Visualizzazione post con etichetta asian cup 2019. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta asian cup 2019. Mostra tutti i post

5.1.19

Winter is coming: la Coppa d'Asia 2019 (Parte 2)

Se il resto del mondo sembra viaggiare in direzione ostinata e contraria, ci sono due confederazioni che stanno facendo dei veri passi avanti nell'organizzazione delle proprie competizioni. Se la FIFA punta al Mondiale a 48 squadre già per il 2022 e la CONMEBOL invita squadre a caso per la Copa América, AFC e CONCACAF si comportano diversamente.

Se per la confederazione nord e centro-americana bisognerà attendere la prossima estate per vedere la nuova Gold Cup all'opera, la rinnovata versione della Coppa d'Asia - a 24 squadre e con un nuovo trofeo, seppur negli Emirati Arabi (che hanno qualche problemino di affluenza negli stadi) - promette molto bene.

Ecco la seconda parte della preview, con una revisione dei gironi D, E e F (in corsivo le mie qualificate, non mi pronuncerò sulle terze: meccanismo troppo complesso). In più, alcune considerazioni finali nell'ultima parte del pezzo.

Alireza Jahanbakhsh, 26 anni, stella dell'Iran di Queiroz.

Gruppo D - Iran, Iraq, Vietnam, Yemen

 Vado o non vado? Resto o non resto? Carlos Queiroz è stato in dubbio a lungo durante e dopo il Mondiale 2018. L'Iran ha fatto un figurone in Russia, rischiando persino di eliminare il Portogallo; proprio per questo, il Team Melli è tra i favoriti per la vittoria di quest'edizione. E il suo c.t. è uno dei motivi principali.
L'Iran pre-Queiroz ha sofferto enormi difficoltà, ma otto anni più tardi la squadra è tra le migliori d'Asia e viene da due Mondiali consecutivi giocati nel 2014 e nel 2018. La crescita è evidente, sia quella della squadra che quella dei singoli giocatori: pensate solamente alla carriera di ragazzi come di Ansarifard, Azmoun o Jahanbakhsh.
L'Iran è probabilmente la squadra con l'identità più definita, con i propri giocatori nel prime delle loro carriere e con uno dei migliori c.t. della competizione. Cosa potrebbe andar storto? Qualcosa può accadere, ma per me l'Iran è la nazionale favorita per alzare il trofeo il 1° febbraio.

 A distanza di quattro anni dalla partita più pazza della Coppa d'Asia 2015, l'Iraq ritrova l'Iran, stavolta nel girone. La crescita della nazionale si è un filo fermata, sebbene tornare a giocare negli impianti del proprio paese sia stata un'indubbia conquista. E anche la scelta del coach non mi sembra personalmente delle più felici.
Ricordo Srečko Katanec come uno dei primi ricordi legati alla mia squadra del cuore (la Sampdoria), ma la sua carriera da selezionatore mi sembra tutt'altro che fulgida. Quattro anni grigi con la Slovenia, poco o niente con gli Emirati Arabi; l'ultimo risultato di successo è proprio con la Slovenia, quando la portò a Euro 2000 e al Mondiale 2002.
Su cosa si possono poggiare le speranze dell'Iraq? Sostanzialmente su una certa tradizione, su alcuni giocatori di livello (il promettente Mohanad Ali, Ali Adnan, Ahmed Yasin) e su un gruppo ringiovanito dopo la mancata qualificazione a Russia 2018.

 Se questo torneo non fosse stato a 24 squadre, avrei rischiato un pronostico: il Vietnam sopra l'Iraq. Perché la crescita del paese dal punto di vista calcistico è nettissima: laureatasi campione nell'AFF Championship del 2018, la nazionale del Sud-Est asiatico rischia di essere una delle maggiori sorprese di questo torneo.
Molto del merito va a Park Hang-seo, di cui ho già scritto su MondoFutbol.com al tempo della loro incredibile avventura negli Asian Games dell'anno scorso. Non solo, perché ci sono giocatori interessanti come Trần Đình Trọng e soprattutto Nguyễn Quang Hải, di cui ho già scritto qui in un recente Under The Spotlight.

 Lo Yemen è già felice di esser qui, dato che nel 2014 era al 186° posto del ranking FIFA. La qualificazione non è stata una sorpresa - nel terzo round di qualificazione era chiaro che ci fosse una chance -, ma data l'incredibile situazione di guerriglia che il paese vive... è un risultato straordinario. Tuttavia, un twist finale doveva esserci.
Sono rimasto sorpreso di non ritrovare l'etiope Abraham Mebratu alla guida della squadra, mentre il suo sostituto sarà Ján Kocian, che ha una carriera da giocatore di tutto rispetto, ma non mi è sembrato allo stesso livello da manager. Unica speranza? Se lo Yemen arrivasse secondo e l'Arabia Saudita vincesse il suo girone, sarebbe pazzesco.

