30.11.14

ROAD TO JAPAN: Yasushi Endo

Buongiorno a tutti e benvenuti a un altro numero di "Road to Japan", la rubrica che vi consentirà di scoprire alcuni dei profili più interessanti del calcio nipponico. Per il penultimo pezzo dell'anno, si vola nella prefettura di Ibaraki, precisamente verso i Kashima Antlers. Qui Toninho Cerezo sta facendo crescere una nidiata di giovani niente male: tra loro, anche un classe '88 come Yasushi Endo - professione centrocampista - può esser considerato come uno dei vecchi del gruppo.

SCHEDA
Nome e cognome: Yasushi Endo (遠藤 康)
Data di nascita: 7 aprile 1988 (età: 26 anni)
Altezza: 1.68 m
Ruolo: Centrocampista esterno, trequartista
Club: Kashima Antlers (2007-?)



STORIA
Nato a Sendai nell'aprile 1988, Endo cresce calcisticamente nello Shiogama N.T.F.C., piccolo club delle prefettura di Miyagi di recente fondazione. Nel 2003 arriva la chiamata del FC Miyagi Barcelona, una compagine giovanile dove è passato anche un certo Shinji Kagawa. Tuttavia Endo rimane allo Shiogama per cinque anni. Il suo nome nella prefettura di Sendai gira con insistenza il suo nome. Tale è il credito accumulato in quegli anni che alla fine Endo viene scelto per giocare in J-League, ma non da una squadra qualsiasi: i Kashima Antlers, uno dei team più vincenti nella storia del calcio nipponico, lo selezionano per entrare in squadra.
I primi tre anni sono di puro apprendistato. L'esordio arriva in una serata di aprile contro l'Omiya Ardiya, quando Endo gioca un quarto d'ora subentrando a Masuda. Mentre la squadra vince tre titoli consecutivi in J-League e sforna talenti sotto la guida tecnica di Oswaldo de Oliveira, il giovane Yasushi accumula qualche presenza - nove in tre stagioni - e cerca di capire come funziona il mondo dei professionisti.
Il 2010 è l'anno di svolta: sempre con i consigli di Oswaldo, Endo comincia ad avere più minuti sul terreno di gioco. A fine anno, sono 29 le presenze sul terreno di gioco, accompagnate dalle prime cinque reti da professionista. Da lì in poi Endo non è mai andato sotto le 30 presenze stagionali ed è diventato un punto di riferimento della squadra. Specie da quando gli Antlers hanno deciso di "svecchiare" la rosa con l'opera di Toninho Cerezo, Endo è una sorta di guida per i più giovani, anche se lo stesso Yasushi non ha che 26 anni sulla sua carta d'identità. E quest'anno c'è stata l'esplosione: 11 gol e 8 assist sinora in stagione.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Il suo principale tratto è la capacità di rendersi utile in molti moduli e in quasi qualunque zona del centrocampo. Principalmente Yasushi sarebbe una trequartista destro, un centrocampista esterno capace di rientrare sul sinistro per assist o conclusione a rete. Ciò non gli impedisce di giocare anche sull'altra fascia. Tuttavia, Toninho Cerezo non ha mai escluso il suo utilizzo anche da trequartista. Per la tecnica a disposizione, può tranquillamente fare anche la mezz'ala in un centrocampo a tre. Certo, la mossa sbilancerebbe la squadra in avanti, ma in emergenza è una mossa possibile.
Dal punto di vista tecnico, Endo ha un buon bagaglio personale, specie sui piazzati. Non è un caso che spesso si stia prendendo la responsabilità di calciare i tiri da fermo al posto del più esperto e capitano Mitsuo Ogasawara, leader degli Antlers. Arrivati al limite dell'area, il suo mancino può creare numerosi problemi: una parabola liftata come la sua non ha molti eguali in J-League. E il tiro a giro sul secondo palo è la specialità della casa.

