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5.1.19

Winter is coming: la Coppa d'Asia 2019 (Parte 2)

Se il resto del mondo sembra viaggiare in direzione ostinata e contraria, ci sono due confederazioni che stanno facendo dei veri passi avanti nell'organizzazione delle proprie competizioni. Se la FIFA punta al Mondiale a 48 squadre già per il 2022 e la CONMEBOL invita squadre a caso per la Copa América, AFC e CONCACAF si comportano diversamente.

Se per la confederazione nord e centro-americana bisognerà attendere la prossima estate per vedere la nuova Gold Cup all'opera, la rinnovata versione della Coppa d'Asia - a 24 squadre e con un nuovo trofeo, seppur negli Emirati Arabi (che hanno qualche problemino di affluenza negli stadi) - promette molto bene.

Ecco la seconda parte della preview, con una revisione dei gironi D, E e F (in corsivo le mie qualificate, non mi pronuncerò sulle terze: meccanismo troppo complesso). In più, alcune considerazioni finali nell'ultima parte del pezzo.

Alireza Jahanbakhsh, 26 anni, stella dell'Iran di Queiroz.

Gruppo D - Iran, Iraq, Vietnam, Yemen

 Vado o non vado? Resto o non resto? Carlos Queiroz è stato in dubbio a lungo durante e dopo il Mondiale 2018. L'Iran ha fatto un figurone in Russia, rischiando persino di eliminare il Portogallo; proprio per questo, il Team Melli è tra i favoriti per la vittoria di quest'edizione. E il suo c.t. è uno dei motivi principali.
L'Iran pre-Queiroz ha sofferto enormi difficoltà, ma otto anni più tardi la squadra è tra le migliori d'Asia e viene da due Mondiali consecutivi giocati nel 2014 e nel 2018. La crescita è evidente, sia quella della squadra che quella dei singoli giocatori: pensate solamente alla carriera di ragazzi come di Ansarifard, Azmoun o Jahanbakhsh.
L'Iran è probabilmente la squadra con l'identità più definita, con i propri giocatori nel prime delle loro carriere e con uno dei migliori c.t. della competizione. Cosa potrebbe andar storto? Qualcosa può accadere, ma per me l'Iran è la nazionale favorita per alzare il trofeo il 1° febbraio.

 A distanza di quattro anni dalla partita più pazza della Coppa d'Asia 2015, l'Iraq ritrova l'Iran, stavolta nel girone. La crescita della nazionale si è un filo fermata, sebbene tornare a giocare negli impianti del proprio paese sia stata un'indubbia conquista. E anche la scelta del coach non mi sembra personalmente delle più felici.
Ricordo Srečko Katanec come uno dei primi ricordi legati alla mia squadra del cuore (la Sampdoria), ma la sua carriera da selezionatore mi sembra tutt'altro che fulgida. Quattro anni grigi con la Slovenia, poco o niente con gli Emirati Arabi; l'ultimo risultato di successo è proprio con la Slovenia, quando la portò a Euro 2000 e al Mondiale 2002.
Su cosa si possono poggiare le speranze dell'Iraq? Sostanzialmente su una certa tradizione, su alcuni giocatori di livello (il promettente Mohanad Ali, Ali Adnan, Ahmed Yasin) e su un gruppo ringiovanito dopo la mancata qualificazione a Russia 2018.

 Se questo torneo non fosse stato a 24 squadre, avrei rischiato un pronostico: il Vietnam sopra l'Iraq. Perché la crescita del paese dal punto di vista calcistico è nettissima: laureatasi campione nell'AFF Championship del 2018, la nazionale del Sud-Est asiatico rischia di essere una delle maggiori sorprese di questo torneo.
Molto del merito va a Park Hang-seo, di cui ho già scritto su MondoFutbol.com al tempo della loro incredibile avventura negli Asian Games dell'anno scorso. Non solo, perché ci sono giocatori interessanti come Trần Đình Trọng e soprattutto Nguyễn Quang Hải, di cui ho già scritto qui in un recente Under The Spotlight.

 Lo Yemen è già felice di esser qui, dato che nel 2014 era al 186° posto del ranking FIFA. La qualificazione non è stata una sorpresa - nel terzo round di qualificazione era chiaro che ci fosse una chance -, ma data l'incredibile situazione di guerriglia che il paese vive... è un risultato straordinario. Tuttavia, un twist finale doveva esserci.
Sono rimasto sorpreso di non ritrovare l'etiope Abraham Mebratu alla guida della squadra, mentre il suo sostituto sarà Ján Kocian, che ha una carriera da giocatore di tutto rispetto, ma non mi è sembrato allo stesso livello da manager. Unica speranza? Se lo Yemen arrivasse secondo e l'Arabia Saudita vincesse il suo girone, sarebbe pazzesco.

Salman Al-Faraj, 29 anni, una delle note positive dell'Arabia Saudita al Mondiale,

Gruppo E - Arabia Saudita, Qatar, Libano, Corea del Nord

 L'Arabia Saudita ha vissuto su un otto volante emozionale nell'ultimo anno e mezzo: dal glorioso ritorno al Mondiale dopo 12 anni d'assenza grazie al lavoro di Bert van Marwijk all'addio del c.t. olandese, passando per l'inglorioso intermezzo di Edgardo Bauza e l'arrivo di Juan Antonio Pizzi, visto come una sorta di caso.
Eppure qualcosa di positivo in Russia si è visto, con l'Arabia Saudita capace di vincere l'ultima gara del girone con un buon calcio (seppur a un ritmo blando). Ci sono giocatori molto interessanti, come Al-Muwallad, Al-Faraj, Al-Dawsari e Al-Shahrani. Forse manca un centravanti per sperare nel trofeo finale, ma la testa del girone è un obiettivo fattibile.

 Chi segue questo blog sa dei mille dubbi che ho sull'avventura qatariota, partita con l'assegnazione del Mondiale 2022 e proseguita con l'implementazione dell'Aspire Academy e l'acquisto di diversi club. L'impressione è che qualche passo avanti ci sia stato, ma non quelli necessari per gli investimenti compiuti.
Il Qatar è a tre anni dal Mondiale e non sembra poter rientrare nell'élite del calcio asiatico, perché Giappone, Corea del Sud e Iran - senza contare l'Australia - sembrano lontane e irraggiungibili. Persino un santone da quelle parti come Jorge Fossati ha dovuto mollare a un certo punto, con il tecnico delle giovanili qatariote, Félix Sánchez, pronto a continuare l'andazzo.
C'è da dire che il Qatar ha ottenuto il miglior piazzamento della sua storia nel ranking Elo del dicembre 2018 (76° posto), sono arrivate vittorie prestigiose in amichevoli (contro Ecuador e Svizzera) e che alcuni profili sono interessanti (come Akram Afif). Mi tengo i miei dubbi e riparleremo di tutto il 31 dicembre 2022.

 A distanza di otto anni, il Libano è tornato alla Coppa d'Asia, pronto a vivere la sua seconda partecipazione alla Coppa d'Asia. Il merito va soprattutto a Miodrag Radulović, che lavora con la nazionale dal 2015 e ha portato la squadra a questa competizione per la prima volta tramite il percorso di qualificazione.
Non un'impresa facile, dato che l'ultima e unica partecipazione al torneo continentale risaliva al 2000; sono passati 19 anni e dubito che il Libano possa superare il gruppo, ma al tempo stesso questa squadra presenterà alcuni profili di valore (come il capitano Hassan Maatouk) e spera di poter centrare la prima vittoria di sempre (nel 2000 due pareggi e una sconfitta).