Salman Al-Faraj, 29 anni, una delle note positive dell'Arabia Saudita al Mondiale,

Gruppo E - Arabia Saudita, Qatar, Libano, Corea del Nord

 L'Arabia Saudita ha vissuto su un otto volante emozionale nell'ultimo anno e mezzo: dal glorioso ritorno al Mondiale dopo 12 anni d'assenza grazie al lavoro di Bert van Marwijk all'addio del c.t. olandese, passando per l'inglorioso intermezzo di Edgardo Bauza e l'arrivo di Juan Antonio Pizzi, visto come una sorta di caso.
Eppure qualcosa di positivo in Russia si è visto, con l'Arabia Saudita capace di vincere l'ultima gara del girone con un buon calcio (seppur a un ritmo blando). Ci sono giocatori molto interessanti, come Al-Muwallad, Al-Faraj, Al-Dawsari e Al-Shahrani. Forse manca un centravanti per sperare nel trofeo finale, ma la testa del girone è un obiettivo fattibile.

 Chi segue questo blog sa dei mille dubbi che ho sull'avventura qatariota, partita con l'assegnazione del Mondiale 2022 e proseguita con l'implementazione dell'Aspire Academy e l'acquisto di diversi club. L'impressione è che qualche passo avanti ci sia stato, ma non quelli necessari per gli investimenti compiuti.
Il Qatar è a tre anni dal Mondiale e non sembra poter rientrare nell'élite del calcio asiatico, perché Giappone, Corea del Sud e Iran - senza contare l'Australia - sembrano lontane e irraggiungibili. Persino un santone da quelle parti come Jorge Fossati ha dovuto mollare a un certo punto, con il tecnico delle giovanili qatariote, Félix Sánchez, pronto a continuare l'andazzo.
C'è da dire che il Qatar ha ottenuto il miglior piazzamento della sua storia nel ranking Elo del dicembre 2018 (76° posto), sono arrivate vittorie prestigiose in amichevoli (contro Ecuador e Svizzera) e che alcuni profili sono interessanti (come Akram Afif). Mi tengo i miei dubbi e riparleremo di tutto il 31 dicembre 2022.

 A distanza di otto anni, il Libano è tornato alla Coppa d'Asia, pronto a vivere la sua seconda partecipazione alla Coppa d'Asia. Il merito va soprattutto a Miodrag Radulović, che lavora con la nazionale dal 2015 e ha portato la squadra a questa competizione per la prima volta tramite il percorso di qualificazione.
Non un'impresa facile, dato che l'ultima e unica partecipazione al torneo continentale risaliva al 2000; sono passati 19 anni e dubito che il Libano possa superare il gruppo, ma al tempo stesso questa squadra presenterà alcuni profili di valore (come il capitano Hassan Maatouk) e spera di poter centrare la prima vittoria di sempre (nel 2000 due pareggi e una sconfitta).

 La Corea del Nord è un punto interrogativo, se non altro perché il cambio in panchina - con l'addio di Andersen e l'arrivo di Kim Yong-jun (35 anni, era in campo nell'edizione 2011) - potrebbe aver compromesso la struttura del gruppo. Non è un caso che la Corea del Nord non sia riuscita a centrare la qualificazione all'EAFF E-1 Football Championship 2019.
Ci sono i soliti noti, come il capitano e portiere Ri Myong-guk; ci sono dei discreti profili, come Han Kwang-song e Pak Kwang-ryong; ci sono anche alcune assenze, come Pak Song-chol e An Byong-jun. Sarà la terza partecipazione di fila (la quinta assoluta in Coppa d'Asia), ma non vedo la Corea del Nord proseguire a lungo in quest'edizione.

Takumi Minamino, 23 anni, colonna tecnica di un Giappone in evoluzione.

Gruppo F - Giappone, Uzbekistan, Oman, Turkmenistan

 La recente notizia della mancanza di Shoya Nakajima - infortunato, sarà sostituito da Takashi Inui - lascia un pochino di rammarico per il Giappone. Ciò nonostante, la Nippon Daihyo è pronta ad affrontare l'edizione 2019 con una discreta dose di fiducia: il Mondiale è stato un intermezzo positivo e ora viene il bello.
Il rinnovamento - quello che sarebbe dovuto arrivare con Vahid Halilhodzic e che non si è mai visto - potrebbe esser iniziato sotto Hajime Moriyasu. Seppur le prime uscite in amichevoli siano state contro avversari di poco conto, il Giappone ha raccolto quattro vittorie e un pareggio con il Venezuela. Non male per un gruppo cambiato rispetto a un anno fa.
Hasebe e Honda si sono ritirati, Kawashima e Kagawa non sono più sul radar, mentre Shoji, Kosuke Nakamura e Nakajima non ci saranno. Qualora il Giappone riuscisse veramente a vincere la competizione nonostante il rinnovamento e le assenze -, ci troveremmo di fronte a un lavoro eccellente e a un'iniezione di fiducia per il prossimo Mondiale.

