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5.1.19

Winter is coming: la Coppa d'Asia 2019 (Parte 2)

Se il resto del mondo sembra viaggiare in direzione ostinata e contraria, ci sono due confederazioni che stanno facendo dei veri passi avanti nell'organizzazione delle proprie competizioni. Se la FIFA punta al Mondiale a 48 squadre già per il 2022 e la CONMEBOL invita squadre a caso per la Copa América, AFC e CONCACAF si comportano diversamente.

Se per la confederazione nord e centro-americana bisognerà attendere la prossima estate per vedere la nuova Gold Cup all'opera, la rinnovata versione della Coppa d'Asia - a 24 squadre e con un nuovo trofeo, seppur negli Emirati Arabi (che hanno qualche problemino di affluenza negli stadi) - promette molto bene.

Ecco la seconda parte della preview, con una revisione dei gironi D, E e F (in corsivo le mie qualificate, non mi pronuncerò sulle terze: meccanismo troppo complesso). In più, alcune considerazioni finali nell'ultima parte del pezzo.

Alireza Jahanbakhsh, 26 anni, stella dell'Iran di Queiroz.

Gruppo D - Iran, Iraq, Vietnam, Yemen

 Vado o non vado? Resto o non resto? Carlos Queiroz è stato in dubbio a lungo durante e dopo il Mondiale 2018. L'Iran ha fatto un figurone in Russia, rischiando persino di eliminare il Portogallo; proprio per questo, il Team Melli è tra i favoriti per la vittoria di quest'edizione. E il suo c.t. è uno dei motivi principali.
L'Iran pre-Queiroz ha sofferto enormi difficoltà, ma otto anni più tardi la squadra è tra le migliori d'Asia e viene da due Mondiali consecutivi giocati nel 2014 e nel 2018. La crescita è evidente, sia quella della squadra che quella dei singoli giocatori: pensate solamente alla carriera di ragazzi come di Ansarifard, Azmoun o Jahanbakhsh.
L'Iran è probabilmente la squadra con l'identità più definita, con i propri giocatori nel prime delle loro carriere e con uno dei migliori c.t. della competizione. Cosa potrebbe andar storto? Qualcosa può accadere, ma per me l'Iran è la nazionale favorita per alzare il trofeo il 1° febbraio.

 A distanza di quattro anni dalla partita più pazza della Coppa d'Asia 2015, l'Iraq ritrova l'Iran, stavolta nel girone. La crescita della nazionale si è un filo fermata, sebbene tornare a giocare negli impianti del proprio paese sia stata un'indubbia conquista. E anche la scelta del coach non mi sembra personalmente delle più felici.
Ricordo Srečko Katanec come uno dei primi ricordi legati alla mia squadra del cuore (la Sampdoria), ma la sua carriera da selezionatore mi sembra tutt'altro che fulgida. Quattro anni grigi con la Slovenia, poco o niente con gli Emirati Arabi; l'ultimo risultato di successo è proprio con la Slovenia, quando la portò a Euro 2000 e al Mondiale 2002.
Su cosa si possono poggiare le speranze dell'Iraq? Sostanzialmente su una certa tradizione, su alcuni giocatori di livello (il promettente Mohanad Ali, Ali Adnan, Ahmed Yasin) e su un gruppo ringiovanito dopo la mancata qualificazione a Russia 2018.

 Se questo torneo non fosse stato a 24 squadre, avrei rischiato un pronostico: il Vietnam sopra l'Iraq. Perché la crescita del paese dal punto di vista calcistico è nettissima: laureatasi campione nell'AFF Championship del 2018, la nazionale del Sud-Est asiatico rischia di essere una delle maggiori sorprese di questo torneo.
Molto del merito va a Park Hang-seo, di cui ho già scritto su MondoFutbol.com al tempo della loro incredibile avventura negli Asian Games dell'anno scorso. Non solo, perché ci sono giocatori interessanti come Trần Đình Trọng e soprattutto Nguyễn Quang Hải, di cui ho già scritto qui in un recente Under The Spotlight.

 Lo Yemen è già felice di esser qui, dato che nel 2014 era al 186° posto del ranking FIFA. La qualificazione non è stata una sorpresa - nel terzo round di qualificazione era chiaro che ci fosse una chance -, ma data l'incredibile situazione di guerriglia che il paese vive... è un risultato straordinario. Tuttavia, un twist finale doveva esserci.
Sono rimasto sorpreso di non ritrovare l'etiope Abraham Mebratu alla guida della squadra, mentre il suo sostituto sarà Ján Kocian, che ha una carriera da giocatore di tutto rispetto, ma non mi è sembrato allo stesso livello da manager. Unica speranza? Se lo Yemen arrivasse secondo e l'Arabia Saudita vincesse il suo girone, sarebbe pazzesco.

Salman Al-Faraj, 29 anni, una delle note positive dell'Arabia Saudita al Mondiale,

Gruppo E - Arabia Saudita, Qatar, Libano, Corea del Nord

 L'Arabia Saudita ha vissuto su un otto volante emozionale nell'ultimo anno e mezzo: dal glorioso ritorno al Mondiale dopo 12 anni d'assenza grazie al lavoro di Bert van Marwijk all'addio del c.t. olandese, passando per l'inglorioso intermezzo di Edgardo Bauza e l'arrivo di Juan Antonio Pizzi, visto come una sorta di caso.
Eppure qualcosa di positivo in Russia si è visto, con l'Arabia Saudita capace di vincere l'ultima gara del girone con un buon calcio (seppur a un ritmo blando). Ci sono giocatori molto interessanti, come Al-Muwallad, Al-Faraj, Al-Dawsari e Al-Shahrani. Forse manca un centravanti per sperare nel trofeo finale, ma la testa del girone è un obiettivo fattibile.

