreti "doc" nella contestazione: Antonio Conte e Walter Mazzarri. Il primo è stato poco lungimirante: l'anno scorso, si osservava spesso come la Juve si giovasse della mancanza di impegni europei nella competizione per lo scudetto. Il tecnico ne è sempre stato cosciente, ma ha puntualizzato come non potesse essere il motivo principale per la vittoria bianconera; quest'anno, invece, la situazione si è capovolta. L'allenatore della Juventus non ha mai fatto mancare critiche per la gestione della stanchezza: ultimo caso, la sconfitta di Roma. Se Torino piange, Napoli non ride: Walter Mazzarri è uno specialista nei reclami, dopo anni di "gavetta". Se il tecnico di San Vincenzo è molto preparato sul campo, non disdegna certi siparietti neanche fuori: i continui richiami alle perdite di tempo, al campo, ai viaggi per l'Europa. Insomma, la stanchezza è sempre pronta a tirarti fuori dai guai. La stanchezza sta a Conte e Mazzarri come gli extracomunitari agli italiani spaventati: c'è sempre un motivo per tirarli fuori come motivi validi di preoccupazione, anche quando in realtà non hanno nessuna colpa.
L'unico che sta emergendo in controtendenza è Vladimir Petkovic: sarà perché è un signore di altri tempi, sarà perché è cresciuto in una realtà avulsa dal nostro mondo (fatto di lamentele e giustificazioni continue), ma il tecnico della Lazio si è raramente appellato alla stanchezza per giustificare il periodo d'appannamento che i biancocelesti hanno recentemente vissuto. Anzi, ha puntualizzato come - per chi vuole competere in Italia ed in Europa - tutto questo è normale.

Vladimir Petkovic, 49 anni, tecnico della Lazio: l'unico a fare una sana autocritica..

Eppure, guardando nel resto d'Europa, le chiacchere stanno a zero. C'è un'altra "cultura", come si dice in gergo: anche squadre inglesi, francesi, spagnole e tedesche giocano in Europa League (la competizione europea più gravosa in termini di recupero), ma non stanno a piangersi addosso come noi. Guardate sopratutto l'esempio germanico: il Borussia Moenchengladbach, ad esempio, ha sempre avuto un massimo di due giorni di riposo dopo l'Europa League durante il girone di qualificazione. Risultato? Cinque vittorie più un pareggio e tanti saluti alla scusa della stanchezza. Diverso il ruolino di marcia del Bayer Leverkusen, anch'esso soggetto a "soli" due giorni di stop dopo l'impegno europeo: due pareggi, due sconfitte e due vittorie. Tuttavia, tra queste, c'è anche quella contro il Bayern capolista e le "aspirine" viaggiano serene al terzo posto, a -1 dal Borussia Dortmund. Addirittura, il Bayer ha dovuto giocare con un solo giorno di riposo alle spalle dopo l'andata dei sedicesimi di finale contro il Benfica: ha vinto contro l'Ausgburg.
Cambi paese, ma le usanze rimangono le stesse: il Tottenham, prossimo avversario dell'Inter, si è potuto fregiare di due giorni di riposo, eppure è agli ottavi di Europa League ed è terzo in campionato. Andando in Spagna, l'Atletico Madrid è uscito a sorpresa nei sedicesimi di finale, ma aveva infilato sei vittorie su sei in campionato dopo l'impegno in Europa League, pur avendo solo due giorni di riposo. E, nel frattempo, i "colchoneros" riescono a stare davanti anche ai cugini del Real, avvicinandosi sempre più al sogno di tornare in Champions League, magari anche per tenere Falcao. Volendo concludere la carrellata, si può riportare l'esempio dell'Anzhi: saranno miliardari, ma sono più abituati alla fatica. Discorso che va approfondito, anche perché i russi hanno dovuto affrontare tre turni preliminari prima del gironcino: a luglio e agosto, la squadra di Eto'o ha usufruito - su sei partite di qualificazione - di un solo giorno (!) di riposo in quattro occasioni. Eppure, l'Anzhi è secondo in campionato ed è agli ottavi di Europa League, rischiando oltretutto di essere una possibile vincitrice della competizione.
Insomma, l'italica lamentela non attacca: a noi il riposo, agli altri le vittorie. Da cosa deriva questa incompatibilità tra il giocare il giovedì ed il sabato o la domenica? Da nulla, in realtà. Basterebbe usare in maniera sana il turn-over: un presidente non dovrebbe pagare 25-30 giocatori per schierarne 15 per due mesi intensi, in cui le energie vanno centellinate. Nonostante ciò, molti si appellano alla stanchezza; intanto, il ranking italiano non compie grandi passi in avanti. Le tedesche si stanno suicidando, ma vedremo quanto le squadre italiane riusciranno a colmare il gap in questa stagione: male che vada, c'è sempre la fatica a cui appellarsi.. parafrasando una canzone di Daniele Silvestri: «Lo so che non ti piacciono le situazioni in bilico, le cose che succedono.. e succedono lo so.. ma che lamenti, sei tu che butti sempre tutto giù; ma che lamenti, nel dubbio che poi non funzioni più, così fai tu».

