29.10.14

ROAD TO JAPAN: Yoshinori Muto

Buongiorno e benvenuti a un altro numero di "Road to Japan", la rubrica che vi segnala i migliori talenti che si evidenziano nel panorama giapponese. Oggi ci spostiamo a Tokyo, dove l'allenatore è Massimo Ficcadenti. Forse nessuno meglio di lui potrebbe narrarci i progressi di un giocatore partito in sordina e che sta esplodendo nel 2014: parliamo di Yoshinori Muto, tuttofare offensivo dell'F.C. Tokyo.

SCHEDA
Nome e cognome: Yoshinori Muto (武藤 嘉紀)
Data di nascita: 15 luglio 1992 (età: 22 anni)
Altezza: 1.78 m
Ruolo: Trequartista, ala
Club: F.C. Tokyo (2012-?)



STORIA
Nato nella capitale giapponese nel luglio del 1992, Yoshinori Muto a già quattro anni è in una squadra di calcio. Il pallone come grande amico fin dall'infanzia e nel 2005 già l'F.C. Tokyo lo nota. Muto ha solo 12 anni, ma il club della capitale nipponica vede qualcosa nel ragazzo, tanto da portarlo nella sua U-15. Il giovane Yoshinori inizia da esterno di centrocampo e stupisce tutti alla Prince Takamado Cup del 2007. Nella competizione che vede partecipare le migliori squadre U-15 e U-18 del paese, Muto realizza otto gol e trascina l'F.C. Tokyo fino alle semifinali.
A questo punto, il club lo promuove nell'U-18, dove Muto studia anche da terzino. Tuttavia, alla fine del 2010, Yoshinori sceglie la Keio University: decide di studiare alla facoltà di Economia, lasciando l'F.C. Tokyo dopo cinque anni. Ma il club della capitale non smette di osservare i suoi progressi: con la maglia della Keio University Soccer Team, Muto continua a giocare e ogni tanto partecipa alla Coppa dell'Imperatore, dove anche le compagini dei college nipponici sono ammesse. Muto è chiaramente la stella della squadra, ma l'F.C. Tokyo non si è dimenticato di quel ragazzo cresciuto nelle sue giovanili.
Così i rossoblu lo segnalano come designated player del club per il 2012 e per il 2013: un sistema presente in J-League per selezionare i migliori prospetti che giocano nelle squadre universitarie e per sviluppare il movimento calcistico nipponico. Nel 2013 Muto continua a giocare per la sua università, ma al tempo stesso esordisce in J-League: un debutto che avviene all'Ajinomoto Stadium il 6 luglio 2013, quando Muto entra per Higashi al 92' di una sconfitta contro i futuri bi-campioni del Sanfrecce Hiroshima. Un assaggio di quello che sarà la stagione 2014.
Nello scorso gennaio, infatti, Muto entra ufficialmente in squadra. Stavolta dalla porta principale. Ranko Popovic, il tecnico che l'ha fatto esordire, se ne è andato; al suo posto c'è un italiano, tale Massimo Ficcadenti. L'ex allenatore del Cesena non esita a credere in Muto: il numero 14 dell'F.C. Tokyo parte da titolare alla prima di campionato contro i Kashiwa Reysol. Prima due assist sul campo dello Shimizu S-Pulse, poi il primo gol da pro in trasferta contro il Vissel Kobe in League Cup. Infine, la prima gioia anche in J-League, quando la sua rete vale il 2-0 contro il Cerezo Osaka. Ridendo e scherzando, Muto è arrivato a quota 13 marcature in stagione, 12 solo in J-League: l'ultima ha deciso la gara casalinga contro i Sanfrecce Hiroshima. Proprio l'avversario contro cui aveva esordito...

CARATTERISTICHE TECNICHE
Dal punto di vista tattico, Muto sta dimostrando che è un ragazzo in crescita. Quest'anno Ficcadenti l'ha provato un po' ovunque: ha iniziato trequartista, poi il tecnico ha spostato Muto prima a destra, poi a sinistra nel 4-3-3 dell'F.C. Tokyo. Infine, una prova anche da seconda punta e poi da centravanti. Muto si è trovato bene un po' ovunque: da punta ha persino segnato una doppietta agli Urawa Reds, leader della J-League.
Se tatticamente il ragazzo si è fatto valere, tecnicamente non è da meno: Muto fa parte della grande scuola di trequartisti che sta producendo il Giappone. Non si rifa a Honda o Kagawa, quanto più a Takashi Usami: è un giocatore velocissimo di gambe e pensiero, con un buon tiro dai 20 metri e la capacità di inserirsi con grande tempismo. Deve metter su un po' di fisico, altrimenti difficilmente potrà giocare fuori dal Giappone. C'è chi lo chiama il Cristiano Ronaldo nipponico: magari si esagera, ma le doti ci sono.