 Chi segue questo blog sa dei mille dubbi che ho sull'avventura qatariota, partita con l'assegnazione del Mondiale 2022 e proseguita con l'implementazione dell'Aspire Academy e l'acquisto di diversi club. L'impressione è che qualche passo avanti ci sia stato, ma non quelli necessari per gli investimenti compiuti.
Il Qatar è a tre anni dal Mondiale e non sembra poter rientrare nell'élite del calcio asiatico, perché Giappone, Corea del Sud e Iran - senza contare l'Australia - sembrano lontane e irraggiungibili. Persino un santone da quelle parti come Jorge Fossati ha dovuto mollare a un certo punto, con il tecnico delle giovanili qatariote, Félix Sánchez, pronto a continuare l'andazzo.
C'è da dire che il Qatar ha ottenuto il miglior piazzamento della sua storia nel ranking Elo del dicembre 2018 (76° posto), sono arrivate vittorie prestigiose in amichevoli (contro Ecuador e Svizzera) e che alcuni profili sono interessanti (come Akram Afif). Mi tengo i miei dubbi e riparleremo di tutto il 31 dicembre 2022.

 A distanza di otto anni, il Libano è tornato alla Coppa d'Asia, pronto a vivere la sua seconda partecipazione alla Coppa d'Asia. Il merito va soprattutto a Miodrag Radulović, che lavora con la nazionale dal 2015 e ha portato la squadra a questa competizione per la prima volta tramite il percorso di qualificazione.
Non un'impresa facile, dato che l'ultima e unica partecipazione al torneo continentale risaliva al 2000; sono passati 19 anni e dubito che il Libano possa superare il gruppo, ma al tempo stesso questa squadra presenterà alcuni profili di valore (come il capitano Hassan Maatouk) e spera di poter centrare la prima vittoria di sempre (nel 2000 due pareggi e una sconfitta).

 La Corea del Nord è un punto interrogativo, se non altro perché il cambio in panchina - con l'addio di Andersen e l'arrivo di Kim Yong-jun (35 anni, era in campo nell'edizione 2011) - potrebbe aver compromesso la struttura del gruppo. Non è un caso che la Corea del Nord non sia riuscita a centrare la qualificazione all'EAFF E-1 Football Championship 2019.
Ci sono i soliti noti, come il capitano e portiere Ri Myong-guk; ci sono dei discreti profili, come Han Kwang-song e Pak Kwang-ryong; ci sono anche alcune assenze, come Pak Song-chol e An Byong-jun. Sarà la terza partecipazione di fila (la quinta assoluta in Coppa d'Asia), ma non vedo la Corea del Nord proseguire a lungo in quest'edizione.

Takumi Minamino, 23 anni, colonna tecnica di un Giappone in evoluzione.

Gruppo F - Giappone, Uzbekistan, Oman, Turkmenistan

 La recente notizia della mancanza di Shoya Nakajima - infortunato, sarà sostituito da Takashi Inui - lascia un pochino di rammarico per il Giappone. Ciò nonostante, la Nippon Daihyo è pronta ad affrontare l'edizione 2019 con una discreta dose di fiducia: il Mondiale è stato un intermezzo positivo e ora viene il bello.
Il rinnovamento - quello che sarebbe dovuto arrivare con Vahid Halilhodzic e che non si è mai visto - potrebbe esser iniziato sotto Hajime Moriyasu. Seppur le prime uscite in amichevoli siano state contro avversari di poco conto, il Giappone ha raccolto quattro vittorie e un pareggio con il Venezuela. Non male per un gruppo cambiato rispetto a un anno fa.
Hasebe e Honda si sono ritirati, Kawashima e Kagawa non sono più sul radar, mentre Shoji, Kosuke Nakamura e Nakajima non ci saranno. Qualora il Giappone riuscisse veramente a vincere la competizione nonostante il rinnovamento e le assenze -, ci troveremmo di fronte a un lavoro eccellente e a un'iniezione di fiducia per il prossimo Mondiale.

 La mancata qualificazione a Russia 2018 ha rappresentato un altro melodramma per l'Uzbekistan, un movimento calcistico solido, ma a cui manca una vera gratificazione. Il quarto posto del 2011 sembrava l'inizio di qualcosa, ma è mancato l'ultimo passo. E ora c'è da coltivare una nuova generazione, che si spera possa tenere un certo passo.
Per dire, l'Uzbekistan è stato in grado di fare meglio rispetto a movimenti calcistici che hanno speso molte più risorse - Cina e Qatar, per esempio -, ma ora c'è bisogno di un risultato. Se guardiamo il breve termine, l'arrivo di Hector Cuper è la mossa giusta. Personalmente non credo sia l'uomo migliore per far crescere i giovani, ma per puntare alle Top 4 negli Emirati... quello sì.
Non ci saranno molti senatori - Denisov, Haydarov, Tursunov -, così come non ci sarà un attaccante giovane e prolifico come Sergeev. Basteranno Rashidov, Ahmedov e Shomurodov a far brillare la nazionale di Cuper?

 Parliamo di un'altra nazionale che rischia di vedere i propri sogni infranti, soprattutto dopo aver appreso dell'assenza di Ali Al-Habsi, storico capitano e portiere della nazionale, nonché noto frequentatore del calcio inglese tramite la sua carriera. Il c.t. Pim Verbeek avrebbe fatto a meno di tale assenza, ma l'Oman dovrà superare questo problema.
Alla quarta partecipazione assoluta, l'Oman è ormai una presenza fissa come forza media dello scacchiere calcistico in Asia. Il calendario delle recenti amichevoli è stato molto positivo: l'Oman ha giocato 19 partite dal settembre 2017 e ne ha perse solamente due, vincendo per altro la Gulf Cup 2017. Potrebbero rivelarsi un ostico avversario nel girone.

 Come lo Yemen e il Kirghizistan, il Turkmenistan festeggia anche solo la presenza a questa competizione, la seconda in assoluto e la prima a distanza di 15 anni. La squadra allenata da Ýazguly Hojageldyýew sarà contenta anche di strappare un punto in un gruppo del genere e non è nemmeno detto che non ci riesca. 
La squadra conterà soprattutto sulla stella del gruppo, quel Ruslan Mingazow che da anni gioca in Repubblica Ceca e che ora potrà mostrarsi sul palcoscenico continentale.


Non me la sento di fare pronostici, mentre quello che posso fare è creare tre gruppi nei quali inserire altrettante squadre a seconda di come usciranno da questa competizione e delle aspettative di cui sono riposte.

A RISCHIO - Qatar, Cina, Corea del Sud
Per motivi diversi, nessuna delle tre può fallire nei suoi obiettivi per quest'edizione. Sarebbe particolarmente grave per le ultime due di queste tre squadre, visto che il Qatar lavora in vista del Mondiale 2022 e ha ancora un residuo spazio di sterzata.