 La Corea del Nord è un punto interrogativo, se non altro perché il cambio in panchina - con l'addio di Andersen e l'arrivo di Kim Yong-jun (35 anni, era in campo nell'edizione 2011) - potrebbe aver compromesso la struttura del gruppo. Non è un caso che la Corea del Nord non sia riuscita a centrare la qualificazione all'EAFF E-1 Football Championship 2019.
Ci sono i soliti noti, come il capitano e portiere Ri Myong-guk; ci sono dei discreti profili, come Han Kwang-song e Pak Kwang-ryong; ci sono anche alcune assenze, come Pak Song-chol e An Byong-jun. Sarà la terza partecipazione di fila (la quinta assoluta in Coppa d'Asia), ma non vedo la Corea del Nord proseguire a lungo in quest'edizione.

Takumi Minamino, 23 anni, colonna tecnica di un Giappone in evoluzione.

Gruppo F - Giappone, Uzbekistan, Oman, Turkmenistan

 La recente notizia della mancanza di Shoya Nakajima - infortunato, sarà sostituito da Takashi Inui - lascia un pochino di rammarico per il Giappone. Ciò nonostante, la Nippon Daihyo è pronta ad affrontare l'edizione 2019 con una discreta dose di fiducia: il Mondiale è stato un intermezzo positivo e ora viene il bello.
Il rinnovamento - quello che sarebbe dovuto arrivare con Vahid Halilhodzic e che non si è mai visto - potrebbe esser iniziato sotto Hajime Moriyasu. Seppur le prime uscite in amichevoli siano state contro avversari di poco conto, il Giappone ha raccolto quattro vittorie e un pareggio con il Venezuela. Non male per un gruppo cambiato rispetto a un anno fa.
Hasebe e Honda si sono ritirati, Kawashima e Kagawa non sono più sul radar, mentre Shoji, Kosuke Nakamura e Nakajima non ci saranno. Qualora il Giappone riuscisse veramente a vincere la competizione nonostante il rinnovamento e le assenze -, ci troveremmo di fronte a un lavoro eccellente e a un'iniezione di fiducia per il prossimo Mondiale.

 La mancata qualificazione a Russia 2018 ha rappresentato un altro melodramma per l'Uzbekistan, un movimento calcistico solido, ma a cui manca una vera gratificazione. Il quarto posto del 2011 sembrava l'inizio di qualcosa, ma è mancato l'ultimo passo. E ora c'è da coltivare una nuova generazione, che si spera possa tenere un certo passo.
Per dire, l'Uzbekistan è stato in grado di fare meglio rispetto a movimenti calcistici che hanno speso molte più risorse - Cina e Qatar, per esempio -, ma ora c'è bisogno di un risultato. Se guardiamo il breve termine, l'arrivo di Hector Cuper è la mossa giusta. Personalmente non credo sia l'uomo migliore per far crescere i giovani, ma per puntare alle Top 4 negli Emirati... quello sì.
Non ci saranno molti senatori - Denisov, Haydarov, Tursunov -, così come non ci sarà un attaccante giovane e prolifico come Sergeev. Basteranno Rashidov, Ahmedov e Shomurodov a far brillare la nazionale di Cuper?

 Parliamo di un'altra nazionale che rischia di vedere i propri sogni infranti, soprattutto dopo aver appreso dell'assenza di Ali Al-Habsi, storico capitano e portiere della nazionale, nonché noto frequentatore del calcio inglese tramite la sua carriera. Il c.t. Pim Verbeek avrebbe fatto a meno di tale assenza, ma l'Oman dovrà superare questo problema.
Alla quarta partecipazione assoluta, l'Oman è ormai una presenza fissa come forza media dello scacchiere calcistico in Asia. Il calendario delle recenti amichevoli è stato molto positivo: l'Oman ha giocato 19 partite dal settembre 2017 e ne ha perse solamente due, vincendo per altro la Gulf Cup 2017. Potrebbero rivelarsi un ostico avversario nel girone.

 Come lo Yemen e il Kirghizistan, il Turkmenistan festeggia anche solo la presenza a questa competizione, la seconda in assoluto e la prima a distanza di 15 anni. La squadra allenata da Ýazguly Hojageldyýew sarà contenta anche di strappare un punto in un gruppo del genere e non è nemmeno detto che non ci riesca. 
La squadra conterà soprattutto sulla stella del gruppo, quel Ruslan Mingazow che da anni gioca in Repubblica Ceca e che ora potrà mostrarsi sul palcoscenico continentale.


Non me la sento di fare pronostici, mentre quello che posso fare è creare tre gruppi nei quali inserire altrettante squadre a seconda di come usciranno da questa competizione e delle aspettative di cui sono riposte.

A RISCHIO - Qatar, Cina, Corea del Sud
Per motivi diversi, nessuna delle tre può fallire nei suoi obiettivi per quest'edizione. Sarebbe particolarmente grave per le ultime due di queste tre squadre, visto che il Qatar lavora in vista del Mondiale 2022 e ha ancora un residuo spazio di sterzata.

IN CORSO D'OPERA - Iran, Thailandia, Australia
L'Iran deve cogliere l'attimo, ma il lavoro fatto da Queiroz porterà benefici anche per i prossimi 5-10 anni. La Thailandia ha dei giocatori molto interessanti, ma l'attitudine difensiva di Rajevac rischia di snaturare il loro marchio di calcio. L'Australia, invece, ha bisogno di capire come ripartire dopo un ciclo che ha dato molto, ma che ha svuotato i Socceroos dei propri interpreti principali.

IN FIDUCIA - Giappone, Vietnam, India
Sicuramente il Giappone ha dovuto iniziare un processo di rinnovamento a lungo rinviato, ma c'è molto entusiasmo e il potenziale è lì, a disposizione di Moriyasu. Il Vietnam viene da un bellissimo percorso nell'ultimo biennio e potrà solo fare esperienza negli Emirati; infine, l'India deve sfruttare questo ritorno per lanciare definitivamente il calcio nel proprio paese.



Winter is coming: la Coppa d'Asia 2019 (Parte 1)

Se il resto del mondo sembra viaggiare in direzione ostinata e contraria, ci sono due confederazioni che stanno facendo dei veri passi avanti nell'organizzazione delle proprie competizioni. Se la FIFA punta al Mondiale a 48 squadre già per il 2022 e la CONMEBOL invita squadre a caso per la Copa América, AFC e CONCACAF si comportano diversamente.
Se per la confederazione nord e centro-americana bisognerà attendere la prossima estate per vedere la nuova Gold Cup all'opera, la rinnovata versione della Coppa d'Asia - a 24 squadre e con un nuovo trofeo, seppur negli Emirati Arabi (che hanno qualche problemino di affluenza negli stadi) - promette molto bene. 
Ecco la prima parte della preview, con una revisione dei gironi A, B, e C (in corsivo le mie qualificate, non mi pronuncerò sulle terze: meccanismo troppo complesso).

Alberto Zaccheroni, 65 anni, pronto all'avventura con gli Emirati Arabi.

Gruppo A - Emirati Arabi Uniti, Thailandia, India, Bahrain

 A distanza di quattro anni da un'incredibile terzo posto in Australia, tutto sembra esser cambiato per gli Emirati Arabi Uniti. Il treno per la grande generazione è passato, niente Mondiale in Russia e niente da fare per Mahdi Ali, che ha dovuto rinunciare all'incarico dopo un fallimentare percorso verso Russia 2018.
L'attesa che questa squadra lasciava intravedere quattro anni fa è alle spalle e ora si spera che Alberto Zaccheroni - nuovo c.t. e vincitore di questa competizione nel 2011 - possa portare la squadra almeno alle semifinali, se non vincere. Ho dei seri dubbi al riguardo, sebbene il c.t. italiano si dica fiducioso sulla sua squadra.
Questa squadra ha un'età media piuttosto alta, con soli quattro U-23 su 23 convocati. Mancherà Omar Abdulrahman, uno dei giocatori più talentuosi del panorama asiatico, purtroppo infortunatosi nel novembre scorso. E non inganni l'ottimo percorso dell'Al-Ain al Mondiale per club: la Coppa d'Asia rischia di essere un brusco risveglio per la nazionale.