STATISTICHE
2012 - F.C. Tokyo: 0 presenze, 0 reti
2013 - F.C. Tokyo: 1 presenze, 0 reti
2014 - F.C. Tokyo (in corso): 27 presenze, 12 reti

NAZIONALE
L'amore è presto sbocciato tra lui e la Nippon Daihyo. Vista la recente esplosione, Zaccheroni non ha mai potuto prendere in considerazione il ragazzo. Ci ha pensato così Javier Aguirre, nuovo commissario tecnico del Giappone. Dire che l'esordio del fantasista del F.C. Tokyo è stato esplosivo probabilmente è riduttivo. In due amichevoli giocate a settembre contro Uruguay e Venezuela, Muto si è subito messo in mostra. Prima una traversa contro Cavani e compagni, poi la rete del momentaneo 1-0 contro la Vinotinto. Un esordio col botto, seguito da un'altra mezz'ora in campo contro il Brasile. Se sarà convocato, Muto sarà uno dei prospetti più interessanti della Coppa d'Asia del prossimo gennaio.

LA SQUADRA PER LUI
Per un ragazzo del genere, ci vorrà del tempo. Se lo consiglio, è perché c'è del potenziale abnorme. Chi è interessato a Muto potrebbe anche acquistarlo e lasciarlo per un'altra stagione in Giappone. Per tanti motivi. Perché il fantasista ha bisogno di crescere e può farlo in patria. Perché si rischierebbe di bruciarlo portandolo subito in Europa. Perché sta già crescendo con un'accezione europea, grazie alla guida di Massimo Ficcadenti, suo tecnico all'F.C. Tokyo. Tuttavia, il valore è per ora - secondo transfermarkt.com - di 150mila euro: un affare da sfruttare?

27.10.14

Da un Borussia all'altro.

Tutto parte da un pomeriggio lontano. Era il maggio 2013: l'Hoffenheim si giocava l'ultima possibilità di salvezza sul campo del Borussia Dortmund, che da lì a pochi giorni si sarebbe giocato la finale di Champions League contro il Bayern Monaco. A un anno e mezzo di distanza, si torna a sorridere alla Rhein-Neckar-Arena: l'Hoffenheim è secondo a 17 punti nella Bundesliga 2014-15. La truppa di Markus Gisdol ha di che sorridere.

Roberto Firmino, 23 anni, stella indiscussa dell'Hoffenheim.