IN CORSO D'OPERA - Iran, Thailandia, Australia
L'Iran deve cogliere l'attimo, ma il lavoro fatto da Queiroz porterà benefici anche per i prossimi 5-10 anni. La Thailandia ha dei giocatori molto interessanti, ma l'attitudine difensiva di Rajevac rischia di snaturare il loro marchio di calcio. L'Australia, invece, ha bisogno di capire come ripartire dopo un ciclo che ha dato molto, ma che ha svuotato i Socceroos dei propri interpreti principali.

IN FIDUCIA - Giappone, Vietnam, India
Sicuramente il Giappone ha dovuto iniziare un processo di rinnovamento a lungo rinviato, ma c'è molto entusiasmo e il potenziale è lì, a disposizione di Moriyasu. Il Vietnam viene da un bellissimo percorso nell'ultimo biennio e potrà solo fare esperienza negli Emirati; infine, l'India deve sfruttare questo ritorno per lanciare definitivamente il calcio nel proprio paese.



5.6.18

2018 FIFA World Cup - Goodbye My Lover (Parte I)

L'ultimo Mondiale. Come l'ultimo? Beh, l'ultimo che avrà un qualche senso. Dopo l'addio alla Confederations Cup, prepariamoci a salutare la Coppa del Mondo nel suo meglio. La forma simmetrica delle 32 squadre lascerà spazio a edizioni co-ospitate, all'aumento del 50% delle partecipanti e alla conseguente morte tecnica della competizione. Tuttavia, quello di Russia 2018 sarà un Mondiale eccitante: qui la prima parte della preview, con i gironi A, B e C.

Come ci eravamo lasciati? Con un gol decisivo ai supplementari.

Girone A - Russia, Uruguay, Egitto, Arabia Saudita

Ci sono squadre peggiori della Russia a questo Mondiale. Ci sono stati (e ci saranno, già nel 2022) padroni di casa meno forti di questa Russia. Ma nessuna nazione ospitante ha visto una gap così inversamente proporzionale tra il tanto tempo per prepararsi a una competizione così importante e le potenzialità nelle preview pre-Mondiale.
La Russia vede in prodigi mai sbocciati e giocatori riciclati il proprio top. Già la Confederations Cup dell'anno scorso ha lasciato poche certezze al c.t., lo Stanislav Cherchesov che due Mondiali l'ha anche giocati ('94 e 2002) e che ha la percentuale più bassa di vittorie nella storia dei c.t. della Russia (26,3%!).
Tra l'insano obiettivo delle semifinali, la figuraccia di Euro 2016 e l'infortunio di Kokorin, persino il compito di passare il gruppo è a rischio.

Quattro anni dopo il Mondiale 2014 (dove superò il girone di ferro, ma sbatté pesantemente contro la meravigliosa Colombia agli ottavi), l'Uruguay è all'ultimo giro di giostra per alcuni dei suoi giocatori più esperti. Gli stessi Cavani Suárez saranno in Qatar nel 2022? Intanto, però, la testa del girone non sembra in dubbio.
Per altro, la fortuna per la Celeste è che dietro sta crescendo una generazione molto interessante di nuove leve: oltre al già conosciuto Giménez (23 anni, già quasi 40 presenze con la nazionale!), ci sono Torreira, Nández, Bentancur, Laxalt e Maxi Gómez, oltre agli esclusi come Valverde (perché?), Lemos e Gastón Pereiro.

La finale di Coppa d'Africa persa nel gennaio 2017 poteva sembrare l'antipasto di un boccone più amaro, invece... alla fine l'Egitto ce l'ha fatta: potendo contare su un Mohamed Salah in forma da Pallone d'Oro e su un'organizzazione tattica rigidissima (forse anche troppo), i Faraoni si preparano a giocare il terzo Mondiale della loro storia.
Lo faranno sempre in Europa, dopo i due disputati in Italia (nel '34 e nel '90): a guidarli ci sarà Héctor Cúper, che per una volta si è tolto una soddisfazione invece di perdere l'ennesimo treno. Lo stint in Egitto ha rivitalizzato la sua carriera; in più, Essam El Hadary - portiere e capitano - dovrebbe diventare il giocatore più vecchio a scendere in campo per la fase finale di un Mondiale (45 anni!).

Tra l'affare (mal riuscito) con la federazione spagnola e i tre diversi c.t. in un solo anno solare, c'è da dire che il ritorno dell'Arabia Saudita a un Mondiale - a 12 anni da Germania 2006 - è fonte di poca soddisfazione. Il rischio serio è quello di una figuraccia, anche perché ci sono dei profili interessanti, ma l'ambiente pare sfilacciato.
Giocatori come Al-Dawsari e Al-Muwallad - che avrebbero (e possono) ben figurare in Russia - sono arrivati in condizioni pessime a questo Mondiale. Al di là di come finirà quest'avventura, il calcio saudita dovrà guardarsi in faccia e mostrare più serietà. Lo sa anche il c.t. Juan Antonio Pizzi, che nove mesi fa ha giocato una finale di Confederations Cup sulla panchina del Cile.

Quando campare di rendita è possibile, se hai davanti Edinson Cavani e Luis Suárez, 31 anni.

Girone B - Spagna, Portogallo, Marocco, Iran

La Spagna si presenta senza pressioni, con un gruppo parzialmente rinnovato e diverse certezze per il futuro. Forse, tra le grandi, è quella che assieme alla Germania sta meglio dal punto di vista del ricambio generazionale. Certo, l'eliminazione nel girone al Mondiale 2014 e quella per mano dell'Italia agli ottavi di finale di Euro 2016 spingono affinché le Furie Rosse arrivino almeno nelle Top 4. 
E possono farlo, visto che a centrocampo ci saranno l'ultimo Iniesta, (forse) gli ultmi Ramos, Piqué, e Silva, un de Gea in versione mostro e tanti, tantissimi potenziali campioni. Isco, Carvajal e Koke già lo sono, Asensio è in procinto di diventarlo e Odriozola e Vázquez potrebbero arrivarci. Ci si può persino permettere di lasciare a casa Marcos Alonso e Morata.