 La mancata qualificazione a Russia 2018 ha rappresentato un altro melodramma per l'Uzbekistan, un movimento calcistico solido, ma a cui manca una vera gratificazione. Il quarto posto del 2011 sembrava l'inizio di qualcosa, ma è mancato l'ultimo passo. E ora c'è da coltivare una nuova generazione, che si spera possa tenere un certo passo.
Per dire, l'Uzbekistan è stato in grado di fare meglio rispetto a movimenti calcistici che hanno speso molte più risorse - Cina e Qatar, per esempio -, ma ora c'è bisogno di un risultato. Se guardiamo il breve termine, l'arrivo di Hector Cuper è la mossa giusta. Personalmente non credo sia l'uomo migliore per far crescere i giovani, ma per puntare alle Top 4 negli Emirati... quello sì.
Non ci saranno molti senatori - Denisov, Haydarov, Tursunov -, così come non ci sarà un attaccante giovane e prolifico come Sergeev. Basteranno Rashidov, Ahmedov e Shomurodov a far brillare la nazionale di Cuper?

 Parliamo di un'altra nazionale che rischia di vedere i propri sogni infranti, soprattutto dopo aver appreso dell'assenza di Ali Al-Habsi, storico capitano e portiere della nazionale, nonché noto frequentatore del calcio inglese tramite la sua carriera. Il c.t. Pim Verbeek avrebbe fatto a meno di tale assenza, ma l'Oman dovrà superare questo problema.
Alla quarta partecipazione assoluta, l'Oman è ormai una presenza fissa come forza media dello scacchiere calcistico in Asia. Il calendario delle recenti amichevoli è stato molto positivo: l'Oman ha giocato 19 partite dal settembre 2017 e ne ha perse solamente due, vincendo per altro la Gulf Cup 2017. Potrebbero rivelarsi un ostico avversario nel girone.

 Come lo Yemen e il Kirghizistan, il Turkmenistan festeggia anche solo la presenza a questa competizione, la seconda in assoluto e la prima a distanza di 15 anni. La squadra allenata da Ýazguly Hojageldyýew sarà contenta anche di strappare un punto in un gruppo del genere e non è nemmeno detto che non ci riesca. 
La squadra conterà soprattutto sulla stella del gruppo, quel Ruslan Mingazow che da anni gioca in Repubblica Ceca e che ora potrà mostrarsi sul palcoscenico continentale.


Non me la sento di fare pronostici, mentre quello che posso fare è creare tre gruppi nei quali inserire altrettante squadre a seconda di come usciranno da questa competizione e delle aspettative di cui sono riposte.

A RISCHIO - Qatar, Cina, Corea del Sud
Per motivi diversi, nessuna delle tre può fallire nei suoi obiettivi per quest'edizione. Sarebbe particolarmente grave per le ultime due di queste tre squadre, visto che il Qatar lavora in vista del Mondiale 2022 e ha ancora un residuo spazio di sterzata.

IN CORSO D'OPERA - Iran, Thailandia, Australia
L'Iran deve cogliere l'attimo, ma il lavoro fatto da Queiroz porterà benefici anche per i prossimi 5-10 anni. La Thailandia ha dei giocatori molto interessanti, ma l'attitudine difensiva di Rajevac rischia di snaturare il loro marchio di calcio. L'Australia, invece, ha bisogno di capire come ripartire dopo un ciclo che ha dato molto, ma che ha svuotato i Socceroos dei propri interpreti principali.

IN FIDUCIA - Giappone, Vietnam, India
Sicuramente il Giappone ha dovuto iniziare un processo di rinnovamento a lungo rinviato, ma c'è molto entusiasmo e il potenziale è lì, a disposizione di Moriyasu. Il Vietnam viene da un bellissimo percorso nell'ultimo biennio e potrà solo fare esperienza negli Emirati; infine, l'India deve sfruttare questo ritorno per lanciare definitivamente il calcio nel proprio paese.



Winter is coming: la Coppa d'Asia 2019 (Parte 1)

Se il resto del mondo sembra viaggiare in direzione ostinata e contraria, ci sono due confederazioni che stanno facendo dei veri passi avanti nell'organizzazione delle proprie competizioni. Se la FIFA punta al Mondiale a 48 squadre già per il 2022 e la CONMEBOL invita squadre a caso per la Copa América, AFC e CONCACAF si comportano diversamente.
Se per la confederazione nord e centro-americana bisognerà attendere la prossima estate per vedere la nuova Gold Cup all'opera, la rinnovata versione della Coppa d'Asia - a 24 squadre e con un nuovo trofeo, seppur negli Emirati Arabi (che hanno qualche problemino di affluenza negli stadi) - promette molto bene. 
Ecco la prima parte della preview, con una revisione dei gironi A, B, e C (in corsivo le mie qualificate, non mi pronuncerò sulle terze: meccanismo troppo complesso).