La storia dell'Hoffenheim in Bundesliga non è di lunga data. Basti pensare che il club militava in ottava divisione (!) all'inizio degli anni '90 e poi è risalito fino alla quinta categoria nel 2000. Insomma, la strada è stata lunga, ma l'ascesa dell'Hoffenheim non si è fermata lì: due promozioni in due anni e raggiungimento della 3. Liga. Lì il club ha maturato ulteriore esperienza e sopratutto ha cominciato a metter giù numerosi investimenti per migliorare ulteriormente. Nell'estate 2006 sono arrivati numerosi personaggi per alzare il livello dello staff e della squadra.
Tra questi, l'uomo fondamentale è stato Ralf Ragnick. Per l'ex manager dell'Ulm dei miracoli contratto quinquennale e progetto a lungo termine. Subito è arrivata la promozione in 2. Bundesliga e nel 2007-08 il club ha giocato la prima stagione nel calcio professionistico. Ma la permanenza in cadetteria è durata poco, visto il secondo posto e la conseguente scalata alla Bundesliga. Una serie di miracoli che non si è fermata lì. Dopo il girone d'andata, l'Hoffenheim se la giocava con il Bayern Monaco per il titolo. Il tutto grazie a una squadra equilibrata, un ottimo allenatore e a un bomber - Vedad Ibišević - che ha avuto la miglior forma in quei giorni.
Il miracolo è stato costruito grazie ai soldi di Dietmar Hopp. Magnate dei software, ha fondato la SAP SE nel 1972 con alcuni ex dipendenti dell'IBM. Un'azienda che fattura miliardi di euro e che ne ha fruttati ben quattro a Hopp. Il quale, con i suoi soldi, ha aiutato l'Hoffenheim a risalire. Non solo: Hopp ha finanziato con 100 milioni di euro la costruzione della Rhein-Neckar-Arena: 30mila posti a sedere, un bell'impianto per chi fino a un decennio fa non esisteva sulla mappa del calcio tedesco. Prima il club giocava al Dietmar-Hopp-Stadium, appena 6000 posti. La strategia di Hopp (soldi a palate) è stata criticata spesso perché fondata unicamente sul forte supporto finanziario. Ricorda molto quella che sta portando avanti il Red Bull di Lipsia (di cui ho parlato qui).
Intanto, però, l'Hoffenheim è sopravvissuto bene: un settimo posto all'esordio e poi tre undicesimi posti. Poi la crisi del 2012-13 e il momento spartiacque della stagione. Tra novembre e marzo di quell'annata, l'Hoffenheim ha perso undici delle tredici partite giocate in Bundesliga, facendo appena quattro punti. La retrocessione sembrava scritta, nonostante il triplo cambio di tecnico. La ruota poi ha girato: dodici punti in otto gare e la partita decisiva al Westfalen Stadion contro il Borussia Dortmund di Klopp, che attendeva la finale di Champions League. All'Hoffenheim serve una vittoria per sperare di salvarsi.
Quel giorno arriva però lo svantaggio nel primo tempo, grazie alla rete immediata di Lewandowski. Poi nel secondo tempo tutto si capovolge: prima follia di Hummels su Volland, poi fallo di Weidenfeller su Schipplock. In entrambi i casi, è rigore: l'eroe di giornata è Sejad Salihović, che trasforma entrambi i penalty e regala un insperato play-out all'Hoffenheim. Nella doppia sfida contro il Kaiserslautern, finisce con un 5-2 complessivo per i Blau-weiß e il club mantiene il suo posto in Bundesliga. Il 2013-14 è stato molto più tranquillo, ma l'Hoffenheim ha ricordato una squadra di Zeman: 72 gol fatti (dietro solo a Bayern e BVB), 70 subiti (peggio solo l'Amburgo) e nono posto finale. Quest'anno, invece, le cose vanno alla grande: il club biancoblu è secondo insieme a Wolfsburg e Borussia Mönchengladbach. E alla prossima l'Hoffenheim sfiderà proprio gli uomini di Lucien Favre, per un match d'alta classifica.


Molto del merito di questi risultati va a Markus Gisdol. Il tecnico - una versione tedesca e più anziana di Jason Segel - ha preso in mano una squadra che era sull'orlo di un precipizio, reduce da una stagione disastrosa. Ex calciatore nelle categorie inferiori, Gisdol ha finito la propria carriera a 27 anni a causa di un grave infortunio. Allora si è buttato come allenatore: prima coach dell'U-17 dello Stoccarda e assistente allo Schalke 04, poi allenatore della squadra riserve dell'Hoffenheim, con cui ha conquistato la promozione dalla quinta alla quarta divisione. Infine, la guida della prima squadra nell'aprile 2013. La salvezza guadagnata in quel pomeriggio di maggio a Dortmund ha cambiato il corso delle cose. Non solo: il tecnico ha fornito una nuova visione di calcio. All'Hoffenheim è sempre piaciuto il calcio offensivo, ma a certe vette zemaniane non erano mai arrivati.
Merito anche di una squadra che ha fatto le mosse giuste quest'estate. L'unico a partire è stato Fabian Johnson, terzino statunitense passato al Borussia Mönchengladbach. Tuttavia, sono arrivati Bičakčić dall'Eintracht Braunschweig, Zuber dal CSKA di Mosca, Schwegler dall'Eintracht Francoforte, Kim Jin-Su dall'Albirex Niigata e anche Szalai dallo Schalke 04. Ma il più grande acquisto dell'estate è stato - a sorpresa - Oliver Baumann. Arrivato dal Friburgo nella scorsa estate, il portiere non sembrava proprio il più solido tra gli estremi difensori di nazionalità tedesca. Anzi, all'Europa Park l'anno scorso si è distinto più per gli errori che per le parate (qui un esempio). Eppure, una volta arrivato all'Hoffenheim, tutto è cambiato. Squawka lo segnala come uno dei dieci migliori portieri delle cinque migliori leghe europee per performance score: un bel cambiamento.
Insieme a questi nuovi arrivi, non si è fatto altro che cementificare quanto costruito prima. Gli esperti capitan Beck e Salihović, i giovani terribili Süle, Rudy e Volland, gli attaccanti Modeste ed Elyounoussi. Ma sopratutto c'è Roberto Firmino, fresco di prima chiamata dalla nazionale brasiliana e stella della squadra tedesca. A 23 anni appena compiuti, Firmino rimane uno dei pezzi pregiati della Bundesliga e ha anche rinnovato il contratto con l'Hoffenheim fino al 2017. L'anno scorso il brasiliano ha concluso la stagione con 16 gol e 12 assist, diventati rispettivamente 22 e 16 in stagione. Inevitabile parlare di lui in chiave mercato, così come per Dunga, che l'ha dovuto chiamare per le prossime amichevoli contro Turchia e Austria. Magari con la speranza di esordire con la maglia verde-oro. Ma intanto c'è la Bundesliga, dove l'Hoffenheim spera di continuare a stupire. Da un Borussia all'altro, ne è passato di tempo.