Il Portogallo arriva sereno a questo Mondiale 2018: il credito accumulato dopo Euro 2016 è ancora da spendere e in fondo non era nemmeno detto che i lusitani fossero a Russia 2018. Hanno passato tutto il girone di qualificazione dietro alla Svizzera, finendo per sorpassare gli elvetici proprio nell'ultima gara, allo scontro diretto.
Cristiano Ronaldo è (forse) all'ultimo Mondiale e anche diversi membri rappresentativi della nazionale - Quaresma, Pepe, Bruno Alves - sono all'ultimo giro. L'obiettivo alla portata è quello di passare il girone, per poi magari regalarsi un quarto di finale pescando un buon accoppiamento. Non c'è Rúben Neves ed è una (brutta) sorpresa.

Il Marocco ha già fatto un miracolo nell'esser qui. Ha eliminato la Costa d'Avorio, è tornato al Mondiale dopo vent'anni e ora spera solamente di fare bella figura, contando sulla propria solidità difensiva. Tutto grazie a Hervé Renard, che è uno che si merita - come riconoscimento alla carriera - la gioia di allenare a un Mondiale. 
Trionfatore in due Coppe d'Africa con due diverse nazionali (Zambia 2012 e Costa d'Avorio 2015), Renard ha sostanzialmente già vinto, tanto da potersi permettere di lasciare a casa due come Zakaria Labyad e soprattutto Sofiane Boufal. Molto dipenderà dalla forma di Mehdi Benatia, apparso appannato nel finale di stagione.

Tra i tecnici che arrivano al Mondiale con un credito immenso, c'è di sicuro Carlos Queiroz. Anzi, vado oltre: l'ex assistente di Sir Alex Ferguson è forse uno dei 4-5 tecnici che tornerà dalla Russia comunque con la reputazione intaccata, perché l'Iran è al secondo Mondiale di fila (da miglior asiatica del lotto) ed è un risultato straordinario.
Il Team Melli ha reputazione di squadra solida: se lo era quattro anni fa (l'Argentina ha avuto la meglio solo grazie a una magia di Messi al 90'), figuriamoci ora. C'è anche una generazione di giocatori - Azmoun, Rezaeian, Hajsafi, Ansarifard, Jahanbakhsh, Ghoochannejhad - che sarà fondamentale per il futuro post-Russia.

Andres Iniesta, 34 anni, all'ultima recita con la Spagna.


Girone C - Francia, Perù, Danimarca, Australia

La Francia deve necessariamente tirare fuori qualcosa da questo Mondiale. Non è nella situazione d'emergenza di Argentina e Brasile, ma in Russia arriverà un gruppo molto più maturo rispetto a quello che si è affacciato all'ultimo Mondiale. Le scelte sono andate nella direzione delle conferme, ma a leggere la lista degli assenti c'è un certo effetto.
Zouma, Kurzawa, Rabiot, Coman, Martial e Lacazette sono i principali, mentre tra i 23 ci sono poche sorprese: solo Benjamin Pavard è un'inclusione inaspettata, sebbene fosse stato già chiamato. Anche qui, l'obiettivo è la Top 4, perché la ferita della finale persa nell'Europeo di casa va cancellata in una qualche maniera. Se Deschamps non dovesse farcela, sarà addio? Zidane è libero...

Queiroz, Gómez, Löw... e poi? Quanti altri c.t. possono uscire da questo Mondiale con la propria reputazione intatta, al di là del risultato finale? Ricardo Gareca ci va molto vicino. Alla guida del Perù dal 2015, ha all'attivo un terzo posto nella Copa América 2015 e un'insperata qualificazione al Mondiale di Russia 2018.
Il ritorno della Blanquirroja alla fase finale di una Coppa del Mondo dopo 36 anni è un bellissimo evento, ma la nazionale peruviana è lì per andare avanti: il ritorno di Guerrero - che ha avuto finalmente il via libera dalla Fifa per disputare il Mondiale - è un altro motivo per spingere e provare a centrare gli ottavi. Sono dispiaciuto per le esclusioni di Benavente e Pizarro, che per motivi diversi avrebbero meritato la kermesse.

Attenzione ai danesi, attenzione alla squadra allenata da Åge Hareide, già autore di miracoli con il Malmö e il Molde. La Danimarca si è qualificata solo tramite gli spareggi, ma ha in squadra una quantità di talento impressionante, tanto che neanche l'infortunio di Bendtner diminuisce le loro potenzialità ai miei occhi.
I danesi hanno un "10" che vede e provvede, quel Cristian Eriksen che è cresciuto tanto dal 2010, quando giocò qualche scampolo in Sudafrica all'età di 18 anni. Poi ci sono tanti alla prima esperienza, che daranno tutto, come Kasper Schmeichel, Fischer, Delaney, Christiensen, Vestergaard e Dolberg. Nonostante l'hype per il Perù, li vedo come favoriti al secondo posto.

Gli unici due vincitori meritati di questa spedizione in Russia saranno un olandese e un samoano. L'olandese è Bert van Marwijk, che prima ha miracolosamente portato l'Arabia Saudita al Mondiale e poi si è stancato delle interferenze della federazione, decidendo di lasciare. Allenerà l'Australia e sarà comunque una ricompensa per il lavoro fatto.
Il samoano è Tim Cahill, che giocherà il suo quarto Mondiale (come Mark Milligan) e spera di segnare anche questa volta, sebbene il suo stint al Millwall sia stato tutt'altro che entusiasmante. La generazione che doveva crescere in Brasile nel 2014 è maturata, ha vinto la Coppa d'Asia, ma non è andata oltre. Ed è difficile che lo faccia questa volta.

La Francia spera di andare oltre il quarto di finale ottenuto all'ultimo Mondiale.

(continua domani...)

26.11.17

UNDER THE SPOTLIGHT: Fahad Al-Muwallad (فهد المولد)

Buongiorno a tutti e benvenuti al numero 11 del 2017 riguardante Under The Spotlight, la rubrica che vi consiglia alcuni talenti nascosti in giro per il mondo. Oggi ci spostiamo in Arabia Saudita, dove Fahad Al-Muwallad sta lentamente crescendo ed è già un riferimento sia per la nazionale che per l'Al-Ittihad, uno dei più grandi club del paese.