STATISTICHE
2007 - Kashima Antlers: 5 presenze, 0 reti
2008 - Kashima Antlers: 1 presenza, 0 reti
2009 - Kashima Antlers: 3 presenze, 0 reti
2010 - Kashima Antlers: 29 presenze, 5 reti
2011 - Kashima Antlers: 39 presenze, 3 reti
2012 - Kashima Antlers: 47 presenze, 11 reti
2013 - Kashima Antlers: 38 presenze, 9 reti
2014 - Kashima Antlers (in corso): 32 presenze, 11 reti

NAZIONALE
Per quanto riguarda la Nippon Daihyo, Endo casca malissimo. A parte il cognome pesante che porta (Yasuhito non è suo parente, ma è il primatista di presenze in nazionale), l'abbondanza in quel ruolo non gli ha mai permesso di aprirsi una porta per una convocazione. Persino per l'EAFF Asian Cup Zaccheroni l'ha ignorato e difficilmente sarà chiamato da Aguirre. A meno che il tecnico messicano non decida di sconvolgere un po' le acque e fare altri esperimenti.
L'unico passaggio simbolico in nazionale è stato quello avuto con una convocazione in un U-18 della regione del Tōhoku per la Coppa Sendai del 2005: all'epoca Endo gioca con Shinji Kagawa e mette in campo una buona prestazione. Infine, Endo ha presenziato a uno stage della nazionale U-20 nel 2007, ma non è rientrato nelle scelte per l'Olimpiade di Pechino dell'anno successivo.

LA SQUADRA PER LUI 
Ormai il ragazzo è nel pieno della maturità. Grazie alle ultime due stagioni spese con Toninho Cerezo, Endo ha imparato molti dei trucchi del mestiere: è pronto per il grande salto. Anche perché di classe '88 con questa esperienza nel calcio nipponico non ce ne sono molti. Il prezzo dovrebbe essere leggermente aumentato rispetto ai 750mila euro di marzo 2014, ma poco male: il ragazzo li vale tutti.

27.11.14

Goodbye Istanbul.

Tempi duri per i tecnici italiani all'estero. Lippi ha lasciato da vincente la Cina, Capello non ha superato il girone al Mondiale con la sua Russia e Di Matteo sta facendo maluccio con lo Schalke. Di tutti i tecnici italiani all'estero, però, quello più nei guai è certamente Cesare Prandelli: ieri è arrivata la matematica eliminazione da qualunque competizione europea con il 2-0 subito a Bruxelles in casa dell'Anderlecht. E a breve arriverà l'esonero dal club turco.

Prandelli al Mondiale brasiliano: quattro anni da ct dell'Italia.

Quando ha lasciato la nazionale a giugno, forse il Cesare italiano si aspettava qualcos'altro. Qualche merito, lungo la sua carriera, gli va anche dato. Prandelli ha fatto tanta gavetta tra prima squadra e giovanili dell'Atalanta. Poi i passaggi a Lecce, Verona (sponda Hellas), Venezia, fino ad arrivare a Parma. Lì crea la coppia Mutu-Adriano e regala al calcio italiano Alberto Gilardino. Arriva la Roma, ma la malattia della moglie gli fa lasciare i giallorossi dopo poche settimane. Quando nel 2005 riabbraccia il calcio con la Fiorentina, Prandelli alza il suo livello di credibilità: bel gioco, alta classifica e tanta Europa. Tra cui una semifinale di Coppa Uefa persa ai rigori.
La capacità di portare la Viola dalla quasi retrocessione alla Champions è il motivo per cui la Figc lo ha scelto come l'uomo per ricostruire dopo il disastro del Mondiale sudafricano di quattro anni fa. Una scelta giusta e un compito ingrato, al quale secondo me Prandelli ha adempiuto benissimo nei primi due anni. Ha dato fiducia a una coppia di pazzi come Cassano e Balotelli; in cambio, ha creato un gruppo e ha centrato una finale di un Europeo. Forse a quel punto qualche integrazione immediata sarebbe servita, ma Prandelli ha deciso di fidarsi dei suoi uomini e l'avventura di sei mesi fa in Brasile è stata la certificazione di come quel gruppo sia fallito. L'Italia di Prandelli nel biennio tra Euro 2012 e il Mondiale 2014 ha subito la stessa sindrome dell'Inter immediata post-triplete: c'era bisogno di cambiare qualcosa, ma non lo si è fatto. E le conseguenze sono arrivate solo dopo, come una valanga.
Dopo la delusione mondiale, Prandelli è ripartito dalla Turchia nel giro di dieci giorni. Il 24 giugno si è dimesso da ct azzurro dopo Italia-Uruguay, valsa l'eliminazione dalla Coppa del Mondo, e ha parlato di "progetto tecnico fallito". Poi il 3 luglio scorso ha firmato a inizio luglio con il Galatasaray un contratto da due milioni e mezzo di euro all'anno, che era appena stato lasciato da un altro tecnico italiano (Roberto Mancini). Tuttavia, le cose non stanno andando bene alla Türk Telekom Arena. Il Galatasaray non è in testa al campionato come molti si aspettavano, anzi ha subito un paio di pesanti sconfitte in trasferta. Inoltre, i rapporti con la proprietà non sono proprio idilliaci.
Tuttavia la goccia che farà traboccare il vaso è il rendimento in Champions: la sconfitta di ieri sera contro l'Anderlecht - un 2-0 senza repliche - estromette il Galatasaray da qualsiasi competizione europea. Un punto, nessuna vittoria, 15 reti subiti in cinque gare. E un dato statistico interessante: ieri la squadra turca ha concesso ai belgi la possibilità di vincere la loro seconda gara casalinga nei gironi di Champions... negli ultimi 12 anni! Se sommata al 3-0 interno subito sabato dal Trabzonspor, l'esonero è servito.