Alberto Zaccheroni, 65 anni, pronto all'avventura con gli Emirati Arabi.

Gruppo A - Emirati Arabi Uniti, Thailandia, India, Bahrain

 A distanza di quattro anni da un'incredibile terzo posto in Australia, tutto sembra esser cambiato per gli Emirati Arabi Uniti. Il treno per la grande generazione è passato, niente Mondiale in Russia e niente da fare per Mahdi Ali, che ha dovuto rinunciare all'incarico dopo un fallimentare percorso verso Russia 2018.
L'attesa che questa squadra lasciava intravedere quattro anni fa è alle spalle e ora si spera che Alberto Zaccheroni - nuovo c.t. e vincitore di questa competizione nel 2011 - possa portare la squadra almeno alle semifinali, se non vincere. Ho dei seri dubbi al riguardo, sebbene il c.t. italiano si dica fiducioso sulla sua squadra.
Questa squadra ha un'età media piuttosto alta, con soli quattro U-23 su 23 convocati. Mancherà Omar Abdulrahman, uno dei giocatori più talentuosi del panorama asiatico, purtroppo infortunatosi nel novembre scorso. E non inganni l'ottimo percorso dell'Al-Ain al Mondiale per club: la Coppa d'Asia rischia di essere un brusco risveglio per la nazionale.

  A modo suo, anche la Thailandia rischia qualcosa a questa Coppa d'Asia. In realtà, si è formato un grosso hype per questa nazionale, ma le dimissioni di Kiatisuk Senamuang e l'assenza di Kawin Thamsatchanan - in una competizione falcidiata dagli infortuni di grosse e medie star - rischiano di rovinare i piani della Thailandia.
I giocatori che possono esser decisivi ci sono, come Chanathip Songkrasin e Teerasil Dangda, capaci di ritargliarsi uno spazio importanti in J. League, ma la nuova leadership del c.t. serbo Milevan Rajovac sembra aver imposto un impianto troppo conservativo per una squadra che invece si è evoluta soprattutto grazie al suo brand offensivo. Basterà?

 Non sembrava così scontato vedere l'India a questa competizione, alla quale torna a distanza di otto anni. Nel 2011, la nazionale indiana fece sostanzialmente da sparring partner per le rivali nel girone; stavolta, invece, l'obiettivo e il sogno sono quelli di passare il turno, sfruttando anche la nuova struttura della competizione.
Con la possibilità per le terze di passare il girone, l'India di Stephan Constantine - vero guru di questo miracolo calcistico - vorrebbe raggiungere gli ottavi di finale. Per dov'era il calcio indiano anche solo due-tre anni fa, sarebbe già un enorme successo. Molto dipenderà anche dalla classe di Sunil Chhetri, vero portabandiera del movimento indiano.

 Il Bahrain parte da fanalino di coda, anche perché la situazione nel paese non è migliorata e la golden generation - quella che per intenderci ha sfiorato la partecipazione al Mondiale 2010 - non è più nel prime dei suoi anni. La vera chiave potrebbe essere il c.t., quel Miroslav Soukup che ha portato la Repubblica Ceca U-20 quasi sul tetto del mondo e che ha aiutato lo Yemen a sopravvivere dal punto di vista calcistico per più di due anni.

L'Australia si appoggerà ancora su Robbie Kruse, 30 anni.

Gruppo B - Australia, Siria, Palestina, Giordania

 Già dall'addio di Ange Postecoglou - avvenuto appena raccolta la qualificazione a Russia 2018 -, avevo immaginato come il futuro dell'Australia sarebbe stato difficile. Postecoglou ha portato a termine un lavoro complicato: rinnovare la nazionale, superare il trauma dell'addio della miglior generazione di sempre e persino vincere la Coppa d'Asia in casa.
Gli è riuscito tutto, ma il cammino per qualificarsi al Mondiale 2018 è stato tremendo e ha messo a fuoco le difficoltà del calcio australiano di saper proporre nuovi talenti, capaci di eguagliare quelli della precedente generazione. E tutto è ancora più difficile se uno dei pochi in grado di farlo, come Aaron Mooy, si infortuna e deve saltare la Coppa d'Asia.
L'Australia può chiaramente passare il girone sotto la guida dell'esperto Graham Arnold, ma è IMHO quella che rischia di più tra le grandi di subire un grosso contraccolpo. Con Jedinak e Cahill ritiratisi prima della competizione e Arzani lasciato a casa, faccio fatica a trovare motivi di entusiasmo per i Socceroos.