Markus Gisdol, 45 anni, tecnico dell'Hoffenheim secondo in Bundesliga.

22.10.14

Fußball über Alles

La storia è maestra, ma non si impara mai nulla. Ieri la squadra migliore al momento in Serie A affrontava la migliore squadra della Bundesliga (e non solo...). All'Olimpico si è consumata l'attesa per uno scontro fra titani, che si è trasformato in un massacro: 7-1 del Bayern in casa della Roma. E al di là delle battute su Twitter, viene da chiedersi quanto sia grande effettivamente la distanza dai tedeschi del nostro calcio. Proprio loro, che ci hanno preso il terzo posto nel ranking nel 2011-12.

Lothar Matthäus con la testa bassa dopo l'Europeo del 2000.

Al di là del risultato di Roma-Bayern, colpisce quanto l'Italia sia indietro nei confronti del movimento calcistico tedesco. Al di là del ranking, dove siamo stati sorpassati proprio dai tedeschi. E dove - vedendo Borussia Dortmund e Bayer Leverkusen - non riavremo il terzo posto tanto presto. E al di là delle parole, come quelle della conferenza stampa del lunedì. Ho sempre apprezzato Rudi Garcia per la sua capacità di mantenere la calma: una cosa che serve come il pane per allenare in un ambiente come Roma, umorale come pochi. Nel suo secondo anno italiano, invece, l'ex tecnico del Lille si è italianizzato. Polemiche strumentali, che non fanno il bene della sua squadra. Certo, i giornalisti potrebbero porre domande più ficcanti dal punto di vista tecnico, ma a che serve la provocazione con la macchina fotografica se poi la sua squadra è molle di fronte a una delle migliori compagini d'Europa?
Pep Guardiola, dal canto suo, non è mai stato un aizzatore di folle. Non lo è diventato nemmeno al Bayern, tanto che lui e Robben hanno ribadito quanto la Roma sia forte. Salvo poi spezzare la difesa giallorossa come un coltello nel burro. Il 7-1 di ieri sera dimostra quanto l'Italia sia indietro. E quanto sia il terreno da recuperare dalla Germania, terra dell'eccellenza massima del calcio. Anche più di Spagna (sicuro) e Inghilterra (forse. In campo sicuro). Perché le squadre teutoniche fanno bene in Europa e non solo il Bayern: ieri, pur faticando, anche lo Schalke ha portato a casa una vittoria fondamentale per il passaggio del turno. Su Juve e Roma, non ci sentiamo di mettere la stessa mano sul fuoco.
Il cambiamento tedesco è partito da lontano: dopo il fallimento di Euro 2000, dove la Germania collezionò tre sconfitte e zero punti, la DFB ha deciso di prendere un'altra. Meglio cominciare a costruire in casa i propri campioncini. La federazione tedesca non ha esitato nello spendere milioni di euro in un programma di sviluppo dei giovani (qui c'è un report dettagliato). Anzi, più stai attento ai giovani, più la DFB ti finanzia. Alla fine, sono ben 520 i milioni di euro spesi dai club nella crescita e nel progresso del calcio tedesco: nel 2011, il 52% dei giocatori che giocavano in Bundesliga erano stati cresciuti da un academy di prima o seconda divisione tedesca. Sfido a trovare gli stessi numeri in Serie A. I frutti sono arrivati nel momento in cui una certa generazione di giocatori - Hummels, Özil, Schürrle, Müller, Götze, Kroos - era al massimo della maturità. E altri forse possono avere ancora leggeri margini di miglioramento.