Samuel Eto'o, 31 anni, capitano dell'Anzhi, possibile sorpresa in EL.

28.2.13

ROAD TO JAPAN: Toshiyuki Takagi

Bentornati a tutti voi, cari lettori. Siamo qui nuovamente oggi per parlare di Giappone e chiudere questo mese di febbraio, con un'altra segnalazione su un talento del Sol Levante. Se nell'ultimo numero avevo parlato di un centrocampista dotato di molta fantasia, oggi non mi discosto da questo prototipo: infatti, vi menzionerò di un attaccante, capace di giocare su tutto il fronte offensivo e di spezzare le partite in due. Forse è ancora un po' acerbo, ma si farà senza dubbio: sto parlando di Toshiyuki Takagi, seconda punta dello Shimizu S-Pulse.

SCHEDA
Nome e cognome: Toshiyuki Takagi (高木 俊幸)
Data di nascita: 25 maggio 1991 (21 anni)
Altezza: 1.70 m
Ruolo: trequartista offensivo, seconda punta
Club: Shimizu S-Pulse (2011-?)


STORIA
Toshiyuki Takagi nasce 21 anni fa nella grande metropoli di Yokohama; lo sport era nel suo destino, visto che il padre è stato un famoso giocatore di baseball nella città della prefettura di Kanagawa. Lo stesso vale per i suoi due fratelli: infatti, i figli della famiglia Takagi sono tutti dediti al calcio e sono tutti cresciuti nel florido vivaio del Tokyo Verdy. Se il più piccolo, Daisuke, è un classe '95, Yoshiaki - nato nel 1992 - è già in Europa, seppur la sua avventura con l'Utrecht non stia andando molto bene. E Toshiyuki? Il più grande dei tre fratelli Takagi è ancora in Giappone e sta seguendo un percorso più graduale. Sembrava addirittura che lui dovesse seguire le orme del padre, giocando a baseball; invece, dopo esser cresciuto nell'F.C. Azamino, i verdi della capitale lo acquistano e lo mettono nel settore giovanile. Non ci vuole molto prima che il tecnico della prima squadra lo faccia esordire nell'ottobre del 2009; giusto qualche presenza per prepararlo all'anno successivo. Anzi, il tecnico Kawasatsu decide di andare oltre, schierando entrambi i fratelli Takagi in campo: Yoshiaki gioca più di Toshiyuki, partendo da titolare, ma entrambi danno il loro contributo. Alla fine, il Tokyo Verdy ottiene il quinto posto e si pensa che il futuro possa essere nuovamente in prima divisione. Ma ormai entrambi i fratelli Takagi hanno attirato attenzione: se Yoshiaki emigra in Olanda, Toshiyuki sale di categoria e si trasferisce allo Shimizu S-Pulse, che ha bisogno di sostituire i partenti Hyodo e Fujimoto. Un trasferimento che costa appena 300mila euro.
Takagi ha la piena fiducia del nuovo allenatore dello S-Pulse, l'iraniano Ghotbi; è tale la fiducia in lui che il ragazzo, appena 19enne, gioca ben 37 partite in tutta la stagione, con 4 reti all'attivo. La vera esplosione, però, è arrivata quest'anno: sempre con lo stesso tecnico, lo Shimizu ripete l'andamento della stagione passata, confermandosi a metà classifica. Intanto, Takagi ed Omae fanno ammattire le difese avversarie; se il Omae è più continuo sotto porta, Takagi trova comunque la maniera di realizzare 11 reti e 6 assist nelle 40 partite stagionali giocate. Inoltre, secondo una statistica, ha avuto un tasso di successo nei dribbling del 71%: non male.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Takagi è un giocatore offensivo come se ne trovano molti in Giappone; tuttavia, la sensazione è che sia ancora acerbo. Se questo, da una parte, vuol dire che deve ancora maturare, dall'altra segnala il fatto che il meglio, forse, deve ancora venire. Tatticamente, Takagi è un vero trequartista: nel 4-2-3-1 è capace di occupare tutte e tre le posizioni alle spalle della punta; nel 4-3-3 può giocare su tutti e due gli esterni, mentre nel 4-4-2 può agire da seconda punta. In casi d'emergenza, può giocare anche da punta, ma non è consigliabile. Sacrificarlo come esterno di centrocampo è possibile, ma controproducente: non può stare troppo lontano dalla porta. Una particolarità: è un destro, ma preferisce partire da sinistra, in modo da scaricare un buon tiro, dotato sopratutto di precisione. Takagi possiede anche un buon dribbling nello stretto, mentre perde qualcosa in termini di velocità; infine, il giocatore ha un discreto senso dell'assist.

