28.5.13

«Petkovic chi?»

«Beata ignoranza»: mai detto fu più veritiero. Del resto, non sapendo certe cose, la vita è più leggera. Così come lo sono le valutazioni di tipo sportivo. Tutti ci ricodiamo di come Luis Enrique arrivò in Italia e venne incensato come l'"erede di Guardiola", senza troppi giri di parole. O di come Delneri era pronto al secondo miracolo con la Juventus, dopo aver portato la Samp in Champions. Il fenomeno contrario, invece, ha avuto luogo all'approdo di Vladimir Petkovic in Italia: un signor nessuno per il calcio italiano, così come per i suoi addetti ai lavori, velocemente bollato come destinato a fallire.

Petkovic al suo arrivo a Roma nel maggio 2012, accolto dal d.s. Tare.

C'è addirittura qualche tifoso che si dimostrava scettico, nella maniera rustica che solo i romani sanno dare: «Con tutti i nomi che circolavano, proprio questo se dovemo pijà...». Neanche Trilussa avrebbe saputo far meglio. Eppure, il tecnico aveva avuto la sua dose di fortuna non lontano da Roma, in Svizzera. Originario della Croazia, ma nato in Bosnia, Petkovic è il poliglotta per eccellenza, visto che parla otto lingue: purtroppo, in nessuna di queste sarebbe riuscito a far capire i buoni risultati ottenuti nella terra dei quattro cantoni, dalla quale ha ottenuto anche la cittadinanza alla fine della carriera da giocatore. Dopo la promozione con il Malcantone Agno in seconda divisione nel 2003, Petkovic si affaccia al massimo campionato svizzero sulla panchina del Lugano, portato in salvo senza problemi. Poi arriva l'esperienza triennale con il Bellinzona, conclusa con la risalita in massima serie del 2008 e la finale di coppa nazionale; una squadra nella quale conosce e cresce un certo Senad Lulic.
Non riconfermato dal Bellinzona, Petkovic viene contattato dallo Young Boys di Berna: sarà un altro triennio d'ottimo impatto. I gialloneri, con il 3-4-3 del tecnico croato ed i gol di Seydou Doumbia, volano: due secondi posti portano la squadra ai preliminari di Champions League, dove lo Young Boys fa passare una brutta serata persino al Tottenham di Redknapp nell'estate del 2010. Una volta eliminati, gli svizzeri fanno comunque una buona Europa League, estromettendo addirittura il Getafe nel girone. A fine anno, le strade dello Young Boys e di Petkovic si separano e la breve avventura turca del tecnico, nei ranghi dello Samsunspor, finisce con l'esonero nel gennaio 2012. Tuttavia, non basta: il Sion lo chiama a sorpresa per l'ultimo mese di campionato, con la squadra che deve salvarsi nello spareggio per la retrocessione, che il Sion vince.
A quel punto, con grande sorpresa di molti, Lotito chiama Petkovic alla Lazio per sostituire Reja: il goriziano è forse stanco dell'ambiente biancoceleste, così pressante, ed il presidente è sicuro della bontà della sua decisione. Di fronte all'indifferenza generale, molti rimangono delusi, ma non sanno che la scelta di Lotito è tanto curiosa quanto azzeccata. Il tecnico, infatti, ha tutta l'intenzione di sfruttare al meglio l'occasione nella Serie A: si presenta con un garbo sconosciuto al nostro paese. Non urla, non sbraita e non si lamenta degli arbitri; eppure trova il modo di farsi sentire e capire dai propri giocatori, nonostante durante l'estate ci siano grossi sberleffi di fronte alla sua chiamata a Roma. Se comparata poi all'arrivo - dall'altra parte del Tevere -di Zdenek Zeman, atteso dalla Roma giallorossa come il salvatore della patria, l'eccitazione svanisce. Insomma, non sembra esserci gara: di fronte ai nomi di Conte, Allegri, Mazzarri e persino del "pivello" Stramaccioni, quello di Petkovic sembra stonare. Come se il croato fosse l'invitato alla festa sbagliata.