Ora il Galatasaray vedrà cosa fare. L'economia in Turchia non è florida come due anni fa, quando nell'inverno 2013 arrivarono sia Didier Drogba dalla Cina che Wesley Sneijder da Milano (qui l'articolo). Basti guardare al mercato di quest'estate, quando gli acquisti più pubblicizzati sono stati Dzemaili e Pandev dal Napoli nell'ultimo giorno di trasferimenti. Che, per altro, si stanno rivelando dei fallimenti, visto il loro rendimento deficitario.
Dal canto suo, Prandelli sta dimostrando grosse difficoltà nel gestire i gruppi che egli decide di creare. Pensiamo a Euro 2012: in quel caso, il progetto è stato quello di affidarsi totalmente e nuovamente ad Antonio Cassano, demiurgo di quella nazionale dal punto di vista tecnico. Assieme a lui, lo scalmanato Mario Balotelli, sul quale Prandelli ha lavorato alacremente. Se i primi due anni da ct hanno visto il centravanti poco prolifico, dopo Euro 2012 Super Mario si è sfogato: 12 reti in due anni, tra le quali alcune decisive. Tuttavia, questo non è bastato a confermare quanto di buono fatto vedere all'Europeo. Quando l'appuntamento della Coppa del Mondo si è avvicinato, il gruppo sembrava sfilacciato. Troppe tensioni, sfogate anche al termine del Mondiale dopo l'eliminazione, tra richiami interni e frasi sibilline.
Quasi lo stesso è capitato a Istanbul, se è vero che i supporters del Galatasaray avrebbero preferito evitare un altro allenatore italiano alla guida del club giallorosso. La piazza sta diventando intollerante alla gestione straniera: nelle ultime dieci stagioni, ci sono stati sette tecnici stranieri. L'unico in grado di vincere qualcosa è stato Eric Gerets, mentre gli altri hanno fallito. C'è addirittura a chi manca Fatih Terim, che almeno ha portato a casa qualche risultato (due campionati e i quarti di finale in Champions).
Inoltre, si è verificato anche un problema tecnico: la decisione di Prandelli di giocare con il 3-5-2 non ha aiutato il Galatasaray, non abituato alla difesa a tre. Uno schieramento che è stato distrutto in Europa sia dall'Arsenal (4-1) che dal Dortmund (4-0 e 4-1). La mancanza di comunicazione con il gruppo ha fatto il resto: secondo quanto riportato da alcuni, il buon Cesare parlerebbe ai giocatori solo in italiano. Non un gran modo di farsi intendere. Lui ha provato a giustificare le sconfitte europee: «Per noi l'obiettivo è il campionato». Una scusa che non è bastata: l'esonero è già pronto. Goodbye, Istanbul.

Cesare Prandelli, 57 anni, in crisi con il suo Galatasaray.

24.11.14

L'uomo bicentenario.