STATISTICHE
2009 - Tokyo Verdy*: 5 presenze, 0 reti
2010 - Tokyo Verdy*: 26 presenze, 6 reti
2011 - Shimizu S-Pulse: 37 presenze, 4 reti
2012 - Shimizu S-Pulse: 40 presenze, 11 reti
(* = in J-League 2)

NAZIONALE
Diciamo che la situazione riguardante la nazionale è difficile: Takagi gioca in un ruolo fortemente conteso in Giappone. Basti pensare che, nella nazionale nipponica e nel suo 4-2-3-1, ci sono già cinque interpreti semi-sicuri del posto al mondiale: Kagawa, Honda, Okazaki, Kiyotake ed anche Inui sembrano sicuri di essere nei tre che giocano dietro la punta. Sarà difficile per Takagi conquistare spazio in quel ruolo; tuttavia, non c'è bisogno di giocare in nazionale per esser considerati un buon giocatore. Il fantasista dello Shimizu ha vestito la maglia dell'U-20 giapponese tra 2009 e 2010: sette presenze e tre gol nelle qualificazioni al campionato asiatico U-19.

LA SQUADRA PER LUI
Il suo valore non è eccessivo: un milione di euro (fonte: transfermarket.co.uk). Insomma, per lui, un altro anno in Giappone non è da scartare; il talento c'è, ma ha bisogno di esser raffinato. Semmai, se a giugno arrivasse un club belga, olandese o francese (campionati in cui si può maturare serenamente), allora farebbe bene a pensarci. L'Italia è troppo per lui in questo momento, ma chissà in futuro.



24.2.13

Bale Runner.

C'era una volta un ragazzo di Cardiff, dove lo sport principale è il rugby. Aveva le stimmate originarie del suo idolo d'infanzia, Ryan Giggs; non ci è voluto molto prima che quel prodigio venisse notato da diverse squadre inglesi. Oggi, dopo anni di miglioramenti, è uno dei primi 10 giocatori al mondo. Personalmente è nei primi cinque. Il suo nome è Gareth Bale e troverà nuovamente sulla sua strada un'italiana, l'Inter, nei prossimi ottavi di Europa League.

Bale in nazionale gallese, di cui è stella indiscussa e grande patrimonio.