  A modo suo, anche la Thailandia rischia qualcosa a questa Coppa d'Asia. In realtà, si è formato un grosso hype per questa nazionale, ma le dimissioni di Kiatisuk Senamuang e l'assenza di Kawin Thamsatchanan - in una competizione falcidiata dagli infortuni di grosse e medie star - rischiano di rovinare i piani della Thailandia.
I giocatori che possono esser decisivi ci sono, come Chanathip Songkrasin e Teerasil Dangda, capaci di ritargliarsi uno spazio importanti in J. League, ma la nuova leadership del c.t. serbo Milevan Rajovac sembra aver imposto un impianto troppo conservativo per una squadra che invece si è evoluta soprattutto grazie al suo brand offensivo. Basterà?

 Non sembrava così scontato vedere l'India a questa competizione, alla quale torna a distanza di otto anni. Nel 2011, la nazionale indiana fece sostanzialmente da sparring partner per le rivali nel girone; stavolta, invece, l'obiettivo e il sogno sono quelli di passare il turno, sfruttando anche la nuova struttura della competizione.
Con la possibilità per le terze di passare il girone, l'India di Stephan Constantine - vero guru di questo miracolo calcistico - vorrebbe raggiungere gli ottavi di finale. Per dov'era il calcio indiano anche solo due-tre anni fa, sarebbe già un enorme successo. Molto dipenderà anche dalla classe di Sunil Chhetri, vero portabandiera del movimento indiano.

 Il Bahrain parte da fanalino di coda, anche perché la situazione nel paese non è migliorata e la golden generation - quella che per intenderci ha sfiorato la partecipazione al Mondiale 2010 - non è più nel prime dei suoi anni. La vera chiave potrebbe essere il c.t., quel Miroslav Soukup che ha portato la Repubblica Ceca U-20 quasi sul tetto del mondo e che ha aiutato lo Yemen a sopravvivere dal punto di vista calcistico per più di due anni.

L'Australia si appoggerà ancora su Robbie Kruse, 30 anni.

Gruppo B - Australia, Siria, Palestina, Giordania

 Già dall'addio di Ange Postecoglou - avvenuto appena raccolta la qualificazione a Russia 2018 -, avevo immaginato come il futuro dell'Australia sarebbe stato difficile. Postecoglou ha portato a termine un lavoro complicato: rinnovare la nazionale, superare il trauma dell'addio della miglior generazione di sempre e persino vincere la Coppa d'Asia in casa.
Gli è riuscito tutto, ma il cammino per qualificarsi al Mondiale 2018 è stato tremendo e ha messo a fuoco le difficoltà del calcio australiano di saper proporre nuovi talenti, capaci di eguagliare quelli della precedente generazione. E tutto è ancora più difficile se uno dei pochi in grado di farlo, come Aaron Mooy, si infortuna e deve saltare la Coppa d'Asia.
L'Australia può chiaramente passare il girone sotto la guida dell'esperto Graham Arnold, ma è IMHO quella che rischia di più tra le grandi di subire un grosso contraccolpo. Con Jedinak e Cahill ritiratisi prima della competizione e Arzani lasciato a casa, faccio fatica a trovare motivi di entusiasmo per i Socceroos.

 A proposito di Australia, chissà se la Siria avrà voglia di prendersi una rivincita. Molti dei giocatori che saranno negli Emirati per la Coppa d'Asia erano lì, a Sydney, quando in un pomeriggio d'ottobre i sogni di andare in Russia si sono infranti su un palo. Nei supplementari, all'ultimo minuto; eppure alcune cose sono cambiate da allora.
Il c.t. non è più Ayman Hakeem, ma il tedesco Bernd Stange, passato dal ritiro alla nuova esperienza con la Siria. E ora alcuni di quei ragazzi sono andati all'estero: mancherà lo storico capitano Firas Al-Khatib, ma Omar Kharbin e Omar Al-Soma sono pronti a prendere in mano la squadra. In cinque precedenti partecipazioni, la Siria non ha mai superato la fase a gironi: che sia la volta buona per provarci?

 Quattro anni possono cambiare diverse cose. La Palestina è arrivata alla prima storica qualificazione in Coppa d'Asia nel 2015, ma solo dopo aver vinto la Challenge Cup, una competizione riservata alle nazioni in via di sviluppo. La prima esperienza è stata un trauma, ma è arrivato il primo gol nella storia della competizione.
Nel 2019, la nazionale si ripresenta molto più esperta e pronta addirittura a sperare in un salto nelle ultime 16 (re-incrociando proprio la Giordania nel girone). Guidata dall'algerino Noureddine Ould Ali, la Palestina ha svolto una preparazione fitta, con diverse amichevoli. Basterà per superare il turno e sognare gli ottavi?

 La Giordania è diventata ormai una squadra abituata a presenziare a questa competizione. Dopo l'exploit del percorso di qualificazione a Brasile 2014 (quando sfidò l'Uruguay, pareggiando stoicamente nella gara di Montevideo), la nazionale guidata da Vital Borkelmans (ex assistente di Wilmots nel Belgio) spera di centrare la qualificazione al turno successivo.
I risultati delle ultime amichevoli non sono tra i più incoraggianti - otto gare giocate, una sola vittoria -, ma è anche vero che l'abitudine a certi palcoscenici potrebbe giocare a favore della Giordania, visto che è la loro ? partecipazione consecutiva. Personalmente attendo al varco Musa Al-Taamari, classe '97 molto promettente, al momento impegnato a Cipro con l'Apoel.

Hwang Ui-jo, 26 anni, ha vissuto un'annata straordinaria tra club e nazionale.

Gruppo C - Corea del Sud, Cina, Kirghizistan, Filippine

 Ci sono due nazionali che portano con sé una pressione spaventosa a questa Coppa d'Asia. Due tipi diversi di pressioni, but still... la Corea del Sud è una delle due. Dopo che molti hanno evitato la leva militare tramite il successo agli Asian Games dell'ultimo autunno, la logica vorrebbe che i Taeguk Warriors puntino dritti al successo.
Il trofeo continentale manca in Corea del Sud dal 1960; nel frattempo, diverse nazionali si sono imposte. Alcune, come il Giappone, han persino creato delle dinastie. Eppure alla Corea del Sud non mancano le stelle; molti direbbero Son Heung-min, io aggiungere Hwang Ui-jo, Jung Woo-young e Lee Jae-sung.
Se Uli Stielike è andato a un passo dal vincerla in Australia quattro anni fa, può Paulo Bento riuscire dove altri hanno fallito? Mi tengo i miei personali dubbi, ma è certa una cosa: con la situazione contingente, per la Corea del Sud è un'occasione d'oro. E se Son non dovesse esser decisivo, più di una domanda sarebbe da porre sulla sua capacità d'incidere a livello internazionale.

 Dicevamo della pressione? E che dire della Cina? Il gruppo scelto da Marcello Lippi - anche lui in fuga da quello che ormai sembra essere un paradiso in decadimento - è uno dei più vecchi della competizione e la situazione non sembra granché diversa da quattro anni fa, sebbene nel frattempo il calcio cinese abbia vissuto diverse situazioni.
Il terribile cammino per Russia 2018, l'addio di un c.t. che avrebbe dovuto costituire l'ossatura del futuro, l'incertezza sul futuro economico di uno scenario che sembra poco sostenibile... cosa ne sarà del calcio cinese dopo questa Coppa d'Asia? Un risultato negativo - che IMHO è un'eliminazione prima dei quarti di finale - potrebbe essere la spinta finale verso l'implosione (a meno che Wu Lei non salvi tutti un'altra volta).