200 volte. Come Baggio, Meazza, Altafini, Nordahl, Totti, Piola. Nel giorno della sua 400esima presenza nella massima serie italiana, Antonio Di Natale raggiunge quota 200 alla voce "gol in Serie A". Con il gol al Chievo Verona, oltretutto, sono 300 reti da professionista. Mica male per chi qualche anno fa sembrava destinato a incantare solo per qualche domenica, ma non a decidere le partite. La strada dallo stadio Sinigaglia del settembre 2002 al Friuli di ieri è stata lunga.


Di Natale è arrivato in Serie A a quasi 26 anni: un'esplosione tardiva. Tuttavia, alla prima gara nella massima serie - un Como-Empoli 0-2 - è lui a firmare una delle due reti che consentono ai toscani di agguantare il primo succcesso del campionato. Ricordo bene che all'epoca giocavo al Fantacalcio con i miei compagni delle medie. All'asta, puntai molto su quel ragazzo campano, che pochi conoscevano e confondevano con una festività. In realtà, Antonio Di Natale ha dimostrato di poter essere unico nel suo genere.
Dopo 55 gol e otto anni a Empoli, Totò si fa ammaliare da Luciano Spalletti. Proprio il tecnico di Certaldo ha fatto esordire il giovane Antonio nella Serie B 1996-97 con i toscani, quando la squadra ha conquistato la promozione in A per la prima volta. Così il viaggio del 2004 è verso Udine, dove Di Natale forma un bel tridente con Vincenzo Iaquinta e David Di Michele. Il risultato finale è la Champions League, ottenuta dopo i preliminari. Il numero 10 bianconero segna tanto, anche in Europa. Tuttavia, il suo ruolo rimane quello di seconda punta.
La svolta avviene nel 2009-2010: Fabio Quagliarella si è trasferito a Napoli per 18 milioni di euro e Pasquale Marino decide per un cambio. L'Udinese, apparentemente senza una vera prima punta, sposta il proprio capitano in quel ruolo. Il risultato sarà straordinario: già nel 2009-2010, Di Natale segna 29 gol ed è capocannoniere. Da quando gli è stato cambiata posizione in campo, il numero 10 dei friulani ha segnato 143 gol in 209 partite, disputate su tutte le competizioni nazionali ed europee. Numeri impressionanti, che non finiscono mai: nel 2014-15, siamo a 11 gol in 12 match.
Una carriera straordinaria, dedicata sopratutto a Empoli e Udinese. Se in Toscana è cresciuto e ha conosciuto il calcio professionistico, in Friuli Di Natale ha giocato in Champions League e nella vecchia Coppa Uefa, fino all'Europa League. Il risultato più vicino a un successo è stata la semifinale di Coppa Italia dell'anno scorso, quando l'Udinese ha rischiato di buttar fuori la più titolata Fiorentina (poi sconfitta dal Napoli). La semifinale della coppa nazionale è stata raggiunta anche nel 2004-05: in quel caso, è stata la Roma a escludere i friulani dalla competizione. Tuttavia, il terzo posto del 2011-12 è un po' come fosse stato uno scudetto. Giocare la Champions tre volte con l'Udinese (anche se per due stagioni solo nei preliminari) non è roba di poco conto.

Di Natale con l'Italia al Mondiale 2010: 42 presenze e 11 gol in azzurro.