SCHEDA
Nome e cognome: Fahad Mosaed Al-Muwallad (فهد المولد)
Data di nascita: 14 settembre 1994 (età: 23 anni)
Altezza: 1.66 m
Ruolo: Ala, mezzala, seconda punta
Club: Al-Itthiad (2011-?)


STORIA
Nato nella popolosa Gedda nel '94, pare che il talento di Fahad Al-Muwallad fosse cristallino già quand'era piccolo, tanto che la leggenda riporta persino come sia stato avvicinato da uno scout del Barcellona in età giovanissima. In realtà, il suo sogno è sempre stato giocare per l'Al-Ittihad, il club con il quale ha militato fin dall'età di sei anni.
L'hype che l'ha seguito a livello locale è stato talmente forte da creare attesa persino per il suo debutto, avvenuto all'età di 16 anni contro l'Al-Raed FC nella Saudi Professional League. Qualcuno avrebbe detto di andarci piano, ma nessuno al club ha mai pensato di lasciarlo da parte: ha giocato persino una semifinale di Champions League asiatica a 18 anni appena compiuti.
Già nel 2012-13 - la prima stagione piena da professionista - si vedevano i progressi compiuti da Al-Muwallad. Il peccato è che l'Al-Ittihad in questi anni ha avuto un rendimento al ribasso: dalla metà degli anni 2000 - in cui il club aveva vinto la Champions League asiatica due volte di fila, partecipando al primo Mondiale per club -, sono arrivati pochi titoli.
Nessun titolo nazionale, solo due vittorie nelle coppe: la King Cup of Champions del 2013 e la Crown Prince Cup del 2017. Tuttavia, nessuno dei vari manager che si è succeduto ha mai pensato di rinunciare al suo talento: da Matjaž Kek (l'uomo che l'ha lanciato) all'ultimo José Luis Sierra, passando per Beñat San José e Victor Pițurcă. Nessuno. 
Dopo la Coppa d'Asia del 2015, il prossimo Mondiale sarà ovviamente una vetrina fondamentale.

CARATTERISTICHE TECNICHE
L'area del Middle East per Forbes ha riportato come la FIFA abbia segnalato il ragazzo tra i dieci talenti che stanno emergendo più velocemente al mondo. Ala di professione (la fascia è quasi indifferente), Al-Muwallad può anche giocare da mezzala in uno schieramento particolarmente offensivo (non te lo puoi permettere spesso) o da seconda punta.
Duttile e fisicamente grezzo, il ragazzo ha delle capacità atletiche notevoli: corsa muscolare, dinamica e particolarmente potente in progressione, specie senza palla. Inoltre, può contare su un buon feeling con la porta: su cinque stagioni piene da pro, quattro sono finite in doppia cifra. Non è poco: un salto europeo lo migliorerebbe tatticamente.

STATISTICHE
2011/12 - Al-Ittihad: 2 presenze, 0 reti
2012/13 - Al-Ittihad: 31 presenze, 10 reti
2013/14 - Al-Ittihad: 39 presenze, 12 reti
2014/15 - Al-Ittihad: 25 presenze, 10 reti
2015/16 - Al-Ittihad: 31 presenze, 3 reti
2016/17 - Al-Ittihad: 23 presenze, 13 reti
2017/18 - Al-Ittihad (in corso): 6 presenze, 2 reti

NAZIONALE
Al-Muwallad ha partecipato al Mondiale U-20 del 2011, in cui l'Arabia Saudita uscì agli ottavi contro il Brasile e lo stesso giovane centrocampista andò a segno contro la Croazia in una delle partite del girone. Dopo una brevissima apparizione con l'U-23, il nuovo ct Bert van Marwijk gli ha aperto le porte della nazionale maggiore.
Il tecnico olandese si è reso conto che con Al-Muwallad avrebbe potuto contare su un patrimonio tecnico e atletico notevole. La scelta ha pagato, visto che dopo l'esordio - arrivato nel gennaio 2013, sotto Juan Ramón López Caro (in gol contro la Cina) - il ragazzo è rimasto cardine della nazionale, segnando il gol decisivo contro il Giappone per tornare al Mondiale dopo 12 anni.

LA SQUADRA PER LUI
Il recente accordo tra la federazione spagnola e quella saudita permetterà di vedere qualche faccia nuova nel mercato invernale: diverse squadre di Liga e Segunda División accoglieranno in prestito giocatori della nazionale, in modo da far guadagnare loro esperienza in vista del prossimo Mondiale.
E se l'accordo sembra un po' tardivo e pasticciato per fare qualche differenza nell'immediato futuro, ciò nonostante c'è curiosità nel vedere Al-Muwallad inserito in quel contesto. Soprattutto in qualche compagine di Segunda División - Rayo Vallecano o Tenerife due soluzioni da testare -, il giocatore potrebbe crescere e persino trovare un suo spazio in Europa.

4.11.17

Consacrarsi in Oriente.

La stagione è praticamente finita in Cina: in Champions League asiatica non c'è nulla da festeggiare, il Guangzhou Evergrande è di nuovo campione e manca solo la finale di F.A. Cup. Tuttavia, in League One, Juan Ramón López Caro si è preso una bella rivincita: il tecnico spagnolo si è creato un profilo interessante nel panorama asiatico.

Juan Ramón López Caro, 54 anni, qui con il suo Dalian Yifang.