L'ala del Tottenham sta stupendo il mondo nelle ultime settimane, ma non è stato sempre così. Classe 1989, Bale si è fatto notare in Galles per le sue straordinarie capacità: il più lesto nel prelevarlo è stato il Southampton, che l'ha tesserato a soli 16 anni. Bale debutta nel 2005/06, mettendo insieme due presenze e sfiorando il record di giocatore più giovane con la maglia dei Saints
La crescita del gallese impressiona nella stagione successiva, quando il Southampton sfiora la promozione in Premier anche grazie alle sue magie. Parte una nuova asta ed è il Tottenham ad avere la meglio, accordandosi per un trasferimento che ha raggiunto - grazie a bonus e premi - la quota di 11 milioni di euro; non male, visto che il ragazzo aveva solo 18 anni all'epoca.
Nei suoi primi tempi al "White Hart Lane", il gallese non ha fortuna: la prima stagione sembra andare bene quando si rompe il legamento ed è costretto a saltare il resto di quell'annata. Non va meglio in quella successiva, dove si prende il numero 3, ma perde il posto da titolare a favore di Assou-Ekotto; non solo, perché viene quasi ritenuto un amuleto negativo, visto che - quando Bale scende il campo - il Tottenham non vince per 24 partite consecutive. 
Quando si fa male nuovamente, nell'estate del 2009, sembra la fine. Eppure il nuovo tecnico, Harry Redknapp, crede fortemente in lui e dà al gallese una nuova chance: quando Bale scende in campo, l'allenatore ha una intuizione notevole, visto che sposta il gallese dal ruolo di terzino a quello di ala. Quest'intuizione, combinata al suo talento e alla crescita permessagli da Redknapp, trasformano il ragazzo in un'arma da guerra.
Il Tottenham centra la qualificazione ai preliminari di Champions League nel 2010, quando Bale gioca ancora da terzino. L'anno successivo è quello della sua consacrazione, sopratutto grazie a una partita, quell'Inter-Tottenham 4-3 dove Bale surclassa Maicon, facendogli passare una delle più brutte serate della sua vita da giocatore. 
Il gallese realizza una tripletta che, per poco, non permette agli Spurs di sfiorare una clamorosa rimonta, L'Inter vince, ma tutti si accorgono che Gareth Bale non è un giocatore qualsiasi. A confermarlo è il premio conferitogli dalla associazione calciatori inglese, che lo nomina miglior giocatore della Premier League 2010/11.

Un giovanissimo Bale a segno con la maglia del Southampton, con cui è cresciuto.

Insomma, tutto questo trambusto per Bale non è nuovo: da quando ha avuto questo miglioramento, la sua media-gol si è alzata e i più grandi club del mondo si sono fatti avanti per lui. Il problema è che, quest'anno, il gallese sta dominando in lungo e largo: il gioco di Villas-Boas lo valorizza ancor più di prima e lui è migliorato ulteriormente. 
Basta osservare il suo score personale: tra nazionale e club, il gallese ha totalizzato la bellezza di 20 reti e 10 assist in 35 presenze stagionali. E siamo solo a febbraio... la sensazione è che non si possa parlare più solo di top-player, ma di vero e proprio fenomeno del calcio. Ho spesso detto come Messi e Cristiano Ronaldo non siano soli, che vi siano un altro paio di giocatori capaci di avvicinarli.
Uno di questi è Radamel Falcao, di cui ho spesso lodato le prestazioni; l'altro, forse, è Gareth Bale, che sta facendo passi da gigante in questi anni. L'avere Harry Redknapp come allenatore l'ha aiutato, ma l'ala sta dimostrando di avere doti che molti non immaginavano sue; un fenomeno a 360 gradi, come quando, da piccolo, avrebbe voluto emulare le gesta del suo grande idolo d'infanzia: Ryan Giggs
Ora che il "mago gallese" del Manchester United ha quasi 40 anni e gioca ancora alla grande, l'augurio è che Bale possa fare altrettanto, sebbene il suo gioco sia più atletico e meno tecnico di quello del suo connazionale e mito d'infanzia. Tuttavia, in questo momento, sarebbe sciocco negare il fatto che Bale è assimilabile ai grandi del calcio mondiale. 
C'è chi dice che andrebbe testato in un club più grande: potrebbe esser vero, ma ciò non toglie nulla alla grandezza di questo atleta, che forse sarebbe stato tagliato anche per gli 800 metri alle Olimpiadi. Teniamocelo stretto e speriamo che duri a lungo; se poi giocherà con Messi o Cristiano Ronaldo, vorrà dire che ci sarà da divertirsi per chi li allenerà. Lunga a vita a Bale Runner: preservatecelo sano e forte come ora.