La Germania campione del Mondo nell'ultimo Mondiale.

E noi invece cosa facciamo? Basta guardare quanto successo in questi anni, con il sistematico menefreghismo dei confronti dei giovani e la poca fiducia riservata nei prodotti cresciuti in casa. O anche in questi giorni, dove Daniele Rugani - promessa, vero, ma giovane interessante dell'Empoli e di proprietà Juventus - è stato subito ceduto a Di Biagio e all'Under 21, dopo che Conte lo aveva chiamato per la prima squadra. Però l'Italia avrebbe bisogno di un serio rinnovamento. Già quest'estate vi avevo parlato di come la nazionale guidata da Conte aveva bisogno di cambiare un po' gli interpreti (leggi qui).
La risposta? Zaza e Immobile davanti, ma dietro non è cambiato nulla. Pirlo è sempre il metronomo della nazionale., Buffon è sempre il capitano e il terzetto difensivo di base è sempre quello della Juventus, fondato su Bonucci, Barzagli (quando si riprenderà dall'infortunio) e Chiellini. Tutto questo nonostante l'Under 21 proponga diversi giocatori interessanti e farà sicuramente bene all'Europeo di categoria del prossimo giugno. E comunque a rimetterci sono i ragazzi che sono già pronti per provare a eguagliare i loro predecessori: Verratti e Sirigu sono due nomi validi come esempio.
E invece la Germania cosa fa? Vinto il Mondiale, c'è la consapevolezza per alcuni di essere arrivati al top. Philipp Lahm, consapevole di aver conquistato il miglior trofeo della sua straordinaria carriera, dice basta alla Nationalmannschaft, nonostante abbia l'età per giocare un altro Mondiale. E mi sto riferendo al fisico, perché con la sua intelligenza calcistica potrebbe giocarne altri cinque. La stessa cosa l'ha fatta Per Mertesacker, che di anni ne ha 29 anni e che spesso è vituperato. Tuttavia, il ct Joachim Löw non ha mai rinunciato a lui, neanche nel Mondiale vittorioso in Brasile.
Così la Germania potrà lanciare nuovi talenti e permettere al calcio tedesco di continuare a fiorire. Già, perché se oggi ci sono i Müller, un domani ci saranno i Draxler, i Meyer, i Goretzka. Gente classe '94 o '95, che potrà essere importante fino ai Mondiali del 2026, se non oltre. Certo, poi non sempre nasce un Manuel Neuer o un Philipp Lahm. Ma se l'Italia può rispondere - con tutto rispetto - tramite Darmian e Abate, forse qualche domanda ce la dobbiamo porre. Qui si dice di amare il calcio, ma nei fatti non si vede quest'amore. In Germania, invece, Fußball über Alles. E dopo ieri sera, sfido a non vedere la realtà dei fatti.

La gioia dei giocatori del Bayern: 7-1 alla Roma all'Olimpico.

19.10.14

Obiettivo Olimpico.

Il 2-0 al Modena al Matusa di ieri pomeriggio è stato un grande successo: il Frosinone centra l'ennesima vittoria di quest'anno e si conferma al primo posto, stavolta in solitario. Se prima della sosta internazionale i ciociari erano in testa con l'Avellino, ora guardano tutti dall'alto in solitaria leadership. La squadra di Roberto Stellone può forse sognare una stagione da protagonista, vista la crisi delle favorite (Catania e Bari su tutte) e le sorprese che solo la Serie B sa regalare.

 Maurizio Stirpe, 56 anni, presidente del Frosinone Calcio dal 2003.