Non è il primo tecnico iberico e non sarà l'ultimo a essersi creato una nuova carriera in Asia: guardate Gregorio Manzano (al Guizhou, ma qualcuno l'avrebbe voluto anche per la Cina), Ricardo Rodriguez (bene in Thailandia, benino in Giappone) o lo stesso collega Luis García Plaza, che è salito anch'egli dalla League One, ma con il Beijing Renhe.
López Caro non è stato un giocatore rilevante, anzi: a trent'anni era già diventato allenatore. Ha iniziato dalla sua città-natale (Lebrija) fino ad arrivare alla squadra B del Maiorca: nell'intervallo tra la guida di Fernando Vázquez e l'arrivo di Luis Aragonés, ha avuto anche l'occasione di allenare per due gare la prima squadra.
Un paio di occasioni hanno definito la carriera di López Caro: la prima è quella del Real Madrid. I Blancos - all'epoca allenati da del Bosque - lo assumono per guidare la squadra B. Sotto López Caro passeranno diversi giocatori di talento: Álvaro Arbeloa, Juanfran, José Luis Capdevila, ma soprattutto Diego López e Roberto Soldado.
Non solo, però, perché il tecnico porta il Real Madrid B addirittura in Segunda División dopo la promozione del 2004-05: quando la situazione precipita in prima squadra (con l'esonero di Vanderlei Luxemburgo), la scelta è di affidare tutto a López Caro fino alla fine della stagione. E quest'ultimo fa bene: la sua percentuale di vittorie è del 51,5%.
Per altro, il manager spagnolo forse è nella stagione più sfortunata delle difficoltà madrilene negli anni 2000: agli ottavi di Champions League esce contro l'Arsenal, che arriverà poi in finale; in Liga, gli capita il Barcellona di Rijkaard, che è lo stesso che poi vincerà proprio la Champions nella finale di Parigi contro i Gunners.
La riconferma non arriva e allora López Caro vaga per la Spagna: Racing Santander (dove non allena nemmeno per una partita), Levante e Celta, tutte avventure interrotte. E non è fortunata nemmeno la parentesi in Under 21 spagnola, dove l'allenatore riporta la rappresentativa all'Europeo di categoria nel 2009 (dopo nove anni d'assenza), ma esce al girone.
Quella selezione non si è rivelata poi talentuosa come quelle successive (solo Azpilicueta e Javi Martínez si sono mostrati giocatori di un certo livello), ma l'esperienza con il Vaslui rischiava di essere la pietra tombale alle sue ambizioni: l'avventura in Romania dura un mese, poi finisce - come altre volte - in una bolla di sapone.

Non solo allenatore, ma anche narratore.

Forse ormai bruciato in Spagna, López Caro è dovuto ripartire altrove. Lontano dalla sua regione, dai suoi affetti, aperto verso una nuova avventura. L'occasione è capitata ancora più a Est, precisamente in Arabia Saudita: se oggi la nazionale festeggia il ritorno al Mondiale dopo 12 anni, lo deve anche al selezionatore spagnolo.
Prima di Bert van Marwijk, infatti, una buona parte del lavoro era stata svolta da López Caro. Arrivato in Arabia Saudita, la situazione era disastrosa: alla Coppa d'Asia del 2011, i Green Falcons erano usciti nel girone con tre sconfitte contro Giappone, Siria e Giordania. Nelle qualificazioni al Mondiale 2014, non erano arrivati nemmeno all'ultima fase, superati dall'Oman (!).
Con un panorama del genere e un CV inconsistente, López Caro sarebbe potuto crollare. Invece ha fatto un buon lavoro, rimediando ai danni della gestione Rijkaard (sì, proprio l'ex Barcellona) e qualificando l'Arabia Saudita alla Coppa d'Asia del 2015. Ci ha anche aggiunto la finale della Coppa delle Nazioni del Golfo, persa contro il Qatar.
Cosmin Olăroiu ha poi allenato l'Arabia Saudita all'ultima Coppa d'Asia, ma i passi in avanti sono arrivati. E López Caro è rimasto da quelle parti, prendendo l'incarico di ct dell'Oman nel gennaio 2016: un anno non brillante come in Arabia, ma sufficiente a tenersi nel giro, tanto che la vera chance è arrivata quest'anno in Cina.
Il Dalian Yifang era arrivato quinto l'anno precedente, ma nel 2017 ha conquistato promozione e campionato. Il riconoscimento è arrivato anche a livello mediatico, visto che il tecnico spagnolo è stato premiato come miglior manager della League One nella stagione appena conclusa. Ora non rimane che vedere se questa consacrazione orientale proseguirà anche in Chinese Super League...

López Caro ai tempi del Real Madrid: fu l'allenatore per sei mesi.

1.4.16

Come una leggenda.

Siamo a metà delle qualificazioni al Mondiale 2018, almeno per quanto riguarda la zona asiatica. Tra le 12 qualificate alla terza fase, c'è anche l'Arabia Saudita, che si è ripresa dopo una Coppa d'Asia 2015 tra mille difficoltà. L'eroe del nuovo corso è Mohammad Al-Sahlawi, capocannoniere delle qualificazioni ai Mondiali 2018 con 14 reti.

Al-Sahlawi con la maglia dell'Al-Nassr, di cui è la stella dal 2009.

Non è un neofita del calcio arabo, ma di certo la maturazione di Al-Sahlawi ha consentito all'Arabia Saudita di riprendersi un posto al sole nel movimento asiatico. Al-Sahlawi nasce a Holuf, nella parte orientale del paese: la città è conosciuta per essere uno delle maggiori produttrici di datteri, nonché uno dei posti più caldi al mondo (32 gradi a gennaio di massima...).
Alla morte del padre, il giovane Mohammad cresce insieme ai suoi fratelli e gioca per varie squadre, tra cui l'Al-Faisaly FC e l'Al-Taawoun FC. Al-Sahlawi fa anche un provino per l'Al-Hilal, una delle compagini più famose del paese, ma alla fine a tesserarlo è l'Al-Qadisiya, dove gioca una delle stelle della nazionale, Yasser Al-Qahtani.
In una sorta di successione (che si ripeterà anche in nazionale), Al-Qahtani viene ceduto all'Al-Hilal per la cifra più grossa spesa sul mercato dell'Arabia Saudita a quel tempo e Al-Sahlawi entra a far parte stabilmente della prima squadra. Gli scout hanno già notato il suo talento, ma c'è comunque qualche difficoltà da superare.
All'inizio, Al-Sahlawi viene relegato in panchina e il suo club va incontro alla retrocessione. Con la partenza di diversi giocatori, l'Al-Qadisiya si affida ad Al-Sahlawi per risaliare in prima divisione. Missione riuscita grazie alle prestazioni dell'attaccante, che non può più rimanere al Prince Saud bin Jalawi Stadium: troppi club lo seguono.
Così si concretizza il trasferimento più costoso nella storia del calcio saudita: 32 milioni di riyals, ovvero otto milioni di dollari, per passare all'Al-Nassr FC. A distanza di anni, si può dire che ne sia comunque valsa la pena: nonostante dieci allenatori diversi in sei stagioni e mezza (tra cui il nostro Walter Zenga), Al-Sahlawi è uno degli eroi della squadra di Riyadh.
L'Al-Nassr è tornato a vincere con il double dopo un digiuno di 19 anni con José Daniel Carreño in panchina (oggi ct del Qatar), facendo il bis in campionato nell'ultima stagione con un altro uruguayano, quel Jorge da Silva passato più volte all'Al-Nassr. Inoltre, Al-Sahlawi ha regalato la vittoria del campionato nel derby. Con il gol decisivo.
Quel che manca all'Al-Nassr è una grande affermazione in Asia. Tuttavia, è in nazionale dove forse la grandezza di Al-Sahlawi sta finalmente emergendo. E pensare che l'attaccante gioca con i Green Falcons dal 2009, quando alcune leggende del calcio saudita erano ancora in squadra e l'Arabia Saudita fallì all'ultimo minuto la qualificazione al play-off contro la Nuova Zelanda.