 Ecco, nel caso del Kirghizistan bisogna essere onesti: parliamo di una delle poche squadre che potrebbe tornare a casa con tre sconfitte e aver comunque imparato qualcosa. La nazionale allenata da Aleksandr Krestinin - allenatore russo con un 48,8% di vittorie da quando è alla guida - ha fatto un miracolo a esserci.
Per altro, la federazione ha anche perseguito un pesante programma di naturalizzazione per rafforzarsi, soprattutto sulla sponda ghanese e tedesca. Viktor Maier si è fatto male prima della Coppa d'Asia, ma il Kirghizistan potrà contare su Daniel Tagoe, Vitalij Lux ed Edgar Behrnardt, tutti facenti parte della nazionale da diversi anni.

 Ciò che poteva essere un successo assoluto è diventato un esperimento a metà: le Filippine han sorpreso tutti, qualificandosi alla Coppa d'Asia sotto la guida di Thomas Dooley. Purtroppo, il tecnico statunitense non è stato confermato e al suo posto ci sarà Sven-Goran Eriksson, in un cambio che sembra soltanto una pensione dorata.
E che dire della gestione di Neil Etheridge, portiere che oggi gioca in Premier League, ma che non ci sarà in Coppa d'Asia con le Filippine? Una terribile mancanza, che mina molto del potenziale che la nazionale avrebbe portato negli Emirati. Sarà comunque una buona occasione per vedere all'opera Phil Younghusband, uno dei simboli nascosti del calcio asiatico.

Phil Younghusband, 31 anni, capitano e simbolo delle Filippine.

(continua domani...)

15.3.16

UNDER THE SPOTLIGHT: Dhurgham Ismail

Buongiorno a tutti e benvenuti a un nuovo numero di "Under The Spotlight", la rubrica che ci consente di scoprire i talenti sparsi per tutto il globo. Oggi ci spostiamo in Turchia, dove il Çaykur Rizespor sembra di casa per i talenti iraniani. Dopo aver lanciato Ali Adnan, a Rize ci provano anche con Dhurgham Ismail, giovane esterno e talento iracheno.

SCHEDA
Nome e cognome: Dhurgham Ismail (ضرغام اسماعيل داوود القريشي)
Data di nascita: 23 maggio 1994 (età: 21 anni)
Altezza: 1.78 m
Ruolo: Terzino, esterno di centrocampo
Club: Çaykur Rizespor (2015-?)



STORIA
Dhurgham Ismail cresce nelle giovanili del Naft Maysan, club di Amarah: il suo segretario introduce il ragazzo all'allenatore dell'Al-Shorta, una delle maggiori squadre irachene. Ma non è Ismail del Naft Maysan, bensì un giocatore delle giovanili dall'Al-Sadr City. La storia è che difficilmente l'Al-Shorta avrebbe accettato un ragazzo fuori da Baghdad.
Con questo piccolo inganno, Ismail firma un contratto di cinque anni per l'Al-Shorta nel 2010. Nel club non c'è troppa stabilità (ben nove allenatori diversi tra il 2010 e il 2015!), ma Ismail si conquista il ruolo di terzino quando il club decide di cedere il titolare, Ahmad Kadhim Assad, all'Al-Naft. Da lì in poi, la sua crescita è innegabile.
Nonostante la giovane età, Ismail è una delle colonne dell'Al-Shorta che vince due campionati nazionali, una coppa della città di Baghdad e partecipa anche ai preliminari della Champions League asiatica. Il suo contributo diventa talmente importante che il terzino viene persino inserito nella Hall of Fame del club, nonostante abbia solo vent'anni.
Quando il contratto sta per scadere, Ismail decide di rinnovare per un altro anno, ma ormai l'Europa segue i suoi progressi con attenzione. Il Girona - club di seconda divisione spagnola - ci prova, così come gli iraniani del Persepolis. Ad avere la meglio è però il Çaykur Rizespor, squadra della Super Lig turca, non lontana dalla sua terra.
I paragoni con Ali Adnan - per carriera e percorso in nazionale - si sprecano: l'aver giocato nel Çaykur Rizespor, il ruolo fondamentale nell'Iraq nonostante la giovane età, lo stesso numero 53 nell'avventura turca. Arrivano anche i grandi club: si è persino parlato di alcuni scout del Liverpool a osservarlo.
Per ora il tecnico Hikmet Karaman - un'istituzione a Rize, alla terza avventura con il club - sta usando Ismail con discreta continuità: 18 presenze in tutte le competizioni e persino un gol in coppa. Ora l'iracheno si sta riprendendo da un infortunio alla caviglia che l'ha tenuto fuori nell'ultimo mese, mentre il Çaykur Rizespor è a +7 sulla zona retrocessione.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Tatticamente, le somiglianze con Ali Adnan continuano. Buon passo sulla corsia mancina, Ismail può giocare da terzino o da esterno di centrocampo, anche nel 4-2-3-1. A differenza di Adnan, però, Ismail può contare su una maggiore attenzione in fase difensiva. Anche per questo, vederlo in azione da terzino è la scelta migliore.
Dotato di un buon tiro, Ismail è soprattutto in grado di macinare la fascia diverse volte e mettere diversi palloni interessanti in mezzo. Un classico terzino, con talento anche per la fase offensiva. C'è chi ci vede un altro Gareth Bale iracheno: si è già fatto questo paragone con Ali Adnan, direi di smetterla...

STATISTICHE
2010/15 - Al-Shorta: 115 presenze, 22 reti
2015/16 - Çaykur Rizespor (in corso): 18 presenze, 1 rete

NAZIONALE
Non è da tutti avere quasi 22 anni e aver giocato già una trentina di partite con la nazionale. Il tutto è spiegabile con la splendida generazione U-20 che al Mondiale di categoria del 2013 stupì il mondo, giungendo quarta e arrivando a un passo dall'eliminare l'Uruguay (vittorioso solo ai rigori). In quell'Iraq, c'era proprio Ismail.
Non solo: è stato protagonista anche della cavalcata dell'U-22 alla vittoria del titolo continentale nello stesso anno. Il salto di categoria è stato normale, quasi fisiologico per molti di quei ragazzi. Tra i più pronti, c'era il prospetto dell'Al Shorta, fatto esordire con i grandi da Hakeem Shaker, lo stesso che lo aveva allenato all'Al-Shorta e nell'U-23, nonché ct ad interim per quattro mesi.
Capace di guadagnarsi il posto da titolare in squadra, l'Iraq ha visto altri quattro allenatori succedersi dall'esordio di Ismail (più un altro ritorno di Shaker). Protagonista in Coppa d'Asia nel 2015 (nella top-11 come terzino), Ismail si è rivelato uno dei migliori esterni mancini del continente. Nella nazionale oggi guidata da Yahya Alwan, è uno dei punti di riferimento.

LA SQUADRA PER LUI
Un anno fa, anticipai in parecchi su Ali Adnan, perché era un giocatore decisamente interessante. Oggi cerca di conquistarsi un posto all'Udinese, ma io credo che - per margini di crescita - Ismail possa arrivare anche più lontano. Perché tatticamente è più poliedrico, perché ha qualche anno in meno e perché sembra ben disposto verso il prendersi le responsabilità.
Un passaggio in un campionato secondario - al di là di quello turco - sarebbe l'ideale. E poi la Premier, perché no? Già il suo compagno di nazionale Yaser Kasim milita oggi per lo Swindon Town, in League One (anche se Kasim è cresciuto nelle giovanili del Tottenham). Non è una strada impossibile: basta perseverare con quest'intensità.