Gareth Bale, 23 anni, l'uomo più decisivo del momento in Premier.

18.2.13

Il bomber dimenticato.

Strana la vita: un giorno sei l'eroe di un paese intero ed alzi trofei al cielo, quello dopo sei un di più di cui sbarazzarsi. Forse David Villa non se l'aspettava, quando firmò per il Barcellona nell'estate del 2010: eppure, si è arrivati a questo punto. Non passa sessione di mercato in cui l'attaccante non venga costantemente accostato a nuove piazze che lo vorrebbero, con il Barcellona già alla ricerca di altre punte per sostituirlo. E' degli ultimi giorni la notizia che i blaugrana starebbero pressando il Porto per aver Jackson Martinez nella prossima estate. Del resto, è noto come "El Guaje" sia prossimo alla partenza dalla Catalogna; una fine triste per un campione forse dimenticato troppo in fretta.

L'esplosione di Villa avvenne con il Real Zaragoza tra il 2003 ed il 2005.

Asturiano classe 1981, David Villa non è mai stato uno che si arrende: da piccolo, ebbe un gravissimo infortunio che avrebbe potuto pregiudicarne i sogni di gloria. Quando ha quattro anni, il ragazzo si rompe il femore destro, ma lui ed il padre lavorano nel frattempo sul sinistro, permettendo a Villa di diventare un abile tiratore ambidestro, grazie all'aiuto del padre; sempre la famiglia gli consigliò di continuare a giocare quando - 14enne - ebbe contrasti con il suo coach dell'epoca. Insomma, un ragazzo con grande forza di volontà, sostenuto come si deve dai propri cari: ci vuole poco, allora, perché Villa si faccia notare. Le doti non gli mancano, ma il Real Oviedo - il più grande club delle Asturie - lo boccia perché troppo "corto"; non c'è problema. Villa viene ingaggiato dallo Sporting Gijon, dove segna 35 reti in due stagioni con la squadra B, prima di farne 40 con i titolari. Il salto in Liga arriva grazie al Real Zaragoza, che acquista l'attaccante da uno Sporting con problemi finanziari; sono tre milioni di euro spesi benissimo. L'asturiano si adatta immediatamente alla massima serie spagnola e segna subito 17 reti. Non solo: "Villa maravilla" - come intonano i suoi tifosi - gioca una parte importante nella conquista della Coppa del Re del 2004, in cui il Zaragoza batte addirittura il Real Madrid, così come nella Supercoppa vinta l'estate successiva. 41 reti in due anni con gli aragonesi sembrano abbastanza per attrarre il Valencia e la nazionale spagnola: se i primi pagano 12 milioni di euro al Zaragoza per averlo, Aragonés comincia a convocarlo nel 2005, convinto che Villa possa dare qualcosa in più alle "furie rosse".
Cambia città, ma la costanza di rendimento mostrata dal bomber è spaventosa: 28 marcature stagionali al primo anno, con tanto di gol clamorosi (come quello da metà campo contro il Deportivo al "Riazor"). Villa rimarrà a Valencia per cinque anni, non scendendo mai sotto la quota di 20 gol per stagione e vincendo la Coppa del Re con i "murciélagos" nel 2008; quando deciderà d'andar via, nel 2010, avrà realizzato la bellezza d 128 reti con la maglia del Valencia. Nel frattempo, Villa s'impone con la nazionale spagnola: l'asturiano si comporta bene al Mondiale del 2006, ma è l'Europeo del 2008 la svolta della sua carriera con le "furie rosse". L'attaccante è così importante per Aragonés da spodestare Raul Gonzalez Blanco, fino ad allora capitano e bomber principe della Spagna; la scelta si rivelerà più che giusta, viste le quattro reti che rendono l'asturiano capocannoniere della manifestazione. Convocato anche per la Confederations Cup dell'anno successivo, Villa stabilisce alcuni record importanti per la Spagna: maggior striscia di partite in cui va in gol (6), maggior numero di gol in una fase finale di Coppa del Mondo (6) e maggior numero di gol in ambito internazionale in un anno (12). Il capolavoro, però, arriva nel Mondiale sudafricano: scelto come "puntero" di una nazionale imbattibile, Villa realizza cinque gol, quasi tutti decisivi per i passaggi dei vari turni. Nel finale scompare un po', ma l'attaccante è fondamentale nei primi turni, quando bisogna scremare la concorrenza; così, Villa diventa campione del mondo e, nonostante la cinquina di reti, vince solo la "Silver Shoe", dato che Muller ha fatto più assist di lui. Poco male: il mondo è ai suoi piedi, come lo sarà l'intera Spagna qualche mese dopo. Infatti, il 25 marzo 2011, l'asturiano sorpassa il record di gol in nazionale di Raul (44 reti) e diventa il miglior marcatore nella storia della nazionale spagnola.