Da un decennio la società di Maurizio Stirpe è arrivata nel calcio che conta. Il Frosinone gioca in C2 quando l'uomo di Torrice rileva il club ciociaro nel giugno 2003. Non è la prima volta che la famiglia Stirpe gestisce la società gialloblu: già Roberto e Benito (padre dell'attuale numero uno ciociaro) hanno avuto in mano la presidenza tra il 1965 e il 1967. Ma dall'arrivo di Maurizio Stirpe, dopo due rifondazioni e ascensore tra la D e la C, i ciociari cominciano a sognare. Prima la promozione in C1 (e i due derby vinti con il Latina) nel 2004, poi la scalata alla B.
Il sogno della cadetteria si realizza nel giugno 2006, dopo un campionato di C1 molto combattuto, in cui il Frosinone milita nello stesso girone del Napoli. C'è un testa a testa tra le due squadre, ma poi la forza dei partenopei viene fuori. La squadra di Iaconi riesce comunque a salire in B dopo i play-off e le vittorie contro Sangiovannese e Grosseto. Nel 2006-2007 - prima stagione in assoluto del club ciociaro in cadetteria - la Serie B vede la partecipazione straordinaria della Juventus (dopo Calciopoli), del Napoli, del Genoa e del Bologna. Un campionato d'alto rango, in cui il Frosinone non sfigura e si piazza addirittura a metà classifica.
Una posizione confermata anche negli anni successivi, nonostante i tanti cambi in panchina: Iaconi saluta tutti, ma anche con Cavasin, Braglia, Moriero e Carboni arriva la salvezza. Inoltre, al Matusa si vedono diversi giocatori di certo livello. Dall'italo-venezuelano Massimo Margiotta all'attuale sampdoriano Eder, dal Nacho Castillo al bomber di categoria Salvatore Mastronunzio. Fino ad arrivare al sinistro magico di Francesco Lodi, che ha fatto benissimo con i gialloblu e che ha fatto sognare i tifosi al Matusa. Basti pensare a questo dato: ancora oggi, Ciccio è - con 38 reti segnate - il terzo cannoniere nella storia del Frosinone.
Poi il rendimento è peggiorato e la retrocessione è stata inevitabile nel 2010-11. Né Carboni, né Campilongo sono riusciti a evitare la discesa in Lega Pro. A quel punto, la società gialloblu ha fatto una scelta lungimirante. Un anno a intermittenza - in panchina prima con Sabatini e poi con Corini - ha portato solo un ottavo posto nel primo tentativo di risalita. Quindi Stirpe ha deciso di affidarsi alle proprie giovanili, ai giocatori prodotti in casa. E a chi, con sagacia e arguzia, poteva guidarli al meglio. Una scelta che oggi sta pagando parecchio.

Federico Dionisi, 27 anni, una stella per il campionato di Serie B.