22.12.15

CHASING HISTORY: 5 momenti che hanno segnato il 2015

Un altro anno se ne va e arriva il momento di tirare qualche bilancio. Nell'apprestarci a salutare il 2015, è giusto fare un recap del cult di quest'annata calcistica. Tra un triplete e una prima volta, tra il risorgimento americano e quello ivoriano, passando per il Sud America. Ecco a voi un recap - si spera esaustivo - di quanto accaduto quest'anno.

Il momento cult: l'intervista di John Guidetti
29 giugno 2015, la Svezia ha appena battuto per 4-1 la Danimarca nelle semifinali dell'Europeo U-21. A sorpresa, gli scandinavi si giocheranno (e vinceranno ai rigori) il titolo di categoria contro il Portogallo. Frustrato per le eccessive critiche sulla squadra, Guidetti si sfoga a fine gara e incornicia il miglior momento comunicativo nel calcio di quest'anno.


Vi lascio ai sottotitoli.

La partita dell'anno: derby Iran-Iraq
La Coppa d'Asia è stata una sorta di follia collettiva, ben rappresentata da un match in particolare: il quarto di finale del 23 gennaio scorso tra Iran e Iraq, un derby tra vicini disputato al Canberra Stadium. Ci arriva da favorito l'Iran, che ha vinto il suo girone; il giovane Iraq, invece, si è qualificato alle spalle del Giappone.
Azmoun porta in vantaggio l'Iran nel primo tempo, ma una controversa espulsione di Pooladi riduce la squadra di Carlos Queiroz in dieci per il resto del match. L'Iraq pareggia nella ripresa con Ahmed Yasin e porta la partita ai supplementari. Con i gol di capitan Mahmoud e del giovane Ismail l'Iraq allunga due volte, ma l'Iran riesce stoicamente a riportarsi in gara.
Speciale l'ultima rete, quella di Ghoochannejhad, che pareggia la partita a pochi secondi dalla fine su azione molto confusa. Alla lotteria dei rigori, l'Iraq ha la meglio per 7-6 e arriva quarto al termine del torneo. Una partita che rimarrà negli annali.

Partita di una follia assoluta.


5. Maledizione spezzata
Ci voleva uno stregone per spezzare la maledizione della Costa d'Avorio: arrivata da favorita a ognuna delle edizioni della Coppa d'Africa nell'ultimo decennio, gli Elefanti si sono sempre arenati di fronte a qualche ostacolo. Secondi nel 2006 e nel 2012, la Generazione d'Oro della Costa d'Avorio ha perso entrambe quelle finali ai rigori.
Ci voleva Hervé Renard per cambiare tutto, l'uomo che guidò lo Zambia al titolo nel 2012, proprio contro Yaya Touré e compagni. Per mezz'ora dell'ultima gara del girone, la Costa d'Avorio è rimasta fuori dalla Coppa d'Africa. Poi due vittorie (entrambe per 3-1) contro Algeria e RD Congo, fino all'ultimo atto di Bata.
La storia più bella è quella di Boubacar Barry, che in realtà dopo anni di titolarità era il portiere di riserva a questa rassegna. L'infortunio in semifinale di Sylvain Gbohouo l'ha rimesso tra i pali e l'esperto estremo difensore ha salvato la sua squadra ai rigori contro il Ghana, segnando poi il penalty decisivo! Coppa agli Elefanti: chi l'avrebbe mai detto?

Yaya Touré, 32 anni, alza la Coppa d'Africa.


4. La donna americana
USWNT: non una sigla, ma un'istituzione negli Stati Uniti. Lo United States Women National Team ha vinto il suo terzo Mondiale della storia, dopo un digiuno durato ben 16 anni. Nonostante tre ori olimpici consecutivi, quest'alloro sembrava contornato da una sorta di maledizione. Lo sanno bene le veterane, Abby Wambach e Christine Rampone.
Si ritirano da campionesse del Mondo, dopo una cavalcata entusiasmante nell'ultima rassegna in Canada. Sei vittorie e un pareggio nella via al titolo: paradossalmente la partita più bella è arrivata proprio in finale, dove gli Stati Uniti si sono presi la rivincita contro il Giappone. Un 5-2 dove la firma più bella è stata quella di Carli Lloyd, capitana e MVP del torneo.



3. Rinascita Millionaria
Alzi la mano chi avrebbe scommesso nell'estate del 2011 in una pronta ripresa del River Plate dopo la retrocessione in seconda divisione, la prima in 110 anni di storia. Risalita la china, i Millionarios hanno vinto il titolo con Ramon Díaz e si sono poi affidati all'uomo del loro destino, quel Marcelo Gallardo che ha giocato con la maglia del River.
El Muñeco in un anno si è preso tutto: nel 2014 la vittoria in Copa Sudamericana, nel 2015 quelle in Recopa e soprattutto in Copa Libertadores. E pensare che il River Plate era a un passo dall'andare fuori nella fase a gironi, superata per un pelo. Ad aiutarli fu il Tigres, la stessa squadra poi sconfitta nella finale andata e ritorno per 3-0.

Il magico anno del River Plate in Copa Libertadores.


2. Spagna irreal
Non è stato un grande anno per il Barcellona, ma per la Spagna. I club iberici dimostrano che la loro supremazia è lontana dal cadere: se la nazionale fa fatica e al Mondiale 2014 ha rimediato una sonora batosta, le squadre spagnole continuano a dominare. In ogni caso, tutto il movimento sembra in ripresa dopo una leggera discesa.
L'U-19 ha vinto l'Europeo di categoria, la nazionale femminile ha partecipato per la prima volta a un Mondiale. Il Siviglia ha vinto per la quarta volta l'Europa League, bissando così il successo ottenuto nella finale di Torino dell'anno precedente. Sul Barcellona è difficile dire qualsiasi cosa: 175 gol segnati, cinque titoli e la percezione che Luis Enrique abbia costruito una delle migliori macchine da gioco della storia del calcio di club.

Luis Suárez, Lionel Messi e Neymar, un trio senza pari.


1. La prima volta non si scorda mai
Spiace per i blaugrana, ma non c'è niente di più storico di una prima volta. E ce ne sono state addirittura due in giro per il mondo a livello di nazionali. Sull'impresa in Copa América del Cile credo di aver speso diversi fiumi d'inchiostro, senza dimenticarci è il primo alloro della Roja in 120 anni di storia della sua nazionale.
Se Sampaoli merita più di un plauso, altrettanto si dovrebbe dire per Ange Postecoglou, ct dell'Australia. Alla terza partecipazione nella competizione asiatica, i Socceroos hanno conquistato il titolo, per altro in casa. Il 2-1 in finale a una ritrovata Corea del Sud forse è l'inizio di qualcosa più grande per l'Australia.

L'Australia festeggia il primo titolo di campione asiatico.

8.1.15

AFC Asian Cup 2015 special: Tokyo Attack (Parte II).

Domani parte la Coppa d'Asia e arriva la seconda parte dello speciale su questa competizione. L'Iran, vittima sacrificale del girone F nell'ultimo Mondiale, ha fatto un'ottima figura: prima il pareggio con la Nigeria, poi la tenace resistenza contro l'Argentina. In più ripartono dal ct Queiroz, trattenuto a furor di popolo. Il Giappone punta a confermarsi campione, nonostante l'addio a Zaccheroni e l'arrivo del controverso Aguirre. Pronti per i gironi C-D e il pronostico sulla Coppa d'Asia 2015?