 A proposito di Australia, chissà se la Siria avrà voglia di prendersi una rivincita. Molti dei giocatori che saranno negli Emirati per la Coppa d'Asia erano lì, a Sydney, quando in un pomeriggio d'ottobre i sogni di andare in Russia si sono infranti su un palo. Nei supplementari, all'ultimo minuto; eppure alcune cose sono cambiate da allora.
Il c.t. non è più Ayman Hakeem, ma il tedesco Bernd Stange, passato dal ritiro alla nuova esperienza con la Siria. E ora alcuni di quei ragazzi sono andati all'estero: mancherà lo storico capitano Firas Al-Khatib, ma Omar Kharbin e Omar Al-Soma sono pronti a prendere in mano la squadra. In cinque precedenti partecipazioni, la Siria non ha mai superato la fase a gironi: che sia la volta buona per provarci?

 Quattro anni possono cambiare diverse cose. La Palestina è arrivata alla prima storica qualificazione in Coppa d'Asia nel 2015, ma solo dopo aver vinto la Challenge Cup, una competizione riservata alle nazioni in via di sviluppo. La prima esperienza è stata un trauma, ma è arrivato il primo gol nella storia della competizione.
Nel 2019, la nazionale si ripresenta molto più esperta e pronta addirittura a sperare in un salto nelle ultime 16 (re-incrociando proprio la Giordania nel girone). Guidata dall'algerino Noureddine Ould Ali, la Palestina ha svolto una preparazione fitta, con diverse amichevoli. Basterà per superare il turno e sognare gli ottavi?

 La Giordania è diventata ormai una squadra abituata a presenziare a questa competizione. Dopo l'exploit del percorso di qualificazione a Brasile 2014 (quando sfidò l'Uruguay, pareggiando stoicamente nella gara di Montevideo), la nazionale guidata da Vital Borkelmans (ex assistente di Wilmots nel Belgio) spera di centrare la qualificazione al turno successivo.
I risultati delle ultime amichevoli non sono tra i più incoraggianti - otto gare giocate, una sola vittoria -, ma è anche vero che l'abitudine a certi palcoscenici potrebbe giocare a favore della Giordania, visto che è la loro ? partecipazione consecutiva. Personalmente attendo al varco Musa Al-Taamari, classe '97 molto promettente, al momento impegnato a Cipro con l'Apoel.

Hwang Ui-jo, 26 anni, ha vissuto un'annata straordinaria tra club e nazionale.

Gruppo C - Corea del Sud, Cina, Kirghizistan, Filippine

 Ci sono due nazionali che portano con sé una pressione spaventosa a questa Coppa d'Asia. Due tipi diversi di pressioni, but still... la Corea del Sud è una delle due. Dopo che molti hanno evitato la leva militare tramite il successo agli Asian Games dell'ultimo autunno, la logica vorrebbe che i Taeguk Warriors puntino dritti al successo.
Il trofeo continentale manca in Corea del Sud dal 1960; nel frattempo, diverse nazionali si sono imposte. Alcune, come il Giappone, han persino creato delle dinastie. Eppure alla Corea del Sud non mancano le stelle; molti direbbero Son Heung-min, io aggiungere Hwang Ui-jo, Jung Woo-young e Lee Jae-sung.
Se Uli Stielike è andato a un passo dal vincerla in Australia quattro anni fa, può Paulo Bento riuscire dove altri hanno fallito? Mi tengo i miei personali dubbi, ma è certa una cosa: con la situazione contingente, per la Corea del Sud è un'occasione d'oro. E se Son non dovesse esser decisivo, più di una domanda sarebbe da porre sulla sua capacità d'incidere a livello internazionale.

 Dicevamo della pressione? E che dire della Cina? Il gruppo scelto da Marcello Lippi - anche lui in fuga da quello che ormai sembra essere un paradiso in decadimento - è uno dei più vecchi della competizione e la situazione non sembra granché diversa da quattro anni fa, sebbene nel frattempo il calcio cinese abbia vissuto diverse situazioni.
Il terribile cammino per Russia 2018, l'addio di un c.t. che avrebbe dovuto costituire l'ossatura del futuro, l'incertezza sul futuro economico di uno scenario che sembra poco sostenibile... cosa ne sarà del calcio cinese dopo questa Coppa d'Asia? Un risultato negativo - che IMHO è un'eliminazione prima dei quarti di finale - potrebbe essere la spinta finale verso l'implosione (a meno che Wu Lei non salvi tutti un'altra volta).

 Ecco, nel caso del Kirghizistan bisogna essere onesti: parliamo di una delle poche squadre che potrebbe tornare a casa con tre sconfitte e aver comunque imparato qualcosa. La nazionale allenata da Aleksandr Krestinin - allenatore russo con un 48,8% di vittorie da quando è alla guida - ha fatto un miracolo a esserci.
Per altro, la federazione ha anche perseguito un pesante programma di naturalizzazione per rafforzarsi, soprattutto sulla sponda ghanese e tedesca. Viktor Maier si è fatto male prima della Coppa d'Asia, ma il Kirghizistan potrà contare su Daniel Tagoe, Vitalij Lux ed Edgar Behrnardt, tutti facenti parte della nazionale da diversi anni.