L'artefice dell'attuale momento di gloria del Frosinone è infatti Roberto Stellone. Da calciatore non è rimasto negli annali del calcio italiano, viste le sue medie realizzative. In A l'ex attaccante non ha mai realizzato più di quattro gol a stagione (con il Torino), mentre in B è stato un bomber di discreta razza: Stellone è andato in doppia cifra due volte con il Napoli e ha sfiorato i venti stagionali con il Genoa nel 2004-05. Quei gol sono valsi la promozione, poi annullata per uno scandalo legato alla partita contro il Venezia, decisiva per la scalata in A.
Gli ultimi due anni della carriera di Stellone sono stati proprio a Frosinone. Dopo il ritiro dal calcio giocato e la retrocessione in Lega Pro, il Frosinone ha deciso di affidare all'ex attaccante la gestione della squadra Allievi. Una scelta azzeccata: Stellone fa un miracolo e la sua squadra si laurea campione d'Italia tra le compagini di Lega Pro. La conferma della bontà del progetto viene data dalla vittoria in Supercoppa Italiana contro la Sampdoria, squadra numero uno tra gli Allievi di A e B: il Frosinone schianta i blucerchiati tre a zero. E alcuni giovani di quel gruppo sono poi diventati professionisti con la maglia dei laziali: basti pensare al difensore Formato, ai centrocampisti Gori, Ranelli, Altobelli e Crescenzi o all'attaccante Luca Paganini, decisivo sia in Lega Pro che in B. Tutti giovani, tutti importanti per il tecnico gialloblu.
Proprio per questi risultati ottenuti, Stellone si conquista la panchina della prima squadra nell'estate 2012. E il nuovo tecnico crea una sorta di squadra a immagine e somiglianza del suo vivaio, con l'inserimento massiccio di giovani. Prima arriva il settimo posto del 2012-13, poi l'anno scorso la lotta a tre con Lecce e Perugia per la promozione diretta in B. Le sconfitte in trasferta contro le dirette rivali per la risalita in cadetteria costano il primo posto ai ciociari, che si sono ripresi con gli interessi ai play-off: battute in sequenza Salernitana, Pisa e Lecce. Spesso all'ultimo, visto che i gol in zona Cesarini sono la consuetudine al Matusa.
Ora la squadra vive un momento magico grazie alle strategie di mercato estive. Assieme ai giovani, c'è un gruppo di uomini fidati e validi per la categoria: Zappino, Frara, Soddimo, capitan Gessa, Curiale e il bomber Ciofani. Stirpe quest'estate ha poi aggiunto alcuni uomini-chiave: Schiavi e Musacci dal Parma, gli svincolati Zanon e Masucci, ma sopratutto Federico Dionisi. L'attaccante aveva trascinato il Livorno in A nel 2012-13, poi è stato ceduto in prestito all'Olhanense in Portogallo: ha realizzato otto gol, ma non è bastato a evitare la retrocessione del club in Liga de Honra. E ora l'uomo di Rieti è finito a Frosinone, dove Dionisi ha già toccato quota quattro reti in stagione, compresa il 2-0 di ieri al Modena.
Al Matusa adesso si sogna in grande: c'è attesa per il derby laziale con il Latina tra due settimane, visto che i neroazzurri l'anno scorso hanno sfiorato la promozione in A (persa nei play-off contro il Cesena). Ma forse il pensiero vola anche più in là dello scontro regionale con il Latina. Lazio e Roma sono sempre sembrate così lontane, ma chissà che i ciociari non facciano una capatina all'Olimpico nella prossima stagione...

Roberto Stellone, 37 anni, è il tecnico dei ciociari dal 2012.

16.10.14

Senza paura.

A maggio aveva abbandonato la casa di sempre: addio al Lorient, dopo un quarto di secolo di onorata carriera con i Merluzzi tra i 4 da giocatore-allenatore e i 21 da manager. Christian Gourcuff sembrava far bene solo allo Stade du Mustoir, ma da ct dell'Algeria sta dimostrando quanto di buono ha fatto vedere a Lorient. Doveva sostituire Halilhodžić e tenere il rendimento mostrato al Mondiale brasiliano, ma per ora Gourcuff non ha deluso: la qualificazione alla Coppa d'Africa è in cassaforte.

25 maggio 2014: Gourcuff lascia il Lorient dopo 25 anni insieme.