L'unico cruccio nella carriera di Di Natale - più che quello di non vincere nulla - potrebbe esser stato quello di non aver reso in nazionale come ha fatto nel club. Se a Udine spesso l'hanno lasciato tranquillo di fare ciò che meglio sapeva fare, in azzurro le pressioni hanno pesato. Totò ha partecipato a due Europei (2008 e 2012) e un Mondiale (2010). Tre commissari tecnici diversi - Donadoni, Lippi e Prandelli - hanno puntato su di lui senza alcun riserbo: un segnale che il suo talento è facilmente distinguibile per chiunque. Tuttavia, al momento della verità, si è un po' sciolto. E forse all'Europeo di due anni fa, con Cassano e Balotelli lì davanti, non gli è stato dato il giusto spazio. Intanto, lui un gol alla Spagna campione d'Europa e del Mondo l'ha fatto...
L'Udinese di Stramaccioni non mi sembra una squadra da Europa, ma la salvezza è un obiettivo tranquillamente alla portata. Nel frattempo, per Totò ci sarà la possibilità di battere qualche altro record. Quelli della società friulana, intanto, se li è presi tutti. L'obiettivo dichiarato adesso è raggiungere e superare uno dei miti del calcio italiano, ovvero Roberto Baggio. Il Divin Codino è a quota 205 in A, mancano cinque reti per riprenderlo. Del resto, Di Natale non è mai andato sotto i venti stagionali da quando è diventato centravanti.
Molto dipenderà anche dal contratto. Attualmente il capitano dell'Udinese ha un accordo con i friulani fino al giugno prossimo, dopo di che... c'è incertezza. Di Natale ha detto: «Ci penso, ho qualche mese per ragionare. Con la famiglia Pozzo non c'è nessun problema...». E pensare che a luglio scorso Lippi l'ha cercato per chiedergli se Di Natale volesse raggiungerlo in Cina. Il Guangzhou Evergrande - già italiano con Diamanti e Gilardino - avrebbe potuto beneficiare di un talento. Invece, il capitano bianconero è rimasto. Chissà che la sua favola non continui fino al giugno 2016. Magari per raggiungere non solo Baggio, ma anche qualcun'altro. Intanto, l'uomo bicentenario si gode la sua festa: a 37 anni, non è ancora finita.

Antonio Di Natale, 37 anni, 200 gol in A raggiunti con l'Udinese.

20.11.14

No more glory.

18 novembre 2009: l'Egitto perde lo spareggio per qualificarsi al Mondiale di Sudafrica 2010 contro gli acerrimi rivali algerini. Se escludiamo la gioia di qualche mese dopo - la terza vittoria di fila in Coppa d'Africa - da quel momento in poi l'Egitto ha vissuto un periodo di grandissima crisi. Tante delusioni: l'ultima si è concretizzata ieri, quando i Faraoni hanno perso 2-1 in Tunisia e hanno mancato (l'ennesima) qualificazione alla Coppa d'Africa. Un disastro su tutta la linea.

31 gennaio 2010: l'Egitto è campione d'Africa per la terza volta consecutiva.

E pensare che il passato recente è molto più che glorioso. Quasi prestigioso, grazie a tanti successi raccolti nell'ultimo decennio. Storicamente, l'Egitto è una squadra prestigiosa nel panorama africano: è stata la prima compagine del Continente Nero a qualificarsi per la fase finale di un campionato del Mondo (nell'edizione italiana del 1934). I Faraoni hanno partecipato solo a due Mondiali: sarà un caso, ma la seconda volta è stata sempre in Italia, seppur nel 1990. E il legame con il nostro paese non può che rafforzarsi, se pensiamo che il punto più alto della propria storia recente l'Egitto l'ha raggiunto quando riuscì a battere proprio gli azzurri nella Confederations Cup del 2009: un successo di portata planetaria, visto che l'Italia di Lippi era campione del Mondo uscente. Poi l'Egitto non ha superato il gruppo ed è uscito per mano degli Stati Uniti, ma il risultato è stato importante.
Quel punto - raggiunto dopo anni di lavoro - lo si deve sopratutto all'impegno di Hassan Shehata, commissario tecnico dell'Egitto dal 2005 al 2011. Lui ha costruito la squadra che poi ha vinto tre edizioni consecutive della Coppa d'Africa: nel 2006 in casa, nel 2008 in Ghana e nel 2010 in Angola. Con queste tre vittorie, l'Egitto ha anche stabilito la nuova striscia più lunga d'imbattibilità nella fase finale della rassegna continentale: 32 gare senza mai perdere. Non solo: l'Egitto è nella storia una delle due africane (l'altra è la Nigeria) a esser mai entrata nella top ten del ranking Fifa. Tutta farina del sacco di Shehata.
Dopo quello straordinario ciclo, però, l'Egitto ha sofferto un contraccolpo clamoroso. Lo stesso Shehata ha dovuto rassegnare le dimissioni e tornare al suo amato Zamalek. Motivo? La clamorosa mancata qualificazione alla Coppa d'Africa 2012, con l'Egitto eliminato in un girone con Sierra Leone, Sudafrica e Niger. Non è andata meglio nelle qualificazioni successive. Dopo l'arrivo di Bob Bradley in panchina (ex ct USA), i Faraoni hanno mancato anche l'appuntamento del 2013: nonostante la qualificazione si ottenesse tramite scontri a eliminazione diretta, l'Egitto ha perso contro la Repubblica Centrafricana. Anche nel cammino per qualificarsi al Mondiale brasiliano, è andata male: dopo aver dominato il proprio gironcino (sei vittorie su sei partite), l'Egitto è stato massacrato dal Ghana nel doppio confronto. Il finale è stato 7-3 in favore delle Black Stars, ma nella gara d'andata è finita 6-1 per il Ghana...
A quel punto, anche Bradley è stato cacciato e al suo posto è arrivato Shawky Gharib, che è stato assistente di Shehata nel periodo d'oro. Nulla però è cambiato neanche per le qualificazioni alla Coppa d'Africa del prossimo gennaio. La parziale scusante è che l'Egitto è stato inserito in un gruppo difficile: Tunisia e Senegal sono due buone squadre. Tuttavia, i Faraoni hanno perso tutte e quattro le partite contro queste squadre: un segnale di poca solidità. Sei punti pieni contro il Botswana, ma non sono bastati a qualificarsi neanche come miglior terza. Nemmeno avere un gran giocatore come Mohamed Salah, che è stato cercato e preso da un certo José Mourinho al Chelsea, è servito a raddrizzare la situazione.