Girone C - Iran, Emirati Arabi Uniti, QatarBahrain
 Gruppo interessante, ma anche qui due sono le favorite d'obbligo. L'Iran ha fatto un buon Mondiale e ha un gruppo solido alle spalle. Alcuni giocatori sono maturati e hanno fatto un salto avanti nel rendimento. Il portiere Haghighi sarà uno dei migliori della competizione e gioca addirittura nel campionato portoghese; capitan Nekounam è tornato all'Osasuna per provare a riconquistare la Liga, dove è arrivato anche l'attaccante Ansarifard. Ghoochannejhad si è tenuto in forma con un prestito di sei mesi all'Al-Kuwait, mentre Dejagah è andato a svernare in Qatar. C'è anche la stellina 19enne Azmoun, un presente al Rubin Kazan e un futuro promettente. Dietro di loro, la risorsa più importante: Carlos Queiroz, ct portoghese rimasto a furor di popolo nonostante manchino i soldi. Lui è forse il miglior tecnico della competizione.
 Dietro l'Iran, c'è una delle migliori squadre per spettacolo nell'Asia: le qualificazioni degli Emirati Arabi Uniti sono state un gran successo. Il tutto è dovuto innanzitutto alla scelta del tecnico: il ct Mahdi Ali ha una carriera di 27 anni tra campo e panchina con l'Al-Ahli, poi è passato a far parte dello staff tecnico della nazionale. Ha gestito tutte le rappresentative giovanili dall'U-16 all'U-23 olimpica: a Londra 2012 (esordio olimpico nel calcio), gli Emirati hanno fatto una buona figura anche contro l'Uruguay. Una volta finita la competizione, Ali è stato promosso a ct della nazionale maggiore. Nel 2013 è arrivata la vittoria anche nella Gulf Cup e nelle qualificazioni alla Coppa d'Asia la squadra ha dato spettacolo: 16 punti, +15 di differenza reti e primo posto davanti al più blasonato Uzbekistan. Ben 12 giocatori su 23 saranno forniti da Al-Ahli e Al-Ain. La stella - nonché capitano in assenza di Ismail Matar - sarà Omar Abdulrahman, un giocatore da osservare con attenzione per la sua classe (23 assist nel 2013-14).
 Il Qatar è arrivato ai quarti nell'ultima edizione casalinga della Coppa d'Asia, ma sarà difficile eguagliare lo stesso risultato. Nel girone di qualificazione ha incrociato il Bahrain, ma non ha avuto la meglio, giungendo secondo. Oggi il ct è Djamel Belmadi, algerino che ha ancora tanto da imparare. La stella - come per gli Emirati Arabi Uniti - è il numero 10 Khalfan Ibrahim: nonostante i suoi 26 anni, ha una carriera spesa con l'unica maglia dell'Al-Sadd. Giocatore asiatico del 2006, Ibrahim ha già 81 presenze e 22 gol con il Qatar.
 Il Bahrain è l'ultima squadra del girone, ma non è pronto a mollare così facilmente. Non è più la stessa compagine che arrivò a un passo dal Mondiale sudafricano, quando perse lo spareggio intercontinentale contro la Nuova Zelanda. Tuttavia, i Reds rimangono un cliente difficile, specie dopo le ultime amichevoli pre-torneo: la squadra allenata dal ct Marjan Eid arriva in un ottimo momento di forma. Il tecnico fa parte dello staff tecnico della nazionale dal 2007, ma è stato finora solo assistente e gestore ad interim della nazionale. L'occasione buona è arrivata un mese fa e lui finora non ha deluso.

Omar Abdulrahman, 23 anni, neo-capitano degli Emirati Arabi Uniti.

Girone D - Giappone, Giordania, Iraq, Palestina
 Dei quattro gironi della competizione, forse è quello più facile da pronosticare. Nonostante la sua forza, il Giappone esce da un Mondiale traumatico. La rassegna brasiliana doveva consacrare Zaccheroni e il suo team, ma in realtà è stata un'amara delusione. Il Giappone riparte con Aguirre come ct (anche se il caso scommesse con il Real Zaragoza pesa come un macigno...) e con un'intelaiatura simile a quella del Mondiale. Forse più 4-3-3 che 4-2-3-1, ma pochi sono i volti nuovi. Le colonne sono sempre le stesse: Hasebe, Honda, Endo, Kagawa, Nagatomo e Okazaki. Mancherà Uchida, infortunato: un'assenza pesante che Aguirre spera di non patire troppo.
 Diversa la situazione della Giordania, che invece si gode un periodo di crescita indiscusso. Già all'ultima Coppa d'Asia la performance era stata di buon livello, ma le qualificazioni al Mondiale brasiliano hanno certificato il miglioramento del calcio giordano. Si è arrivati persino allo spareggio contro l'Uruguay: dopo il 5-0 subito ad Amman, gli Al-Nashāmā hanno comunque strappato uno 0-0 a Montevideo. Ora contano sulla guida di Ray Wilkins - nuovo ct dallo scorso gennaio - per replicare i quarti di finale conquistati nelle due precedenti partecipazioni.
 L'Iraq invece ha dovuto fare tabula rasa dopo il 2013: squadra vecchia, ritiro di Younis Mahmoud e tanti risultati negativi. Via i tecnici stranieri, dentro i maestri autoctoni: se Shaker è stato colui che ha guidato questo gruppo alla fase finale, sarà Shenaishil ad allenarlo nella fase finale. Attenzione all'Iraq: ci sono sei ragazzi sono quelli che sono arrivati quarti nel Mondiale U-20 di due anni fa e l'età-media è molto bassa. Tra questi, c'è anche Ali Adnan. E in più lo storico capitano Younis è tornato (altro che ritiro!) ed è l'unico over-30 in squadra: possono passare il girone.
 Infine, la bellissima storia della Palestina: la vittoria nell'AFC Challenge Cup svoltasi nelle Maldive nel maggio scorso le permette di presenziare per la prima volta nella competizione continentale. Le amichevoli pre-torneo sono andate bene: sconfitta per 1-0 contro l'Uzbekistan e pareggio di prestigio a reti inviolate contro la Cina. Il gruppo è guidato ad interim dall'ex calciatore Saeb Jendeya, mentre la squadra si basa sopratutto su tre giocatori: il portiere e capitano Ramzi Saleh e la coppia di goleador Fahed Attal e Ashraf Nu'man. Il primo è recentemente tornato in nazionale, il secondo ha segnato il gol decisivo per la vittoria di maggio contro le Filippine. Nessuna pretesa di passaggio del turno per i Leoni di Canaan: l'importante è fare esperienza.

Keisuke Honda, 28 anni, MVP dell'ultima Coppa d'Asia.

A questo punto, le otto qualificate si scontreranno nei seguenti quarti di finale:

Australia-Uzbekistan | Arabia Saudita-Corea del Sud
Iran-Iraq | Giappone-Emirati Arabi Uniti

Sarebbero dei gran bei quarti. Specie le ultime due gare vedrebbero paradigmi calcistici diversi: la sfida tra Iran e Iraq vedrebbe l'organizzazione tattica del Team Melli contro la spregiudicatezza offensiva del nuovo Iraq. Il Giappone farebbe vedere il solito gioco fatto di tanto possesso e verticalizzazioni spettacolari contro una delle squadre che gioca meglio nel continente asiatico. In ogni caso, a quel punto l'esito di questi quarti di finali configurerebbe queste semifinali:

Australia-Iran | Arabia Saudita-Giappone

Nonostante le difficoltà che ogni tanto il Giappone soffre contro le squadre del Medio Oriente, credo che la finale sarebbe possibile per la compagine allenata da Aguirre. Diverso sarebbe il discorso per un'eventuale semifinale Iran-Australia: gli Aussies non sono più una squadra da palla lunga e pedalare, possono fare bene. L'Iran, come detto, ha in Queiroz il suo tesoro più grande. Diciamo che il mio pronostico si ferma qui, perché quella semifinale sarebbe troppo incerta da prevedere. Non posso che augurarvi una buona competizione: il mondo guarda l'Asia, cosa ci dirà la sedicesima edizione della competizione?