 Ciò che poteva essere un successo assoluto è diventato un esperimento a metà: le Filippine han sorpreso tutti, qualificandosi alla Coppa d'Asia sotto la guida di Thomas Dooley. Purtroppo, il tecnico statunitense non è stato confermato e al suo posto ci sarà Sven-Goran Eriksson, in un cambio che sembra soltanto una pensione dorata.
E che dire della gestione di Neil Etheridge, portiere che oggi gioca in Premier League, ma che non ci sarà in Coppa d'Asia con le Filippine? Una terribile mancanza, che mina molto del potenziale che la nazionale avrebbe portato negli Emirati. Sarà comunque una buona occasione per vedere all'opera Phil Younghusband, uno dei simboli nascosti del calcio asiatico.

Phil Younghusband, 31 anni, capitano e simbolo delle Filippine.

(continua domani...)

18.9.18

UNDER THE SPOTLIGHT: Nguyễn Quang Hải

Buongiorno a tutti e benvenuti al nono numero del 2018 per "Under The Spotlight", la rubrica che ci consente di esplorare i talenti che stanno emergendo in giro per il mondo. Oggi ci spostiamo in Vietnam, un paese che recentemente ha mostrato una crescita a livello calcistico. Tra i loro talenti, c'è sicuramente Nguyễn Quang Hải, fantasista della nazionale maggiore.

SCHEDA
Nome e cognome: Nguyễn Quang Hải
Data di nascita: 12 aprile 1997 (età: 21 anni)
Altezza: 1.68 m
Ruolo: Trequartista, seconda punta, mezzala
Club: Hà Nội FC (2016-?)


STORIA
Nato nel distretto rurale di Đông Anh nell'aprile del 1997, Nguyễn Quang Hải ha lasciato presto la sua casa per trasferirsi all'accademia del Hà Nội Football Club: a nove anni, nel 2006 (casualmente lo stesso anno di fondazione della società), il ragazzo entra nel vivaio per rimanerci per quasi un decennio.
L'opportunità di crescere non arriva però dal club della capitale, bensì a Ho Chi Minh, dove il Sài Gòn Football Club ha la chance di poterlo vedere all'opera per una stagione. Sembra una sorta di prestito, ma non è chiarissima la forma del trasferimento: in ogni caso, il talento di Nguyễn è fondamentale per vincere la seconda divisione.
Il club centra la promozione in V. League 1 ed è un caso particolare, perché il Sài Gòn FC aveva già vinto la seconda divisione nel 2011, ma non aveva potuto esser promossa perché seconda squadra del Hà Nội FC. Lo è stata fino al passaggio di proprietà - la società è stata comprata dalla Quang Huy Plastics Joint Stock Company - e ha persino cambiato sede nel 2016.
Tornato dall'anno di gloria a Ho Chi Minh, Nguyễn viene inserito in squadra dal tecnico Phan Thanh Hùng, che lo lancia in prima squadra. Non importa che abbia solo 19 anni, perché il talento del ragazzo è oggetto di conversazione in tutto il paese. E se nel primo titolo del 2016 il ragazzo gioca un ruolo secondario, ultimamente è esploso.
La consacrazione internazionale con il Vietnam gli ha dato sicurezza anche nelle gare con il club: la stagione 2018 della V. League 1 deve ancora finire, ma l'Hà Nội FC è già campione. A quattro gare dalla fine, la squadra ha già accumulato un vantaggio di 15 punti sulla seconda classificata, Sanna Khánh Hòa BVN Football Club.
In questo scenario, il fantasista vietnamita si è portato a casa gli onori della cronaca: nove gol, sei assist e giocatore del mese a giugno. Il tutto dopo un 2017 nel quale si era già intravisto qualcosa: Nguyễn è stato il miglior giovane del campionato e il terzo miglior giocatore della stagione, vincendo la Bronze Ball.