Hassan Shehata, 65 anni, l'uomo che ha fatto vincere tutto all'Egitto.

Il problema può essere sviscerato su tre fronti. Primo: la squadra sembra meno unita di prima e i talenti non fioccano come una volta. Ci sono ancora i grandi vecchi, come Ahmed Fathy e Hossam Ghaly, ma i grandi sono ormai tutti fuori dal giro della nazionale. Essam El-Hadary, leggendario e istrionico portiere del grande Egitto, gioca ogni tanto, ma non può essere il titolare dei Faraoni a 41 anni. Ahmed Hassam, dopo lo storico record di 184 presenze in nazionale, si è giustamente ritirato nel 2012. Gedo, match-winner della finale della CAN 2010, non gioca e non segna. Amr Zaki, l'uomo che stregò Anfield con la maglia del Wigan, non ha nemmeno un contratto con una squadra, così come Mohamed Zidan. Mettiamoci anche che una leggenda non solo del calcio egiziano, ma di quello africano come Mohamed Aboutrika si è ritirato l'anno scorso. A questo punto, il quadro tecnico è completo.
Secondo: la violenza. Già, perché a guardare i risultati il calcio egiziano non sembra passarsela male: basti pensare che l'Al-Ahly sotto la presidenza di Hassan Hamdy - dal 2005 a oggi - ha vinto cinque Champions League africane e un'altra volta è arrivata in finale. Quindi il club ha partecipato alla FIFA Club World Cup cinque volte nelle ultime dieci edizioni. Nel 2006, l'Ah-Ahly arriva persino terzo, facendo soffrire in semifinale l'Internacional di Pato. Tuttavia, l'incidente del febbraio 2012 al Port Said Stadium è ancora ben fresco nella mente di tutti: 72 morti, più di 500 feriti. Cose che in una partita di calcio non dovrebbero mai accadere. E non è stato l'unico episodio, visto che i tifosi dello Zamalek hanno invaso il campo nella gara di ritorno dei preliminari della Champions League africana del 2011 contro il Club Africain, squadra tunisina. Il risultato è stato la squalifica del club dalla competizione.
Terzo: manca una guida forte. Quando l'Egitto gioca la Coppa d'Africa in casa nel 2006, i Faraoni affrontano in semifinale il Senegal. Shehata si consacra agli occhi dei tifosi in quella gara: decide di togliere la star locale Mido (sì, quello della Roma) e l'attaccante non la prende benissimo, insultando il suo ct. Il tecnico manda dentro Amr Zaki, all'epoca un perfetto sconosciuto. Ci vogliono pochi minuti prima che l'allora attaccante dell'ENPPI metta dentro il gol che porta l'Egitto in finale. Anche queste sono scelte di personalità. E senza quel carisma - che è necessario per vincere - difficilmente l'Egitto rivedrà la gloria molto presto.