Villa in nazionale spagnola, della quale detiene il record di gol dal 2011.

Se in nazionale le cose vanno benissimo, nei club sembrano poter andare meglio: prima del Mondiale del 2010, Villa si trasferisce al Barcellona per la cifra di 40 milioni di euro. Come i suoi idoli Luis Enrique e Quini, l'attaccante passa dallo Sporting Gijon ai blaugrana; inoltre, non si smentisce, segnando 23 gol stagionali. Ma sopratutto, dopo la Coppa del Mondo e gli Europei, si fregia anche della Champions League; nella finale di Wembley, segna il 3-1 al Manchester United e grida la sua gioia al mondo. Sembra tutto perfetto; ma Villa non sa che il destino è pronto a tendergli una trappola. Nella Coppa del Mondo FIFA per club, che si svolge in Giappone nel dicembre 2011, l'attaccante si rompe la tibia e deve rinunciare a tutta la stagione, oltre che agli Europei della scorsa estate. Nei già delicati equilibri con Guardiola, Villa è costretto a guardare e, al suo ritorno, la situazione è cambiata: infatti, quest'anno, l'asturiano sta spesso partendo dalla panchina, ma sopratutto gioca raramente 90' interi. Chiaro che rientri anche nella logica di una buona ripresa dall'infortunio, ma Villa ha ripreso il contatto con il campo in agosto e non sembra che abbia conquistato posizioni nelle gerarchie di Vilanova. Con Messi ormai al centro dell'attacco, per l'ex Valencia non sembra esserci più spazio; specie nel Barcellona visto quest'anno.
Le speculazioni di mercato vanno avanti da diversi mesi. A Villa sono stati accostati più club europei (Juventus, PSG, Liverpool, Chelsea, Arsenal), così come il Barca si sta guardando intorno per cercare nuovi esterni d'attacco (vedi Neymar): insomma, il destino non sorride al bomber delle Asturie, che sembra ormai pronto all'addio in estate. Un peccato: perché sì, questo Barcellona corre, ma Villa avrebbe bisogno solo di rimettersi al centro di un progetto. Forse, però, quel progetto non può essere quello blaugrana, dove il piedistallo principale è occupato da un signore che ha vinto quattro Palloni d'Oro. Resto convinto che Villa abbia bisogno di continuità e di minutaggio nelle gambe: uno che va in doppia cifra per 12 stagioni consecutive, di sicuro, non è scarso. Così come credo che Villa possa riprendersi la nazionale ed il ruolo di interprete principale: Torres non si è ancora ripreso, Soldado non è considerato, Llorente e Negredo non sono al livello di "El Guaje". Intanto, una colica renale lo costringerà a stare fuori per qualche giorno; speriamo che questo bomber dimenticato possa ripartire. Non può e non deve finire così la carriera di un giocatore straordinario come David Villa.

David Villa, 31 anni: tempo di rinascere in una piazza diversa da Barcellona?