CARATTERISTICHE TECNICHE
La prima cosa che salta all'occhio, volendo trovare un difetto al ragazzo, è l'enorme mancanza di requisiti fisici: un'assenza che lo condannerebbe in qualunque calcio europeo, ma che forse può esser aggiustata e levigata anche grazie alle grandi capacità tecniche che lo contraddistinguono. E non è un caso che ci sia molto hype per il suo sviluppo.
Il Vietnam è in una fase di grande progresso calcistico: sebbene il c.t. Park Hang-seo abbia impostato una formazione difensiva nelle cavalcate continentali (per annullare il gap tecnico, altrimenti non batti Corea del Sud e Australia), l'intero trend del calcio del Sud-Est asiatico va in un'altra direzione, come dimostrato già dalla Thailandia.
In quella zona del mondo, non ci sono giocatori massicci e quindi si gioca (giustamente, aggiungerei) palla a terra per sopperire alle mancanze fisiche. Anche il Vietnam segue questo trend e Nguyễn ne sembra impersonare la massima rappresentazione.
Parliamo di un ragazzo che è stato provato ovunque sul campo - trequartista, seconda punta o estero d'attacco; persino prima punta o mezzala -, ma che è contraddistinto da un buon trattamento di palla e da un piede mancino importante. Ci metterei dentro anche l'enorme proprietà tecnica, la sicurezza in certe giocate e un discreto fiuto su calcio piazzato.

STATISTICHE
2015 - Sài Gòn FC*: 13 presenze, 4 reti
2016 - Hà Nội FC: 35 presenze, 4 reti
2017 - Hà Nội FC: 34 presenze, 5 reti
2018 - Hà Nội FC (in corso): 26 presenze, 10 reti
* = in V. League 2 (la seconda divisione vietnamita)

NAZIONALE
Nguyễn Quang Hải ha giocato in tutte le rappresentative giovanili del Vietnam ed è proprio in questo tipo di contesto che sta costruendo la sua reputazione: è sempre stato così, fin da quando - nel 2011 - il c.t. dell'U-16 lo chiamò per giocare con loro, nonostante avesse soli 14 anni.
Recentemente, è stata soprattutto la selezione U-23 la perfetta vetrina per il ragazzo: Nguyễn ha stupito tutti al campionato asiatico di categoria, svoltosi a inizio anno e conclusosi con il Vietnam in finale, battuto dall'Uzbekistan solo nei supplementari. Il trequartista ha fatto bene anche agli Asian Games, dove il Vietnam U-23 è arrivato quarto.
E l'esordio in nazionale maggiore? A giugno 2017, quando il ragazzo è stato mandato in campo dal c.t. ad interim Mai Đức Chung per la prima volta contro la Giordania. Solo qualche mese più tardi, a settembre dello stesso anno, Nguyễn ha realizzato il primo gol, decisivo per vincere in Cambogia. Nonostante i soli 21 anni, sembra già una colonna.

LA SQUADRA PER LUI
Sembra chiaro come l'Europa sia lontana dalle possibilità di Nguyễn Quang Hải (almeno per ora) e che quindi la miglior opzione sia quella di spostarsi in giro per l'Asia. E non è un caso che diverse squadre siano sul trequartista: dai thailandesi del Muangthong United ai qatarioti dell'Al-Sadd, fino alla proposta del Renofa Yamaguchi, club di seconda divisione giapponese. 
Per quanto le prime due possibili offerte siano affascinanti (giocherebbe in Champions League asiatica), sarebbe ottimo per Nguyễn crescere in J2 League, specie in una società che in questo momento storico sta giocando in maniera tecnica e spettacolare. A breve ne sapremo di più sul suo futuro.

1.4.16

Come una leggenda.

Siamo a metà delle qualificazioni al Mondiale 2018, almeno per quanto riguarda la zona asiatica. Tra le 12 qualificate alla terza fase, c'è anche l'Arabia Saudita, che si è ripresa dopo una Coppa d'Asia 2015 tra mille difficoltà. L'eroe del nuovo corso è Mohammad Al-Sahlawi, capocannoniere delle qualificazioni ai Mondiali 2018 con 14 reti.

Al-Sahlawi con la maglia dell'Al-Nassr, di cui è la stella dal 2009.