Neanche il talento di Mohamed Salah, 22 anni, è bastato all'Egitto.

17.11.14

4 d.M. e l'ennesima rivoluzione

Che fatica superare quel fantasma. Il 25 maggio 2010 l'Inter vince in quella data la Champions nella finale di Madrid contro il Bayern Monaco e diventa l'unica italiana a conquistare il triplete. Una gioia irrefrenabile, seguita da anni bui. Nessuno dei sostituti di Mourinho è riuscito a conquistare veramente la tifoseria. Ora arriva anche l'esonero di Walter Mazzarri, voluto nella pausa per le nazionali. E torna chi, prima dello Special One, era riuscito a vincere con l'Inter: Roberto Mancini.

Walter Mazzarri, 53 anni, ha concluso la sua avventura interista.

Il trauma dell'addio di José Mourinho ha lasciato delle cicatrici pesanti sulla società nerazzurra, che a quattro anni da quei trionfi non riesce ancora a ripartire in maniera continua e definitiva. Sulla panchina dell'Inter si sono alternati Benitez, Leonardo, Gasperini, Ranieri, Stramaccioni e lo stesso Mazzarri, ma i risultati non si sono visti. Paradossalmente le uniche soddisfazioni sono arrivate proprio nell'anno successivo al triplete: una Supercoppa Italiana, una Coppa del Mondo per club e la conquista della Coppa Italia 2010-11. Tutto condensato in un anno, tanto da pensare che altro non fossero che una prosecuzione di quanto costruito dallo Special One. Poi i trionfi sono diventati sono un ricordo del tempo che passa e nessuno dei tecnici sopracitati è stato in grado di esser continuo in termini di risultati.
Quando Walter Mazzarri è arrivato a Milano, ho pensato che fosse la scelta migliore. Lui è un allenatore che basa tutto sulle motivazioni e il 2012-13 dell'Inter è stata forse la peggior stagione degli ultimi 15 anni (dal 1998-99, per intenderci). Il tecnico di San Vincenzo è uno che si esalta nelle difficoltà. Ricordiamoci i tanti risultati con il Napoli e con la Samp, ma sopratutto la salvezza con undici punti di penalizzazione ottenuta a Reggio Calabria nel 2006-07: senza quella zavorra, la Reggina avrebbe sfiorato l'Europa. Quindi parliamo sicuramente di uno dei tecnici più capaci del panorama italiano. Magari un po' troppo integralista, ma in termini di risultati la sua storia parla da sé: è uno che difficilmente sbaglia una stagione.
Il target in casa Inter era quello di riprendersi dal nono posto del 2012-13. Un obiettivo parzialmente riuscito l'anno scorso: qualche buona gara e l'inizio flash del campionato. Il quinto posto finale, ottenuto dopo un finale di stagione complicato. Il rammarico per la doppia sfida contro il Tottenham in Europa League, dove forse l'Inter sarebbe potuta andare ulteriormente avanti, anche se WM non ha mai amato troppo quella competizione. Buoni dati se pensati in confronto a due mancanze fondamentali. La prima: l'esplosione ancora in essere di alcuni giocatori, visto che gente come Kovacic e Icardi è diventata decisiva solo quest'anno. La seconda: una squadra che aveva bisogno di esser ricostruita, di fronte a realtà più solide. Pensate a Napoli e Fiorentina per esempio, senza dover citare la Juve. Poi il passaggio di consegne alla presidenza nerazzurra tra Moratti (colui che l'aveva scelto) e Thohir (che ha solamente ereditato Mazzarri) forse non ha aiutato. Tuttavia, Mazzarri ha avuto ciò che voleva quest'estate in sede di mercato.
Ciò nonostante, tutto è peggiorato in questa stagione. La tifoseria interista non è famosa per la sua pazienza, ma Mazzarri si è cacciato nei guai da solo. A cominciare dall'atteggiamento sempre garantista del tecnico nei confronti di sé stesso: Mazzarri ha trovato sempre una giustificazione per le sue mancanze (tanto da creare fenomeni su YouTube e Facebook), tra calci d'angoli battuti e pioggia infame. Poi i risultati: alla fine della sua avventura, Mazzarri ha collezionato la percentuale più bassa di vittorie tra coloro che hanno succeduto Mourinho sulla panchina dell'Inter. Certo, Gasperini ha fatto peggio, ma è stato alla guida dei nerazzurri per appena cinque gare. E pensare che proprio Mourinho - nonostante gli screzi passati con il tecnico di San Vincenzo - l'aveva incoronato come l'uomo giusto per la rinascita dell'Inter. Peccato che Internet abbia massacrato l'ormai ex tecnico nerazzurro, tra l'hashtag #mazzarrivattene e video come quelli sotto.