Petkovic e Miroslav Klose, 34 anni: il binomio ha fruttato ottimi risultati.

Per nulla turbato, l'allenatore si prepara al meglio per la stagione che verrà e la Lazio lo segue a ruota. Inoltre, Petkovic - viste le tre competizioni da giocare - non preclude nessuno dalla preparazione: tutti potranno essere utili. Persino il figliol prodigo Mauro Zarate, tornato dall'Inter, sembra in grado di trovare qualche spazio con il tecnico croato, nonostante il gran numero di attaccanti nella rosa della Lazio. L'inizio di stagione dei biancocelesti è folgorante: tre vittorie su tre nelle prime giornate, ma sopratutto l'impressione che la Lazio giochi meglio di quanto facesse sotto Reja. Poi gli impegni europei, che Petkovic non sdegna mai, dimostrando una mentalità tutt'altro italiana: se c'è un merito del "Dottore", è quello di aver insegnato al calcio italiano che l'Europa League non va snobbata, visto che la Lazio raggiunge i quarti di Europa League. E' il risultato più alto da quando la Fiorentina arrivò in semifinale nel 2008 ed i biancocelesti c'arrivano passando da primi il girone e collezionando una striscia di 12 risultati utili consecutivi a livello continentale; il titolo di capocannoniere della competizione conquistato da Libor Kozak non è che la conferma della bontà del lavoro svolto nel torneo.
Intanto, in campionato le cose vanno alla grande nel girone d'andata: la Lazio chiude a 39 punti dopo 19 giornate, vince il derby e batte le milanesi all'"Olimpico". Certo, il ritorno non è esaltante: solo 22 punti conquistati. Tuttavia, i motivi ci sono: la stanchezza delle coppe si è fatta sentire, perché la Lazio - pur con una rosa molto lunga - ha affrontato seriamente l'impegno europeo e, in più, è andata avanti in Coppa Italia. Così avanti che ha battuto anche la Juventus in semifinale, arrivando all'ultimo atto contro i cugini giallorossi: a risolverla, ieri, c'ha pensato il suo fedelissimo, quel Senad Lulic che lo segue dai tempi del Bellinzona.
Ma i meriti di Petkovic vanno oltre le vittorie: il tecnico croato è stato in grado di valorizzare molti giocatori all'interno della rosa biancoceleste. Il suo 4-1-4-1 ha concesso spazio a molti e l'allenatore ha saputo gestire quasi tutte le situazioni all'interno del suo spogliatoio; quando le cose gli erano sfuggite di mano, come nei casi di Zarate e Rocchi, le evoluzioni del mercato e l'appoggio della società lo hanno aiutato ad andare avanti.
Sopratutto, però, Petkovic è riuscito a recuperare diversi giocatori utili alla causa. Prendiamo Lorik Cana, ad esempio: l'albanese era sembrato troppo lento a centrocampo e così il tecnico lo ha spostato al centro della difesa. Sergio Floccari, che sembrava in difficoltà dopo il mancato riscatto da parte del Parma, è stato sempre presente. Libor Kozak è stato devastante in Europa, nonostante la mancanza di reti in campionato. In più, Petkovic ha trasformato Candreva in una macchina da guerra sulla fascia destra e ha valorizzato i talenti di Onazi e Cavanda, sebbene quest'ultimo sia poi finito fuori rosa. Infine, grazie alla strepitosa forma di Marchetti e Klose, ha potuto ottenere risultati prestigiosi. Insomma, sembrano lontani in tempi in cui nessuno lo conosceva, una volta arrivato a Roma: «Petkovic chi?» non sarà una frase che si sentirà più dalle parti di Formello. Anzi, il tecnico ha fatto di tutto per rendere il suo nome indelebile nella mente dei tifosi della Lazio...

Vladimir Petkovic, 49 anni, può festeggiare il suo primo trofeo in Italia.

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