Non è un neofita del calcio arabo, ma di certo la maturazione di Al-Sahlawi ha consentito all'Arabia Saudita di riprendersi un posto al sole nel movimento asiatico. Al-Sahlawi nasce a Holuf, nella parte orientale del paese: la città è conosciuta per essere uno delle maggiori produttrici di datteri, nonché uno dei posti più caldi al mondo (32 gradi a gennaio di massima...).
Alla morte del padre, il giovane Mohammad cresce insieme ai suoi fratelli e gioca per varie squadre, tra cui l'Al-Faisaly FC e l'Al-Taawoun FC. Al-Sahlawi fa anche un provino per l'Al-Hilal, una delle compagini più famose del paese, ma alla fine a tesserarlo è l'Al-Qadisiya, dove gioca una delle stelle della nazionale, Yasser Al-Qahtani.
In una sorta di successione (che si ripeterà anche in nazionale), Al-Qahtani viene ceduto all'Al-Hilal per la cifra più grossa spesa sul mercato dell'Arabia Saudita a quel tempo e Al-Sahlawi entra a far parte stabilmente della prima squadra. Gli scout hanno già notato il suo talento, ma c'è comunque qualche difficoltà da superare.
All'inizio, Al-Sahlawi viene relegato in panchina e il suo club va incontro alla retrocessione. Con la partenza di diversi giocatori, l'Al-Qadisiya si affida ad Al-Sahlawi per risaliare in prima divisione. Missione riuscita grazie alle prestazioni dell'attaccante, che non può più rimanere al Prince Saud bin Jalawi Stadium: troppi club lo seguono.
Così si concretizza il trasferimento più costoso nella storia del calcio saudita: 32 milioni di riyals, ovvero otto milioni di dollari, per passare all'Al-Nassr FC. A distanza di anni, si può dire che ne sia comunque valsa la pena: nonostante dieci allenatori diversi in sei stagioni e mezza (tra cui il nostro Walter Zenga), Al-Sahlawi è uno degli eroi della squadra di Riyadh.
L'Al-Nassr è tornato a vincere con il double dopo un digiuno di 19 anni con José Daniel Carreño in panchina (oggi ct del Qatar), facendo il bis in campionato nell'ultima stagione con un altro uruguayano, quel Jorge da Silva passato più volte all'Al-Nassr. Inoltre, Al-Sahlawi ha regalato la vittoria del campionato nel derby. Con il gol decisivo.
Quel che manca all'Al-Nassr è una grande affermazione in Asia. Tuttavia, è in nazionale dove forse la grandezza di Al-Sahlawi sta finalmente emergendo. E pensare che l'attaccante gioca con i Green Falcons dal 2009, quando alcune leggende del calcio saudita erano ancora in squadra e l'Arabia Saudita fallì all'ultimo minuto la qualificazione al play-off contro la Nuova Zelanda.

Non male il ragazzo.

Le cose sono un po' cambiate da allora: la Coppa d'Asia 2011 è andata male, con tre sconfitte in altrettante gare. Il punto più basso si è avuto tra il 2012 e il 2013, con il quarto posto nella Coppa delle nazioni arabe (dietro la Libia!), l'uscita al girone nella Gulf Cup 2013 e il disastro nel percorso di qualificazioni al Mondiale 2014 (terzi in un girone con Australia, Oman e Thailandia).
In questo quadro, Al-Sahlawi ha tentato di fare quel che poteva. Il suo primo gol in nazionale è arrivato nel maggio 2010 contro i futuri campioni del Mondo della Spagna, ma da lì in poi ha giocato poco e segnato solo in occasioni funeste. Lo score fino al gennaio 2015 vedeva appena quattro gol realizzati: una miseria per una delle star della Saudi Professional League.
Dopo aver cambiato otto allenatori in cinque anni (tra cui Frankie Rikjaard!), forse l'Arabia Saudita ha trovato la strada giusta. Nella Coppa d'Asia 2015 è uscita di nuovo ai gironi, ma la Cina è sembrata decente in quell'occasione e con l'Uzbekistan in crescita. Al-Salhawi, però, ha iniziato una nuova storia con la nazionale sotto la guida di Cosmin Olăroiu.
Doppietta nella vittoria per 4-1 contro la Corea del Nord, il gol della speranza nella sconfitta per 3-1 contro l'Uzbekistan. Da lì in poi, Al-Sahlawi è diventato la star della nazionale, il numero 10 e l'indiscussa stella. L'ha capito anche Bert van Marwijk, diventato ct dei Green Falcons dopo il pessimo Europeo 2012 con l'Olanda e la brutta esperienza ad Amburgo.
Se l'olandese ha rilanciato l'Arabia Saudita nel panorama asiatico, lo deve anche alla buona forma di Al-Sahlawi: l'attaccante è stato decisivo sia nelle goleade (contro Timor-Est, ad esempio) che nelle gare vinte all'ultimo minuto. Basta vedere le vittorie casalinghe contro Palestina, Malesia e Emirati Arabi Uniti (doppietta in quest'ultima).
Ora la situazione è cambiata: Al-Sahlawi è la stella dell'Arabia Saudita, arrivata prima nel girone di qualificazione davanti agli Emirati Arabi Uniti (terzi all'ultima Coppa d'Asia) e lo straordinario score dell'attaccante con la nazionale è di 23 gol in 24 presenze. Un bilancio che gli ha consentito di avvicinare una leggenda come Saeed Al-Owairan, a una rete di distanza.
Tuttavia, Al-Sahlawi rimane umile: «L'importante non è che segni, ma che la squadra vinca». E sul suo sogno: «Sarebbe bello segnare nella fase finale di una Coppa del Mondo. Vogliamo qualificarci per il Mondiale: se la fortuna sarà dalla nostra parte, ce la possiamo fare». In Russia, sarebbe la prima volta dopo 12 anni: per essere una leggenda, bisogna anche ottenere questi miracoli.

Mohammad Al-Sahlawi, 29 anni, capocannoniere delle qualificazioni ai Mondiali 2018.