Carlos Queiroz, 61 anni, ct dell'Iran e forse miglior tecnico d'Asia.

5.1.15

UNDER THE SPOTLIGHT: Ali Adnan Kadhim

Buongiorno a tutti e benvenuti al primo appuntamento del 2015 con "Under the Spotlight", la rubrica che vi fa scoprire i talenti in giro per il mondo. In questo gennaio, ci sarà un'eccezione: doppio numero, vista la coincidenza tra Coppa d'Asia e Coppa d'Africa, che si disputeranno in questo periodo. Oggi ci spostiamo in Iraq per parlare di Ali Adnan Kadhim, esterno tutto mancino e spesso accostato a Gareth Bale per il suo stile di gioco.

SCHEDA
Nome e cognome: Ali Adnan Kadhim (علي عدنان كاظم ناصر التميمي‎)
Data di nascita: 19 dicembre 1993 (età: 21 anni)
Altezza: 1.88 m
Ruolo: Terzino sinistro, esterno alto
Club: Çaykur Rizespor (2013-?)



STORIA
Classe '93, Ali Adnan Kadhim nasce ad Adhamiyah, piccolo sobborgo del nord-ovest di Baghdad, capitale irachena. Il pallone è necessariamente nel suo destino, visto che sia il padre che lo zio erano giocatori importanti nel panorama iracheno durante gli anni '70 e '80. Adnan Kadhim è stato un'importante promessa del calcio nazionale a fine anni '70, mentre lo zio è Ali Kadhim, attaccante iracheno che ha segnato 29 gol in 80 presenze con la maglia dei Leoni della Mesopotamia.
Ali Adnan cresce all'Ammo Baba Football School, la scuola di calcio intitolata al grande centravanti iracheno degli anni '50 e '60. Il luogo dove il giovane calciatore cresce si trova di fronte all'Al-Shaab Stadium, che ospita le gare della nazionale. Entrato a dieci anni, Ali ne esce a 15 e trova l'offerta dell'Al-Zawra'a SC. L'idillio dura appena un anno, poi il passaggio all'Al-Quwa Al-Jawiya e infine l'approdo al Baghdad FC.
Quando arriva nel club della capitale, Ali si unisce alle giovanili. Tuttavia, basta poco per capire che il ragazzo meriti di essere inserito nella squadra dei grandi. Il titolare della fascia mancina a Baghdad è Bassim Abbas, che non è solo una colonna del Baghdad FC, ma anche della nazionale. Ali lo ammira, eppure riesce a togliergli il posto in breve tempo. L'allievo fa meglio del maestro e pian piano in Asia ci si accorge di lui: l'Ittihad FC, squadra dell'Arabia Saudita, è pronto a prenderlo. L'agente dovrebbe volare in terra saudita per ottenere il permesso di lavoro e concludere l'affare, ma ci vorrebbero due giorni e il mercato finirebbe. Così l'accordo salta ed è qualcun'altro ad approfittarne.
Dopo il Mondiale U-20, ci si aspetta un assalto. Le italiane Genoa e Livorno sembrano interessate, così come anche alcuni giganti europei (Siviglia, Galatasaray e Arsenal). In realtà il club più serio nel fare un'offerta è il Çaykur Rizespor: 500 mila euro al Baghdad FC e l'affare è ufficializzato nell'agosto del 2013. L'iracheno sceglie il numero 53, lo stesso dell'anno di nascita del club turco. L'attenzione nei suoi confronti è tanta e il Napoli prova a prenderlo un mese dopo che Ali è arrivato nella Super Lig: sette milioni l'offerta, ma il Rizespor rifiuta.
Nell'ultima estate, anche Roma e Chelsea si sono mostrate vigili sul ragazzo, dopo una prima stagione da 31 presenze e tre reti. Ma Ali è finito sui giornali per altri motivi: a metà giugno, i media lo riportano in una foto con la tenuta anti-ISIS. Si pensa che il giocatore sia pronto per andare in guerra. In realtà, dopo una decina di giorni Ali torna in Turchia e si presenta per il ritiro con il Çaykur Rizespor. Il futuro non sarà ancora a Rize, ma il presente è più importante. Bisognerà vedere anche come andrà con il nuovo tecnico del club turco, che finora non l'ha schierato.

CARATTERISTICHE TECNICHE
Ali Adnan ha innanzitutto il vantaggio tattico di esser polivalente: nato come terzino mancino, negli ultimi anni ha affinato il proprio repertorio e può giocare anche da esterno sinistro di centrocampo. Nei prossimi tempi, potrebbe esser utilizzato anche come ala mancina in un 4-3-3. In situazioni di emergenza può anche destreggiarsi come centrale di difesa, ma dev'essere veramente un'emergenza. Altrimenti, il suo posto è altrove nel campo.
Tecnicamente e atleticamente, il ragazzo è uno dei più dotati del panorama del calcio asiatico. Spunto di velocità straordinario, buona corsa palla al piede e un mancino capace sia di concludere l'azione che di assisterla. Nella sua prima stagione turca, Ali ha fornito ben nove assist e la sua abilità balistica è già ben conosciuta in Turchia. Qualcuno l'ha paragonato anche allo Ian Harte ammirato negli anni di Leeds: il Daily Mail aveva etichettato Ali come uno dei 20 giocatori giovani da guardare nel 2014.

STATISTICHE
2013/14 - Çaykur Rizespor: 31 presenze, 3 reti
2014/15 - Çaykur Rizespor (in corso): 11 presenze, 1 rete

NAZIONALE
Già selezionato per l'Under 20 e l'Under 23, Ali Adnan esordisce in nazionale maggiore ad appena 19 anni contro il Bahrain. All'epoca il ct è Zico, che però non gli dà poi altre chance. Nel frattempo, Ali gioca il Mondiale del 2013 con l'U-20 allenata da Hakeem Shaker Al Azzawi. Nel gruppo, l'Iraq sfida Inghilterra, Egitto e Cile. Nella prima gara contro i britannici, l'Iraq rimonta il doppio svantaggio e il gol del pareggio è proprio di Ali Adnan: doppio dribbling, destro a rientrare (con deviazione) e portiere battuto.
Da quel momento in poi, il terzino diventa una delle stelle della squadra. L'Iraq passa il girone da prima classificata (!) e va incontro a tre battaglie da 120'. Negli ottavi contro il Paraguay si ha la meglio al 94'; nei quarti contro la Corea del Sud ci vogliono i rigori per passare. In semifinale il sogno iracheno s'infrange ai penalties contro l'Uruguay, ma i ragazzi di Shaker avrebbero potuto vincerla. Il vantaggio lo segna proprio Ali Adnan con una punizione monstre che mostra tutta la potenza del suo mancino. L'Iraq perderà anche la finalina, ma ormai Ali si è mostrato a tutto il calcio mondiale.
Con l'avvicendamento sulla panchina della nazionale maggiore, si passa da Zico e Vladimir Petrović proprio a Shaker, che aveva già allenato Ali nell'U-20. Il terzino diventa la stella più grande della squadra dopo il capitano Younis Mahmoud (che prima si ritira e poi torna). Recentemente Ali ha trovato anche la prima rete con la nazionale contro la Cina: ora c'è l'avventura della Coppa d'Asia sotto la guida del nuovo ct Radhi Shenaishil. Il mancino d'Iraq sarà certamente uno dei giocatori più osservati.

LA SQUADRA PER LUI
Inutile nascondersi dietro un dito: non resterà per molto al Çaykur Rizespor. Ali Adnan vuole un palcoscenico più grande per crescere ed esprimere le sue potenzialità. Un desiderio così forte quello del terzino che Calcio Turco ha recentemente segnalato l'interesse del Granada per il ragazzo. Granada potrebbe voler dire anche Udinese, ergo Serie A o Liga. In ogni caso, un buon affare per chi viene dall'Iraq, per chi ha visto la guerra negli occhi e per chi ha questo talento nei piedi. Il minimo per chi potrebbe prendere il posto di Younis Mahmoud nel cuore dei tifosi iracheni.