Non male il ragazzo.

Le cose sono un po' cambiate da allora: la Coppa d'Asia 2011 è andata male, con tre sconfitte in altrettante gare. Il punto più basso si è avuto tra il 2012 e il 2013, con il quarto posto nella Coppa delle nazioni arabe (dietro la Libia!), l'uscita al girone nella Gulf Cup 2013 e il disastro nel percorso di qualificazioni al Mondiale 2014 (terzi in un girone con Australia, Oman e Thailandia).
In questo quadro, Al-Sahlawi ha tentato di fare quel che poteva. Il suo primo gol in nazionale è arrivato nel maggio 2010 contro i futuri campioni del Mondo della Spagna, ma da lì in poi ha giocato poco e segnato solo in occasioni funeste. Lo score fino al gennaio 2015 vedeva appena quattro gol realizzati: una miseria per una delle star della Saudi Professional League.
Dopo aver cambiato otto allenatori in cinque anni (tra cui Frankie Rikjaard!), forse l'Arabia Saudita ha trovato la strada giusta. Nella Coppa d'Asia 2015 è uscita di nuovo ai gironi, ma la Cina è sembrata decente in quell'occasione e con l'Uzbekistan in crescita. Al-Salhawi, però, ha iniziato una nuova storia con la nazionale sotto la guida di Cosmin Olăroiu.
Doppietta nella vittoria per 4-1 contro la Corea del Nord, il gol della speranza nella sconfitta per 3-1 contro l'Uzbekistan. Da lì in poi, Al-Sahlawi è diventato la star della nazionale, il numero 10 e l'indiscussa stella. L'ha capito anche Bert van Marwijk, diventato ct dei Green Falcons dopo il pessimo Europeo 2012 con l'Olanda e la brutta esperienza ad Amburgo.
Se l'olandese ha rilanciato l'Arabia Saudita nel panorama asiatico, lo deve anche alla buona forma di Al-Sahlawi: l'attaccante è stato decisivo sia nelle goleade (contro Timor-Est, ad esempio) che nelle gare vinte all'ultimo minuto. Basta vedere le vittorie casalinghe contro Palestina, Malesia e Emirati Arabi Uniti (doppietta in quest'ultima).
Ora la situazione è cambiata: Al-Sahlawi è la stella dell'Arabia Saudita, arrivata prima nel girone di qualificazione davanti agli Emirati Arabi Uniti (terzi all'ultima Coppa d'Asia) e lo straordinario score dell'attaccante con la nazionale è di 23 gol in 24 presenze. Un bilancio che gli ha consentito di avvicinare una leggenda come Saeed Al-Owairan, a una rete di distanza.
Tuttavia, Al-Sahlawi rimane umile: «L'importante non è che segni, ma che la squadra vinca». E sul suo sogno: «Sarebbe bello segnare nella fase finale di una Coppa del Mondo. Vogliamo qualificarci per il Mondiale: se la fortuna sarà dalla nostra parte, ce la possiamo fare». In Russia, sarebbe la prima volta dopo 12 anni: per essere una leggenda, bisogna anche ottenere questi miracoli.

Mohammad Al-Sahlawi, 29 anni, capocannoniere delle qualificazioni ai Mondiali 2018.

7.1.15

AFC Asian Cup 2015 special: Tokyo Attack (Parte I)

L'Asia riparte dopo il disastro del Mondiale brasiliano: è andata male, ma non tutto va buttato via. L'Australia ha tenuto testa all'Olanda e hanno Tim Cahill ancora in forma a 35 anni. In più, gioca quest'edizione in casa. Dall'altra parte, la Corea del Sud è uscita distrutta dall'ultima Coppa del Mondo e rischia di fallire ancora. Questa Coppa d'Asia può ridefinire certe gerarchie. Vediamo cosa e perché può cambiare nella prima parte di questo speciale (gironi A e B).