Classe '55, Gourcuff è un ex insegnante di matematica che ha trovato nel calcio la sua salvezza. In Italia, a molti il suo nome dirà qualcosa in quanto padre di Yohan, ex giocatore del Milan e che ora milita nell'Olympique Lione. In realtà, la carriera di Gourcuff padre è più ricca di quella del più famoso figliolo. Da giocatore si unisce prima al Rennes, poi trascorre quattro anni a Brema, dove si prepara per entrare all'università. Nel 1982 arriva la svolta con l'arrivo al Lorient. Insegna e contemporaneamente svolge il ruolo di giocatore-allenatore per il club della città, militante all'epoca in terza divisione. In quattro anni li porta alla promozione, ma la storia d'amore di Gourcuff sr. con i Merluzzi non finisce lì.
A fine carriera - nel 1991 - torna al Lorient. Ci rimarrà per un altro decennio, dove riporta nuovamente il club in seconda divisione e poi lo trascina alla promozione in Ligue 1 nel 1998. Un miracolo per la squadra. Poi il manager commette forse l'unico errore della sua carriera: nel 2001, Gourcuff ha l'offerta della vita da parte dell'Olympique Marsiglia, ma preferisce unirsi ai rivali regionali dello Stade de Rennes. La stagione andrà male e per tutta quell'annata si sentirà il peso dell'esser un simbolo del Lorient. Dopo un breve passaggio in Qatar, c'è il ritorno al Lorient. Dove Gourcuff sr. ha speso altri 13 anni della sua vita, facendo crescere tanti giocatori: ricordiamoci che il tecnico francese ha lanciato Gameiro, Ciani, Jallet, Gignac, Amalfitano e Koscielny.
Altra promozione con il Lorient e il ritorno in Ligue 1, dove il club della Bretagna è rimasto stabilmente. Anzi, il 4-4-2 e il gioco spettacolare di Gourcuff hanno portato un settimo posto nel 2009-10 (miglior risultato nella storia del club) e due ottavi posto nelle ultime due stagioni. Nel 2013-14, si è consacrato anche Vincent Aboubakar, poi ceduto al Porto nel mercato estivo. per la "modica" cifra di otto milioni di euro.
Tuttavia, il contratto di Gourcuff era in scadenza nel giugno scorso e l'intera stagione è stata condizionata da difficili rapporti con il presidente del Lorient, Loïc Fery, e con il suo vice Sylvain Ripoll. Con il primo i contrasti sono riguardati la cessione invernale di Mario Lemina all'OM, mentre Gourcuff ha sempre pensato che il suo secondo lavorasse contro di lui. Alla fine, è stata inevitabile la separazione e proprio Ripoll ha preso il posto di Gourcuff sulla panchina del Lorient. Adesso vedremo se il club saprà reggersi senza l'artefice dei suoi miracoli. Intanto, per allargare i suoi orizzonti, Gourcuff ha accettato la sfida dell'Algeria. Giunta agli ottavi nell'ultimo Mondiale, i magrebini hanno assunto il tecnico francese come nuovo ct della nazionale al posto del dimissionario Vahid Halilhodžić.


Dopo un Mondiale del genere, per l'Algeria era importante dare continuità ai risultati brasiliani. E così è andata, tanto che le Volpi del Deserto sono la prima squadra - in co-abitazione con Capo Verde - a essersi già qualificata alla prossima Coppa d'Africa. In realtà, non bisogna nascondersi: i magrebini attendono con ansia l'appuntamento di gennaio in Marocco, perché è una grande occasione per tornare a vincere la rassegna continentale. L'ultima volta è stata nel 1990 (in casa) e la nazionale vista in Brasile è tranquillamente tra le favorite. Con Gourcuff, anzi, potrebbe essere proprio LA favorita, visto il gioco offensivo del tecnico francese.
Una speranza forte, anche perché nelle ultime cinque edizioni della Coppa d'Africa l'Algeria ha fatto pochino. Solo un quarto posto nel 2010, mentre nel 2013 è stata eliminata al girone. Per non parlare delle edizioni 2006, 2008 e 2012: per quelle rassegne continentali, l'Algeria non si è nemmeno qualificata. Ma da quando l'ex tecnico del Lorient si è seduto sulla panchina dell'Algeria, i risultati sono netti: su quattro partite giocate, quattro vittorie, otto gol fatti, uno solo subito. E in un girone con Mali, Malawi ed Etiopia, la qualificazione è già cosa fatta.
Del resto, il giorno della sua presentazione come commissario tecnico degli algerini Gourcuff è stato chiaro: «Voglio mantenere vivo questo momento e costruire un certo stile di gioco per questa squadra». La voglia di costruire un altro piccolo miracolo - sulla falsa riga di quanto fatto in quel di Lorient - è tanta. Ed è possibile, perché il movimento calcistico algerino ha avuto anni molto bui, ma ora sembra essersi risvegliato e l'ultimo Mondiale è la dimostrazione pratica di quanto si può far bene con questi giocatori. Christian Gourcuff ha voglia di aggiungere un'altra tacca alla sua reputazione di miracle-man. Forse in Francia qualcuno rimpiangerà la sua figura a fine anno, specie se a Lorient non arrivasse la tanto sospirata salvezza. Il ct ha lodato i suoi giocatori dopo l'ennesimo buon risultato e qualche settimana fa, nonostante il clima difficile nel paese, ha detto: «Non ho paura di vivere in Algeria». Siamo sicuri che non avrà paura nemmeno delle sfide che lo attendono nel gennaio prossimo.

Christian Gourcuff, 59 anni, tenta un altro miracolo da ct dell'Algeria.