12.8.13

Guerra e pace (the Iraqi version).

C'è una notizia che è passata un po' sotto silenzio, almeno per quanto riguarda il panorama calcistico asiatico: nel giugno 2013, dopo la mancata qualificazione della sua nazionale al prossimo Mondiale, Younis Mahmoud ha annunciato il suo ritiro dal calcio. Per molti, questo nome sembrerà non solo sconosciuto, ma difficilmente ricongiungibile ad un volto o ad una determinata impresa calcistica. Invece, Mahmoud ha rappresentato una pietra miliare nella storia del calcio asiatico degli ultimi 10 anni.

29 luglio 2007: Mahmoud (al centro) alza la Coppa d'Asia, di cui sarà MVP.

Già, perché Mahmoud è stato uno di quelli che ha scritto la storia, seppur non tra le patinate copertine che l'Europa ed il Sud America possono procurarti. Non ha vinto una Champions League come Park Ji-Sung, non sta incantando l'Europa come hanno fatto già Nakata e Kagawa e non ha neanche partecipato ad un Mondiale, magari segnando un gran gol, come fece Al-Owairran nel 1994. Tuttavia, l'iracheno è stato importante per il suo popolo, segnando e capitanando non solo la sua squadra, ma forse un'intera nazione, che ha sofferto tanto nell'ultimo decennio e che ha trovato un po' di sollievo solo grazie alle imprese della nazionale.
Cresciuto con il Kirkuk FC e affermatosi con il Talaba Sporting Club, Mahmoud ha girato per gli Emirati Arabi e sopratutto in Qatar, dove l'Al-Gharafa è stato il club più importante della sua carriera. Ma se si vuole illuminare la storia di questo giocatore, bisogna necessariamente parlare del suo rapporto con la nazionale e di quanto è stato fondamentale per quest'ultima, in diverse occasioni. Affermatosi come prima punta, Mahmoud ha fatto tutta la trafila nelle nazionali giovanili, venendo convocato prima per l'U-19, poi per l'U-23: intanto, però, l'allora 19enne veniva chiamato anche per la rappresentativa maggiore. Qui comincia anche il suo legame con l'Italia, dato che Mahmoud segna il suo primo gol in un'amichevole contro il Cagliari, mentre la nazionale irachena è in ritiro nel nostro paese. Un altro pezzo di storia, invece, lo scrive nel torneo olimpico di calcio che si svolge nel 2004 a Atene: l'Iraq è qualificato, ma riesce a fare di più. Nel girone eliminatorio, gli asiatici buttano fuori il Portogallo, che aveva in squadra un certo Cristiano Ronaldo; poi l'Iraq batte anche l'Australia ed ottiene un insperato quarto posto. I legami con l'Italia si ripresentano, dato che gli asiatici vengono sconfitti proprio dagli azzurri nella finalina per il terzo posto.
A quel punto, Mahmoud non è più uno sconosciuto e diventa un punto di riferimento indispensabile per la propria nazionale: l'Iraq vince i giochi dell'Asia dell'ovest nel 2005, mentre lui comincia a farsi notare anche in Qatar con la maglia dell'Al-Gharafa. Non sarà presente ai Mondiali del 2006, ma Mahmoud sa che l'anno dopo ci sarà la Coppa d'Asia e vuole che l'Iraq faccia bella figura. In realtà, quella competizione diventerà il suo trampolino di lancio verso una fugace notorietà: l'Iraq, capitanato da Mahmoud, riesce ad avanzare nella fase ad eliminazione diretta da prima classificata del girone A, battendo addirittura l'Australia, appena entrata nella confederazione asiatica. Dopo di che, gli asiatici fanno fuori anche i padroni di casa del Vietnam, proprio con una doppietta dell'attaccante, e volano in semifinale. A quel punto, dovendo affrontare la Corea del Sud, la favola sembra giungere al termine; non è così, perché l'Iraq è tosto e porta la partita fino ai rigori, dove la squadra di Younis prevale sui più titolati sudcoreani. Sarebbe già un miracolo, visto che il miglior piazzamento dell'Iraq in Coppa d'Asia, fino ad allora, era un quarto posto: eppure, Mahmoud è incontentabile e segna il gol decisivo nella finale contro l'Arabia Saudita.


In quel colpo di testa del numero 10 iracheno si forma un momento straordinario, specie se si pensa quanto in difficoltà potesse (e può) essere il popolo iracheno. Loro avevano bisogno di distrarsi un attimo dalla guerra, dagli attacchi statunitensi, da una difficoltà nel vivere il quotidiano che forse solo un'impresa del genere poteva ripristinare parzialmente: la vittoria in quella competizione portò gli iracheni sparsi per il mondo a festeggiare. Lo stesso C.T. della squadra, il brasiliano Viera, disse: «Questo non è calcio, è qualcosa di molto più importante [...] Questo non riguarda il calcio, riguarda gli esseri umani». Inoltre, per Mahmoud ci sono valanghe di riconoscimenti, a dimostrazione di come la vittoria dell'Iraq nella Coppa d'Asia del 2007 è importante per molti: vince il premio "Facchetti" della "Gazzetta dello Sport", arriva secondo nel premio per il miglior giocatore asiatico dell'anno e viene addirittura nominato per il Pallone d'Oro di quell'anno, sebbene raccolga solo due voti e finisca 29°. Poco importa: se l'iracheno finisce davanti ad Eto'o, Giggs, Tevez e van Persie, è comunque un bel segnale.
Mentre continua a giocare in Qatar, Younis fa un po' fatica in nazionale (quattro gol tra il 2008 ed il 2010), che intanto è pronta anche per la Confederations Cup del 2009: l'Iraq viene eliminato e non segna nessun gol, ma la partecipazione ad una manifestazione così sentita è di grande impatto. Ma si sa: il vino, se invecchia, diventa ancora più buono. E così l'ormai 27enne Mahmoud, maturato e forgiato da diverse esperienze, ricomincia a segnare con la nazionale, trascinandola anche alla qualificazione in Coppa d'Asia del 2011, dove l'Australia elimina l'Iraq ai quarti di finale, vendicandosi di quattro anni prima. Purtroppo, poi, non è andata meglio nelle qualificazioni al Mondiale brasiliano: l'Iraq, arrivato all'ultima fase, è finito in un girone difficile, con Australia e Giappone. L'eliminazione è arrivata con una giornata d'anticipo e Mahmoud ha deciso così di chiudere la sua avventura l'11 giugno 2013; non solo con la nazionale, ma persino con il club, ritirandosi definitivamente dal calcio. Un peccato se si pensa che il capitano iracheno era arrivato a giocare in coppia con Raul Gonzalez Blanco, nell'Al-Sadd.
Younis Mahmoud lascia il calcio e l'Iraq dopo 116 presenze e 47 gol, dietro alla leggenda Hussein Saeid, leader in entrambe le classifiche e calciatore della nazionale negli anni '80. Rimarrà, come molte altre leggende periferiche del calcio, uno dei tanti giocatori a non giocare mai un Mondiale; certo, ha avuto molto dalla sua carriera, ma l'augurio che gli faccio è quello di esser eanche importante per il suo paese. Perché no, anche da C.T., se gli capiterà. E spero anche che Mahmoud possa essere ancora un eroe per l'Iraq, magari in un contesto che non sia quello di guerra e pace conviventi nello stesso tempo.

Younis Mahmoud, 30 anni, lascia il calcio nel giugno scorso.