Girone A - Australia, Corea del Sud, Oman, Kuwait
Qui nessun dubbio sulle qualificate: ci sono due squadre nettamente più forti e solo un'altra in grado di giocarsi la qualificazione con loro. L'Australia è uscita ai gironi nel Mondiale, senza vittorie e con tre sconfitte. Ciò nonostante, la prova dei ragazzi del ct Ange Postecoglou è stata positiva e gli Aussies possono guardare con fiducia al futuro. Dopo il secondo posto di quattro anni fa, l'obiettivo è di vincere in casa. Non si può sognare scenario migliore, ma la pressione sarà alta. Sarà l'ultima chance per miti come Tim Cahill, che non credo si ripresenti nel 2019 per riprovarci. Il gruppo ha messo in mostra alcuni giovani interessanti all'ultimo Mondiale - Leckie, Ryan, Davidson - e dovrà fare a meno di gente come l'infortunato Nichols e del bomber Joshua "Jesus" Kennedy. Il primo posto pare alla portata.
 Accanto a loro, c'è la Corea del Sud: gli ultimi due anni sono stati traumatici. Dopo il bronzo conquistato dall'U-23 a Londra, la nazionale non ha fatto i progressi sperati. Il percorso verso il Mondiale brasiliano è stato pieno di difficoltà e sconfitte inaspettate; in Brasile, poi, sono arrivate due sonore sconfitte e appena un punto (merito di Akinfeev). Si pensava che Hong Myung-bo fosse l'uomo giusto per guidare la nazionale, ma ha fallito un'intera generazione, quella che Park Ji-Sung sperava fosse pronta. Forse sarebbe stato meglio scegliere Yoon Jong-hwan, appena liberatosi dal Sagan Tosu; invece, la scelta è ricaduta su Uli Stielike. Ok, grande giocatore. Sì, ha esperienza di nazionali (ha allenato la Svizzera e la Costa d'Avorio). Però non è la svolta che serve. Le stelle ci sarebbero anche, come Son Heung-min. Quel che manca è il gruppo. Il passaggio del turno non sembra a rischio, ma dopo chissà...
 L'unica rivale per il passaggio del turno sembra l'Oman, che viene da tre anni positivi: i Red Warriors sono arrivati a un passo dallo spareggio asiatico per il play-off intercontinentale del Mondiale, ma la sconfitta con la Giordania ha rovinato tutto. Intanto, però, sono arrivate diverse buone prestazioni e c'è il ritorno alla Coppa d'Asia dopo otto anni. Sarà la terza partecipazione e il merito va sopratutto al ct Paul Le Guen, tecnico spesso sottovalutato. Dopo una buona carriera con l'OL, i Rangers di Glasgow e il suo amato Paris Saint-Germain, il francese è diventato un international manager. Mai sotto il 40% di vittorie con i club, ha condotto il Camerun a un deludente Mondiale sudafricano. Poi la guida dell'Oman dal giugno 2011 e diversi risultati di prestigio: una vittoria e un pareggio contro l'Australia e una X sfiorata contro il Giappone. La stella è il capitano e portiere Ali Al-Habsi, l'unico componente della rosa che gioca all'estero.
 Infine, il Kuwait: anche qui parliamo di un gruppo con 22 giocatori su 23 che militano in patria, mentre l'unico "forestiero" gioca in Arabia Saudita. Guidati dal tunisino Nabil Maâloul, i Blue vengono da anni bui: dopo l'ultima Coppa d'Asia, il punto più basso si è raggiunto nello scorso novembre. Durante l'ultima Gulf Cup, il Kuwait è stato eliminato e umiliato proprio dall'Oman con un secco 5-0. Gli anni d'oro della partecipazione al Mondiale 1982 sono passati da un pezzo e non ci sono elementi per dire che quelle stagioni ritorneranno a breve.

Tim Cahill, 34 anni, all'ultima chance per vincere la Coppa con l'Australia.

Girone B - Uzbekistan, Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord
Sarebbe il girone più equilibrato di tutta la competizione, ma due squadre sembrano emergere dal mucchio. La prima è l'Uzbekistan, che viene dal quarto posto del 2011. Il ct è Mirjalol Qosimov, ex giocatore della nazionale e che è già stato alla guida dei White Wolves tra il 2008 e il 2010. Il ct conosce la stella e il capitano della squadra, ovvero Server Djeparov. Il centrocampista non sarà più quello che vinse il premio di miglior giocatore asiatico nel 2008 e nel 2011, però rimane un fattore in una rassegna come questa. Mancherà un'altra stella come Geynrikh, lasciato a casa dal ct. Il gruppo è solido e ha sfiorato il play-off intercontinentale con l'Uruguay nelle qualificazioni al Mondiale brasiliano.
 L'altra è l'Arabia Saudita, in condizioni pessime nel torneo di quattro anni fa: zero punti, José Peseiro esonerato DURANTE la competizione e appena un gol realizzato. La promessa rivoluzione targata Frank Rijkaard è finita male, con l'eliminazione dal secondo round di qualificazioni asiatiche del Mondiale brasiliano per mano dell'Oman. Ma qui è arrivata la svolta: con l'arrivo di Juan Ramón López Caro, i Green Falcons hanno lasciato alle spalle il momento negativo e i grandi vecchi, come Al-Shalhoub, Al-Qahtani e Noor. Inserita in un gruppo con Cina e Iraq, l'Arabia Saudita si è qualificata facilmente alla Coppa d'Asia da imbattuta. Poi l'addio al tecnico spagnolo e l'arrivo di Cosmin Olăroiu, nuovo ct da tre settimane (solo in Asia e in Africa certe cose...) e tecnico in Arabia da tempo. Le amichevoli pre-torneo non sono state incoraggianti, ma i verdi hanno dalla loro Nasser Al-Shamrani, nominato giocatore dell'anno della confederazione asiatica.
 La terza incomoda è la Cina. O meglio, lo è sulla carta. Nonostante la sua popolazione sia poco più di un sesto di quella mondiale, la terra Zhōngguó non riesce a produrre una squadra che giochi decentemente a pallone. L'unica partecipazione al Mondiale è del 2002 e l'ultima Coppa d'Asia non è andata benissimo: fuori nel girone per mano di Qatar e proprio Uzbekistan. Sebbene nella Chinese Super League siano passati tanti campioni, la Cina non cresce come nazionale. Dopo il disastro di Antonio Camacho (cinque milioni di euro d'ingaggio!) e un 5-1 subito dalla Thailandia-B, sulla panchina della Cina si è seduto Alain Perrin, un passato all'OL e tanta voglia di ricominciare (ne avevo parlato qui). La Guózú si è qualificata alla Coppa d'Asia solo come miglior terza e per un gol di più nella differenza reti rispetto al Libano. Le prospettive non sono delle migliori.
 L'ultima del gruppo è la Corea del Nord, a cui si legano due curiosità: nessun recapito per poter contattare la delegazione arrivata in Australia da Pyongyang e solo 22 convocati sui 23 disponibili. Dopo la qualificazione al Mondiale 2010, la squadra dallo spirito Chollima è uscita ai gironi della Coppa d'Asia quattro anni fa. Alla fase finale ci è tornata grazie al netto trionfo nell'AFC Challenge Cup del 2012. Intanto è cambiato l'allenatore: via Yun Jong-su (tornato all'U-23 e sospeso per un anno dall'AFC per insulti agli arbitri), dentro di nuovo Jo Tong-sop. Nell'ultima edizione della rassegna continentale, era lui il manager: ora promette di fare di meglio. I giocatori di punta sono il capitano e portiere Ri Myong-guk, il centrocampista Ryang Yong-gi (simbolo del Vegalta Sendai) e il giovane bomber Pak Kwang-ryong (di proprietà del Basilea).

Server Djeparov, 32 anni, capitano e stella dell'Uzbekistan.

(continua domani...)