Alla fine, la scelta dell'Inter è caduta sul passato più recente, quello timbrato Roberto Mancini. Un altro contratto pesante, con firma fino al giugno 2017. Segno che Thohir crede alla rinascita interista per le mani del Mancio. E che qualunque altro candidato che sperava di raggiungere la panchina dell'Inter a fine stagione - leggasi Sinisa Mihajlovic - dovrà rimandare a un'altra volta. Mancini ha vinto tanto con l'Inter: il tecnico di Jesi ha trasformato il club da zimbello italiano dei primi anni 2000 a una società vincente. Certo, Calciopoli ha avuto qualche merito in questa trasformazione di mentalità, ma l'ex tecnico del City è uno che in campo nazionale fa benissimo. Lo ha confermato anche all'Etihad Stadium. Più difficile sarà rilanciare l'Inter in Europa: per Mancini, c'è la maledizione Europa (ne parlai tanto tempo fa qui). E l'Inter del Mancio nel quadriennio 2004-2008 era molto più forte di quella attuale...
Fino all'ultimo, in corsa per la panchina nerazzurra c'è stato anche Walter Zenga. Non mi nascondo: forse sarebbe stata una soluzione più adatta di Mancini, al quale subentrare in corsa pesa sempre. Perché per il Mancio ci vogliono determinati tipi di giocatori, che in quest'Inter non ci sono. Basti pensare che gli esterni difensivi sono - tranne Nagatomo - tutti da 3-5-2: di terzini veri ce ne stanno pochi. Zenga, invece, è molto bravo nell'adattarsi, come ha dimostrato nell'esperienza di Catania. Mettiamoci anche altre due ragioni. La prima: l'ingaggio. Mancini, seppur libero, non è venuto all'Inter per elemosinare. Altrimenti non avrebbe accettato l'avventura Galatasaray un anno fa. E infatti c'è chi parla di un ingaggio da quattro milioni di euro l'anno. Se ci mettiamo anche l'esonero di Mazzarri e le cifre da corrispondere al suo staff fino al giugno 2016, il cambio di allenatore è costato all'Inter - tra ingaggi netti e lordi - 35 milioni di euro. Mica male per chi ha visto aprire dall'Uefa nei suoi confronti una procedura d'infrazione per i guai economici.
Secondo motivo: il progetto. Con Zenga si sarebbe potuto fare un anno di transizione fino a maggio, per poi decidere da dove ripartire. Se l'Uomo Ragno avesse fatto bene, lo si sarebbe potuto confermare; altrimenti, lo si sarebbe silurato per qualcun altro. Se Mancini non si ripetesse ai livelli della prima esperienza interista, con quali strumenti lo si potrà esonerare? Per pagare un altro allenatore per non far nulla? Diciamo che la mossa non è stata delle più sagge. Intanto, Mazzarri si può consolare e capire che gli allenatori non possono evitare per sempre l'onta dell'esonero. Uno dei suoi motivi di vanto crolla e speriamo per lui che sia d'insegnamento per una futura opportunità. L'Inter, invece, decide di ripartire da qualcuno che ha vinto con i nerazzurri PRIMA di Mourinho. Ormai è il quarto anno dopo Mourinho (d.M.) e l'ennesima rivoluzione nerazzurra è alle porte. Vedremo se sarà l'ennesimo fallimento di questi anni.

Roberto Mancini, 49 anni, torna all'Inter. Dietro José Mourinho, 51.